No al divieto
lettera a "La Repubblica" del 30/03/95 - pag. 10 in basso a sinistra
di MARCO PANNELLA (*)
Ristoranti, bar, circoli, tassì, altri luoghi "aperti al pubblico",
devono essere autorizzati o vietati? Ove fosse accertato
scientificamente che impianti di aerazione o di depurazione eliminino
il rischio di fumo passivo, anche in un luogo di lavoro comunque
aperto al pubblico, il divieto avrebbe ragione di esistere? In
un'abitazione privata - che è anche luogo di lavoro per i
collaboratori o per chi assicura la cura del luogo - nella quale
possono esservi bambini, anziani, infermi è un diritto, una facoltà, o
deve essere vietato? In un Congresso di associazioni di fumatori -
vista la presenza di personale addetto al funzionamento logistico e
tecnico - si potrà fumare o no?
E, all'aperto, negli stadi o allo zoo, al mare o in montagna, sulle
terrazze dei locali pubblici?
La "ratio" della proibizione, del "vietato", è nel non nuocere ad
altri, nel circoscrivere la facoltà di soddisfare le proprie esigenze,
i propri bisogni, i propri gusti, i propri privati vizi e virtù senza
ledere la sfera dei diritti altrui. O è altra? E' qui che occorre
intendersi, con tolleranza e con pacatezza.
Vorremmo che non si assistesse allo scontro fra drogati e paranoici,
fra virtuosi e viziosi, fra vittime non consenzienti e i loro perversi
assassini o torturatori; e, come altrove, alla rassegnata e vergognosa
resa ufficiale dei "deboli" ai "forti", al loro passaggio alla
clandestinità e l "mercato nero".
Vorremmo che la politica della riduzione del danno, da noi
contrapposta puntualmente, culturalmente, politiccamente ai
proibizionismi, illusori prima ancora che violenti e intolleranti, di
fronte ai fenomeni (e spesso flagelli) sociali di grande ampiezza -
divorzio, aborto, droga, violenza - fosse accettata anziché una volta
di più rifiutata fino alla catastrofe.
Regolamentare, controllare, dissuadere, secondare quel che si ritiene
auspicabile; favorire così il confronto sui fatti fra le tesi, gli
interessi, i riflessi contrapposti, come abbiamo con tanto successo
civile e di pratica sociale ottenuto con il divorzio e con l'aborto.
Convincere, non illudersi di "vincere". I fondamentalismi (rossi,
neri, verdi che siano) danno risposte letali, a sé, agli altri, alle
società; ma corrispondono a istinti primordiali di paura e di morte.
Illusori nella realtà pratica.
La droga, il vizio dell'intolleranza e della violenta imposizione di
quel che si ritiene essere la (propria) virtù, vanno combattute con la
nonviolenza e il dialogo, con intransigenza e tolleranza. Ma vanno
combattute senza esitazioni, senza mai sottovalutarne la portata.
Per mio conto, l'ho già fatto, rifiutandomi di ipocritamente non
fumare in pubblico, per fumare solamente in privato. Ho già
dichiarato, da tempo, che l'ultima mia sigaretta, eventualmente, la
fumerò in pubblico, non di nascosto. Si sappia, poichè sono
personaggio pubblico, che ho questo privato "vizio".
Stiamo studiando le concrete azioni da compiere. Molto presto
decideremo tattiche e strategia di regolamentazioni nuove, adeguate, e
di politiche di riduzione del danno. Sulle "droghe", sinistre e destre
"per bene" cominciano a muoversi nella nostra direzione. Fiutano il
successo. Ben vengano. Ma non ricomincino - per compensazione - da
zero con la droga tabacco.
(*) presidente dei "Club Pannella-Riformtori"
----------------------------------------------------------------------
Segue l'opinione della redazione di Repubblica
----------------------------------------------------------------------
Questione di fumo
Fumo sì, fumo no. Per prima cosa, cerchiamo di evitare una guerra di
religione. E poi, non ne facciamo una questione di principio per
aprire un'inutile caccia alle streghe. Vizio o piacere, innocuo o
nocivo, il fumo è comunque un diritto soggettivo, una scelta
individuale, un fatto privato. Che si tratti della sigaretta, del
sigaro, della pipa o dello spinello, in questo campo ogni forma di
proibizionismo non è soltanto illegittima, am anche inefficace e in
certi casi rischia addirittura di diventare controproducente.
Sul piano scientifico, si può discutere sul fatto che il fumo fa male,
che "nuoce gravemente alla salute", come si legge ormai sui pacchetti
di sigarette. E si può discutere anche sul problema delle quantità,
dei limiti di tolleranza, della concentrazione di nicotina. La
maggioranza degli esperti concorda tuttavia sulla pericolosità del
fumo, come causa riconosciuta di malattie respiratorie, cardiache,
vascolari e soprattutto come fattore scatenante del tumore. In
particolare, il mondo della medicina riconosce che il fumo fa male a
chi non fuma, cioè ai cosiddetti fumatori passivi, costretti a
respirare aria satura di fumo, in ufficio, nei locali pubblici o
altrove.
Questo è in effetti l'unico limite che si può imporre ai consumatori
di tabacco: il rispetto del prossimo. La libertà di fumare non deve
contrastare insomma con la libertà altrui di non fumare, con il
diritto alla salute o anche solo con il diritto a non ritrovarsi con
la bocca impastata di fumo, gli occhi arrossati e gli abiti
impuzzoliti.
Basta riflettere del resto sull'esperienza delle sale
cinematografiche, autentiche camere a gas per spettatori grandi e
piccoli fino a pochi anni fa, per rendersi conto che si tratta di una
misura tanto opportuna quanto praticabile. E pensare che all'inizio,
nel fuoco della polemica, qualcuno pretendeva di attribuire la crisi
del cinema proprio all'introduzione del divieto di fumare. A Prte il
fatto che spesso sono gli stessi tabagisti a invocare una proibizione,
per ridurre e limitare il numero delle sigarette, in fondo anche uesta
è una questione di costume: cioè di educazione, di tolleranza, di
mentalità e di abitudine.
Altrettanto vale per le droghe leggere. Anche se molti esperti
sostengono che la marijuana non provoca assuefazione né danni alla
salute altrui, uno spinello può disturbare il prossimo quanto una
sigaretta. La prospettiva della legalizzazione, rilanciata negli
ultimi giorni da un gruppo di intellettuali, ha iun fondamento e una
legittimità se l'uso delle droghe leggere rispetta gli limiti di
convivenza sociale reclamati ora per il tabacco. In entrambi i casi,
dev'essere garantita comunque la libertà di non fumare.
L'esperienza del proibizionismo contro gli alcolici, nell'America
degli anni Trenta, sta a dimostrare che non è certo questo lo
strumento più efficace per contenere un consuno di massa diffuso e
radicato. Dal fumo alla droga, dalla sigaretta allo spinello, fino
alle droghe pesanti, molto più funzionano le campagne sociali
d'informazione e dissuasione. Ecco uno dei tanti campi in cui la
televisione, e in particolare la pubblicità televisiva, possono
svolgere un ruolo sociale di primaria importanza.
--- MMMR v3.60unr