Colombia: nel narcotraffico ora comandano le mafie Usa e siciliana?
I NUOVI SIGNORI DELLA COCA
Leggi severe all'interno del paese, via libera all'esportazione
Reportage 2 / Pablo Escobar non c'è più. Il »cartello di Medellin è ormai sgominato. Ma la polvere bianca di Bogotà continua a regnare nel marcato internazionale degli stupefacenti. Il consumo della cocaina ha superato ormai quello dell'eroina. Alla Colombia, che copre i quattro quinti del mercato, spetta il primato mondiale della produzione. Un lungo percorso: il quaranta per cento della merce venduta passa attraverso il "corridoio" nigeriano.
di Luigi Sommaruga - L'Informazione, 15 aprile 1994
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Atto primo: una capannaccia di assi grezze e malmesse, terra scura battuta, buche tutt'intorno foderate con fogli di neoprene, tini di plastica di tutti i colori. Dentro le buche le foglie a macerare, nei tini una farina biancosporco, grumosa, umidiccia. Fuori, sotto un tettuccio di foglie di palma, sacchi di iuta foderati di garza lurida, appesi a un telaio di canne: l'essiccatoio. In un angolo lattine di kerosene da venti litri e, poi, le scatole col carbonato di calcio. Intorno è giungla fitta e chiusi sentieri. La foglia e la pasta base sono arrivate sulle spalle dei portatori: le guide fumano una sigaretta appesa alle mani legate, per loro è stato l'ultimo viaggio.
Atto secondo: una pista in leggera discesa, trecento metri di corridoio aperto tra due piantagioni di palma da olio. Ai bordi della traccia tremano fiammelle gialloazzurre, un lampo ogni dieci metri: i fuochi bucano la notte. Puntuale arriva il brontolio del bimotore. L'apparecchio scende, rulla, neanche spegne i motori. In mezz'ora caricano ballette da quaranta chili, i due uomini del cockpit manco scendono, firmano una bolla di carico, come un trasporto qualsiasi. Poi, se ne rivanno, rotta per nordovest, Florida. Altre balle atterrano sul cassone di un camion e sopra ci sistemano un tappeto di bidoni di olio di palma. L'automezzo correrà tutta la notte e tutto il giorno dopo fino a Cartagena e sui moli della città caraibica se l'inghiottirà un cargo, destinazione Europa.
Sono passati settanta anni da quando, nel 1914, i governi del Vecchio Continente proibirono la vendita del vino Mariani, reclamizzato come la "bevanda dei lavoratori del cervello". Una innocente mistura che conteneva trenta grammi di foglia di coca per ogni litro di uva fermentata: cicchetto abituale di Edison, Rodin, Giulio Verne. Un po' meno anni sono trascorsi da quando Freud curava i suoi pazienti con minuscole prese di polvere bianca, la bella Otero se ne serviva parsimoniosamente prima di una apparizione in palcoscenico e Conan Doyle la faceva annusare al suo Sherlock Holmes quando lo vedeva in difficoltà davanti ad un caso irrisolvibile. Ma la mafia, allora, s'occupava d'altro.
Il rapporto annuale sulla droga, presentato il 7 aprile scorso dal Dipartimento di Stato al Congresso americano, segnala un aumento considerevole del consumo di cocaina rispetto all'eroina che invece sarebbe in calo. Assegna all Nigeria, 40% del traffico dell'oppiaceo, e alla Colombia, 80% della produzione di cloridrato, un poco invidiabile primato mondiale. La replica dei due governi interessati è stata la stessa di sempre: non ci sarebbe produzione se non ci fosse consumo. Non solo, ma alla Fiscalìa general di Bogotà, la Procura dello Stato, elaborano una tesi innocentista e la enunciano corredata di cifre grafici e tabelle. Secondo uno studio del Consejo nacional de estupefacientes non ha ormai più senso parlare di una mafia colombiana del narcotraffico. Morti o imprigionati i grandi trafficanti del cartello di Medellin, adesso è il cartello di Calì che ha in mano tutto il groviglio di affari che gira intorno alla coca. Il fatto è, dicono alla Policia judicial antinarcotices, che il cartello di Calì non
esiste: è un'invenzione, una copertura, tutto è ormai nelle mani delle organizzazioni criminali statunitensi e siciliane.
Molte sono le leggende legate alla pianta sacra degli Incas. Ma dalle tombe e dalle ceramiche delle civiltà nazca mocica e cimu sono arrivate testimonianze d'un uso ancora più antico: sacerdoti, aruspici, curatori, re, usavano polvere di coca nei riti, nella medicina, nelle battaglie. La masticazione della foglia era diffusa ben oltre i confini andini. Amerigo Vespucci, nell'autunno del 1499, s'imbattè in una tribù della penisola di Ponia, l'attuale Venezuela, che faceva un uso regolare della foglia. Gli Incas, per primi, tentarono di monopolizzare il commercio dell'arbusto. Nella sala numero cinque del museo precolombiano di Santiago ci sono intere batterie di inalatori, tavolette, raschietti, cannucce: prototipi d'un armamentario sopravvissuto quasi senza mutamenti fino ai giorni nostri. Gli spagnoli, che dopo la conquista avevano proibito l'acullico, la masticazione, considerato un rito pagano, fecero presto marcia indietro. Anzi, con l'apertura delle miniere andine, ne favorirono lo sviluppo. Alla vigil
ia della caduta dell'impero castigliano, dieci milioni di indios consumavano quotidianamente la foglia.
