In Perù è fallito il tentativo di riconversione agricola di Arciniega
COCAINA, LA GUERRA PERDUTA
E 250mila campesinos boliviani lavorano al servizio dei narcos
Reportage sulle vie peruviane della coca e sul dominio incontrastato dei grandi trafficanti. Ormai i Signori della Droga hanno ottenuto il totale controllo del territorio e dell'economia legata alle preziose colture. Il governo, dopo cinque anni di insuccessi, ha deciso di alzare bandiera bianca. Ogni bracciante estromesso dal lavoro nei campi, infatti, si trasformava in potenziale terrorista. E la rivoluzione dentro casa preoccupa molto più dei drogati statunitensi o europei.
di Luigi Sommaruga - L'Informazione, 14 aprile 1994
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Dopo il chilometro 560 la Carretera central peruviana piega improvvisamente a destra e punta, senza apparenti ragioni, verso una linea di colline basse e pelate. Ma alla prima deviazione la strada finisce contro una ragnatela di strade in terra battuta. E appaiono le case, poi la Plaza principal, la Chiesa, le banche. Alberi arsi sopravvivo al sole feroce e migliaia di persone si muovono come formiche impazzite intorno alle banche e al centro commerciale. Ci sono tanti soldati che sembra uno stato d'assedio, autoblindo presidiano gli incroci, un paio di elicotteri fanno a fette la canicola: Tingo Maria conta 25mila abitanti e un giro d'affari pari a quello di Lima. E' il posto più ricco del Perù. Cinquanta anni fa un ingegnere che si occupava dei lavori della Carretera central, scoprì in quel posto deserto due sorgenti d'acqua e decise che andava bene per piantarci un cantiere e un deposito. Stradini, coloni, curiosi e saltimbanchi s'accamparono ai margini di quella che sarebbe diventata l'innesto statale v
erso la selva: la Carretera marginal amazonica. Dodici ore di lavori di sterro, ogni giorno, e la sera pochi spiccioli per le bevute e per il chaccheo, la masticatina: gli indios arrivati dalla selva, distribuivano, in cambio di due soles, palline di lipta, un bolo di foglie di coca, buccia di cacao, polveri minerali, buono per tenere lontano la sete la fame e la stanchezza.
Nessuno immagina va ancora, in quegli anni, la straordinaria correlazione che sarebbe nata tra le terre dell'Alto Huallaga e il cespuglio della Erytroxylum coca. Solo rari filari s'allineavano, allora, sul fianco di una collina che si chiamava Cayumba. E l'unico che comprava in grande quantità le foglie era un farmacista di Huanùco, il dottor Manuel Soberòn. Il quale ne estraeva cocaina e la vendeva ai medici del circondario. Per dieci e più anni Soberòn fu l'unico cliente dei campesinos. Allora era più importante coltivare mais e fagioli. Oggi no. Le donne indie, vestite di tutti i colori strappati all'arcobaleno, allargano sulla terra grigia esigui fagotti con qualche manciata di legumi. E aspettano pazienti che, intorno, si sgranino i grappoli dei compratori di foglia.
Ci sono duecento qualità del cespuglio che i botanici chiamano Erytroxylum, ma solo due hanno un contenuto di alcaloidi soddisfacente e , di queste due, la migliore è quella che gli Aymara, un migliaio di anni fa, chiamarono Koka, che poi vuol dire, semplicemente: cespuglio. Ed è quello coltivato in tutta la fascia andina orientale, a mezza costa tra l'estremo lembo della foresta amazzonica e l'anticrinale che anticipa i picchi dove le nevi non si sciolgono mai. La pasta basica si ottiene in vasche di macerazione nelle quali si immergono le foglie più acido solforico, bicarbonato e acqua. Se ne estrae una poltiglia di colo ocra. Per lavare la pasta basica si usano permanganato di potassio e etere solforico. Ne esce fuori un granulato di colore biancosporco. Col terzo intervento la pasta basica lavata diventa cocaina pura, per precipitazione: il reagente è l'acido cloridrico.
Per ottenere dieci chili di pasta basica grezza ci vogliono cento chili di foglia secca. Ogni due chili di pasta grezza se ne tira fuori uno di pasta lavata. E da ogni chilo di quest'ultimo escono 400 grammi di fiore di cocaina. Sommando i vari passaggi, si può dire che da un ettaro piantato ed Erytroxylum si ricava mezzo chilo di cloridrato puro.
