AVVENIRE - 31/03/95 - pag. 9
di Luigi Ciotti
La proposta avanzata da alcuni studiosi e politici di legalizzare i
derivati della cannabis (hashish e marijuana) ha avuto certamente un
merito: sollevare il coperchio su una realtà che di fatto esiste, che
è diffusa, e che le prese di posizione di principio o il solo vietare,
punire e condannare, non sono riusciti a contenere. In altre parole:
siamo davanti ad un comportamento diffuso soprattutto tra adolescenti
e giovani e che si presenta anche come trasgressione, come
provocazione, come ricerca, come evasione e che utilizza, oltre o
insieme ai tradizionali percorsi legali, anche quelli illegali.
La vera posta in gioco, di conseguenza, non è un astratto concetto di
legge o di educazione, ma quanto siamo disposti ad interagire con
queste trasgressioni e con queste legittime domande di responsabilità
e di evasione dei nostri ragazzi; quanto siamo disposti a confrontarci
con questa realtàò senza semplicemente bollare come criminali queste
richieste o denunciandole come sola mancanza di valori.
Semplificazioni e scorciatoie che non servono.
Interagire, dicevo. Non vuol dire avallare tutto, diventare
permessivisti ad oltranza o condannare in termini allarmistici e
perentori. Ciò che in qualche modo i ragazzi - e parlo di tutti i
ragazzi - ci chiedono è capire perchè anche (o proprio) sulle droghe
leggere c'è un così deciso accanimento da parte del legislatore e di
molti educatori e genitori mentre su altre droghe come alcool,
psicofarmaci, tabacco o altre forme di dipendenze come il gioco
d'azzardo - "gratta e vinci", per fare un solo esempio - così
altrettanta assenza o addirittura supporto legale per diffonderle,
pubblicità compresa. Ci chiedono di circoscrivere un dato e un fatto
per affrontarlo poi con argomenti ragionevoli, con pro e contro
precisi e , possibilmente, senza urla, senza condanne che offendano
l'altro e senza mistificazioni delle tesi in questione. Anche questo
può essere un prezioso servizio dui civiltà, di cittadinanza e di
democrazia che, come adulti, siamo chiamati a favorire e a proporre.
In parole semplici: non vogliono, questi ragazzi, ulteriori prediche,
preferiscono essere aiutati a capire. Con serietà e serenità.
Un primo dato è questo: il consumo di sostanze legali e illegali
dobbiamo imparare ad affrontarlo. C'è, è presente, è diffuso e non
coinvolge solo ragazzi e nemmeno solo quelli più svantaggiati.
Interessa ogni ceto sociale ed ha investimenti simbolici decisamente
diversi tra loro. Ciò che conta di più è distinguere, non
criminalizzare genericamente ogni tipo di consumo e prestare molta più
attenzione alle persone che non al tipo d sostanza assunta. Da questo
punto di vista se l'investimento simbolico è lo "sballo", la fuga o
l'allontanamento dalla proprie responsabilità, non ha nessuna
importanza se la sostanza è legale o illegale. Proibire una sostanza
(per lasciarla al mercato nero e fare sì che ci si orienti su sostanze
legali) non serve. Il vero aiuto, in questo caso, è costruire
opportunità educative concrete, credibili e articolate.
Due. Legalizzare non vuol dire, nella proposta in questione,
incoraggiare, favorire o difendere l'uso di una sostanza piuttosto che
un'altra e nemmeno illudere i giovani che esista una droga "buona".
Nessuno può sostenere, in buona fede, una simile equazione. La
proposta di legalizzazione mira, molto più modestamente, a
regolamentare un mercato di fatto presente per impedire che chi
consuma sostanze leggere sia indotto e costretto, dallo stesso mercato
nero a cui ricorre, a consumare anche sostanze pesanti. Può
significare evitare che si crei identità di "tossici" in chi di fatto
non è tale (per lui e per familiari e amici vicini); può essere invito
a ripensare il senso della libertà individuale senza per questo far
venire meno istanze di bello, buono, giusto e vero. Detto in altri
termini: educare, rendere liberi e irrobustire la capacità critica di
ognuno non è, di per sé, un compito in contraddizione con una proposta
di regolamentare il consumo di sostanze tutt'ora illegali. Se così
fosse dovremmo essere dispensati dal disincentivare l'abuso di alcool
in qualsiasi età o condizione. Dissuadere, denunciare tossicità,
pericoli o rischi per sé e per gli altri che l'abuso di alcune
sostanze può generare (penso alla guida di autoveicoli e al dato
allarmante che in Europa muoiono ogni anno più di diecimila persone
per guida in stato di ubriachezza), è e resta dovere a cui nessuno può
sottrarsi. Senza illudersi che basti proibire o punire per educare.
L'esperienza ci ha ormai abbondantemente confermato che così non è.
Terzo. Un sereno e serio dibattito sulla legalizzazione di queste
sostanze non dispensa nessuno dal continuare con determinazione
percorsi educativi seri e concreti. E' proposta che esige gradualità,
valutazione di tutte le componenti in gioco, comprese quelle
internazionali, attenzione alle varie questioni sollevate e sforzo per
non dimenticare che evitare sofferenze, discriminazioni,
clandestinità, sfruttamento o sopraffazioni di ogni genere sono un
contributo alla vita e alla cultura dei valori. Non disperdere queste
risorse e queste energie, non banalizzare queste riflessioni e
continuare a cercare le strade migliori per tutti e per ciascuno è
forse ciò che si aspettano anche i nostri ragazzi.
--- MMMR v3.60unr