Adesso, solo in Colombia, secondo le stime, i »narcos hanno acquistato negli ultimi anni non meno di cinque milioni di ettari di campagna. Il Movimento de restauracion nacional è diventano il punto di fusione tra il narcotraffico, milizie di autodifesa, gruppi di sicari addestrati da istruttori stranieri e grandi agrari. Il tutto con la complicità di una larga fetta dell'esercito.
C'era una volta Pablo Escobar: nasce povero e comincia come un qualunque ladruncolo di periferia, furti con scasso, auto rubate. Una volta gli capita una Cadillac e non resiste: tira giù la capote della macchina, la carica di ragazzini sudici e stracciati e scorrazza avanti e indietro per le vie polverose del povero quartiere di Medellin dove è nato. Lo beccano, ci sono due testimoni a carico, muoiono il giorno, prima del processo. E Pablo è libero, lo raccoglie un piccolo boss della città, qualche pestaggio su commissione, il primo omicidio, la droga. Due poliziotti vanno in giro e fanno troppe domande: assassinati. Poi scompare anche il piccolo boss. Pablo cresce: si compra una campagna elettorale, diventa deputato, regala alla città uno stadio con tanto di illuminazione notturna, una squadra di calcio che arriverà alla finale intercontinentale, risana il quartiere dei suoi primi miserabili anni, regala ai bambini di Puerto Triumfo il più grande giardino zoologico e parco di divertimenti di tutta la Colom
bia: davanti all'ingresso ci piazza un piccolo monomotore da turismo, l'aeroplanino col quale ha fatto la sua prima spedizione di coca negli USA. Contratta col governo di Bogotà una specie di immunità permanente, in cambio si offre di ripianare, in cinque anni, il deficit della bilancia commerciale. Adesso Escobar non c'è più, il giardino zoologico non c'è più, il quartiere risanato cade a pezzi, la squadra di calcio naviga in fondo alla classifica e il parroco di Puerto Triumfo, privato delle narcoelemosine, rimpiange i bei tempi. Dice, mentre accende un cero sotto una statuetta della vergine: in questo nostro Paese ci sono ottanta modi per chiamare la madre di Dio, ma una sola maniera per guadagnare denaro, e i soldi non importa da dove vengono, quello che è importante è dove vanno, e ai miei poveri non arriva più niente.
E c'era Carlos Lender. Davanti alla sua villa, con la città lontana e questo pezzo d'altopiano con l'orizzonte chiuso da una muraglia ingiallita e sfarinata, c'è rimasta questa brutta effige metallica di John Lennon, con quel buco in mezzo al petto, come se qualcosa gli avesse strappato il cuore dal torace: tiro esoterico o revolverata d'una Magnum.
C'era Carlos, lì dentro la costruzione guardata dai doberman, figlio d'un transfuga nazista, studi begli States, primi passi con la marihuana, poi il salto con la polvere bianca, editore d'un giornale, fondatore d'un partito, finanziatore di candidati alla presidenza della Repubblica, amico di Raul Castro, teorico della distruzione, attraverso la droga, della gioventù capitalista. Con Cuba, Grenada e Nicaragua a fare da scalo intermedio per i voli dei piccoli aerei contrabbandieri e da ponte dialettico per la diffusione del verbo rivoluzionario. Tutto finito.
E adesso, alla Fiscalìa general, ti riempiono di inutili numeri. L'anno passato sono state sequestrate 103 tonnellate di pasta base. Sono finite in carcere poco meno di duemila persone. Sono stati distrutti 70 milioni di cespugli di Erytroxylum coca. E un compunto archivista ti informa che la Colombia è l'unico paese della fascia andina che può vantare una legislazione antinarcotici pluridecennale. Figuriamoci che il primo decreto "sobre la importacion y venta de drogas" risale al 15 settembre 1920: disponeva che l'uso della cocaina e dei suoi derivati potesse avvenire solo dietro prescrizione medica. E nel 1936 il nuovo codice penale stabiliva pene da sei mesi a cinque anni per quanti "in modo clandestino o fraudolento elaborino, distribuiscano, somministrino sostanze narcotiche".
Sul territorio nazionale, obietti, e per le esportazioni? L'archivista si sfila gli occhiali dal naso, alita sulle lenti e le strofina con un fazzoletto. Poi sussurra: gli otto milioni di cocainomani che ci sono nel mondo non sono un affare colombiano.