In un convegno promosso dalle Nazioni Unite, qualche anno fa, a Lima, per portare avanti il progetto di riconversione delle terre amazzoniche, funzionari ed esperti di mezzo mondo si trovarono davanti ad un secco rifiuto delle cooperative di coltivatori: la coca non si tocca c'era scritto sulle relazione presentate ai congressisti. E gli elicotteri che tentavano di atterrare a Uchisa carichi di soldati ed agronomi furono respinti a sassate. Il generale Arciniega, che per cinque anni ha diretto il programma di riconversione agricola dell'Alto Huallaga, ha rinunciato a qualsiasi speranza di successo. Restano nella zona di Uchisa le piantagioni modello e il frantoio per l'olio di palma. Ma la misura del fallimento si coglie con un rapido giro in elicottero: L'apparecchio vola basso sulla schiena di colline dove fioriscono rigogliosi i cespugli di Erytroxylum e Novogratense, le due qualità che hanno un contenuto di alcaloidi doppio rispetto a tutte le altre. La mitragliera brandeggiata sul portello laterale, sp
alancato contro il cielo, il profilo corrusco del sinchi che la punta contro un paesaggio di innocenti virtù bucoliche, assomigliano ai contorni di un poster studiato per proteggere la natura dagli assalti di un orco devastatore.
Quelle donne là sotto che alimentano i fuochi della sera e quei bambini che salutano sfacciati con le mani alzate fanno da spalla ai grandi trafficanti internazionali? Sicuramente sì. Ma è altrettanto sicuro che le ragioni di tanta elementare ostinazione stanno da un'altra parte. E prova a elencarle Enrique Valverde che ha un ufficio a La Paz, Bolivia, la cui targa dice: Control y reduccion de le coca. Qui, in un paese più povero, ma in una regine altrettanto desolata, i motivi sono uguali. Eccoli: per assicurarsi gli stessi introiti che gli offre un ettaro piantato a coca, il campesino boliviano o peruviano dovrebbe coltivare 5 ettari a caffè o 4 a cacao e 8 ad achiote o 7 a mais. A parte la disponibilità della terra, che è esigua, a parte la fatica e il costo degli investimenti, che per un occidentale sarebbero esigui, ma che per un indio sono proibitivi, c'è il rischio.
Perché i prezzi del caffè e del cacao, manovrati dalle multinazionali, sono soggetti ai capricci e alle speculazioni del mercato e quelli del mais e dei legumi dipendono dalle povere economie dei Paesi sudamericani. La coca invece è stabile. E frutta, ai piantatori, 1500 dollari annui per ettaro: da cinque a dieci volte più di quanto offrano le coltivazioni tradizionali.
Nel circondario di Palma de l'Espino, che l'elicottero dei sinchis sta spazzolando da mezz'ora, erano appena duemila gli ettari coltivati a coca, prima che arrivassero i narcotrafficanti. Oggi sono quasi duecentomila. E c'è una ragione che va oltre i profitti assicurati agli indios dagli intermediari colombiani: questa era terra di Sendero. Al principio, i guerriglieri di Abimael Guzmann s'accontentavano d'una specie di tassa sui terreni messi a coltura: un 2%. Protezione. E qualche rapido corso d'indottrinamento. Così, ogni volta che l'esercito scendeva dagli elicotteri e distruggeva i cespugli appena piantati, s'ingrossavano le file dei rivoluzionari. E allora il generale Arciniega ha deciso di smettere: perché ogni innocuo campesino sloggiato dalla sua coltivazione è un potenziale terrorista. E Lima è molto più preoccupata della rivoluzione dentro casa che non dei drogati statunitensi o europei.
Storie parallele più giù, nella fascia boliviana: lavoratori puliti che improvvisamente diventano manovali del narcotraffico. E stesse radici: la miseria. Santa Cruz, vita di miseria: piombo, mercurio, argento. Un ascensore verso il centro della terra, col certificato di morte in tasca: 37 anni l'età media di quelli che bucavano la terra coi martelli pneumatici, a turni di dieci minuti e poi una sosta per non schiattare coi polmoni intasati dalla polvere del minerale. Per tremilacinquecento lire al giorno, famiglia o no.
Amado Canelas, un boliviano che da anni si occupa di coca e narcotraffico, dice che i centri-studio della mafia internazionale sono, ormai, più attrezzati degli equivalenti organismi statali e ONU. Altrimenti non avrebbero messo a coltura la foresta nebulare del Cochabamba. L'altitudine di queste terre, sui quattrocento metri, non sembrava l'optimum per coltivazioni che prosperano tra i mille e i millecinquecento. Ma qui il terreno offre un drenaggio eccellente e gli alisei che soffiano dal lontano Atlantico, gonfi di umidità, vanno a sbattere il naso contro le pendici della Sierra. S'impennano, cercano di risalire i contrafforti, ma non ce la fanno.
A mezza costa fanno una specie di capriola e ricadono su sé stessi: precipitando, spargono acqua dapertutto. Il resto lo fa il sole. Questa straordinaria anomalia meteorologica fa sì che, nel triangolo Santa Cruz, Cochabamba, Trinidad, 35mila famiglie contadine si dedichino alla coltivazione del cespuglio di coca. E che fra trasportatori, addetti ai laboratori, mercenari di guardia e corrieri, almeno 250mila persone traggono le loro fonti di reddito e sopravvivenza dalla cocaina. Il volume di danaro maneggiato supera di almeno due volte il totale delle esportazioni boliviane.