26 Maggio 1996, pag. 23 (foto Bonino)SERVE UNA FORZA D'INTERVENTO UMANITARIO
Non dobbiamo dare tregua ai criminali di guerra. E bisogna estendere il diritto d'asilo.
Insieme alla solidarietà internazionale, quello che gli operatori umanitari chiamano l'»effetto Cnn ha strappato i "boat people" liberiani al loro incubo. Voglio dire che, non fosse stata drammaticamente diffusa in tutto il mondo per giorni interi, l'angosciosa vicenda dei profughi liberiani in balia del mare e di una nave quasi pirata non si sarebbe probabilmente conclusa tanto in fretta.
Rimasti impassibili di fronte alle pressioni politiche e alle lusinghe finanziarie della comunità internazionale, infatti, i governi africani che rifiutavano di dare asilo ai profughi sono crollati solo sotto i colpi di una campagna dei media che ha commosso il mondo.
Questa forza benefica della televisione mi rallegra solo in parte. Perché alla potenza dei mezzi di comunicazione fa riscontro ancora una volta la vulnerabilità - in certe circostanze - dell'azione umanitaria internazionale. Il »caso Liberia dimostra come l'egoismo di alcuni Stati del Golfo di Guinea abbia per qualche giorno impedito alla macchina umanitaria dell'Unione europea, di gran lunga il principale donatore mondiale di aiuti di emergenza, di esercitare (insieme alla Croce Rossa e all'Onu) il suo diritto-dovere di soccorso.
C'è una nuova realtà, nei conflitti contemporanei, con cui fare i conti. Si assiste da alcuni anni in varie parti del mondo, dalla Cecenia al Burundi, a guerre piccole ma spietate, dove ogni regola è stata abolita, ogni »spazio umanitario cancellato. E' un ritorno alla barbarie statisticamente provato: all'inizio del nostro secolo le vittime civili delle guerre non superavano il 10/15 per cento delle perdite complessive; alle soglie del nuovo millennio le vittime civili sono circa l'80 per cento dei morti. Né ci sono grandi speranze di risolvere a breve termine conflitti ormai cronicizzati (come il liberiano) dove l'inadeguatezza degli strumenti diplomatici si somma al forte desiderio di sopraffazione delle parti in causa.
Che possiamo fare noi europei? Almeno due cose, a mio giudizio. Accelerare studi e preparativi, già in corso, miranti a dotare la nostra macchina umanitaria di una sua »forza di autoprotezione , che garantisca sempre e comunque l'accesso alle vittime, in condizioni di sicurezza. L'intervento d'emergenza, infatti, per essere tempestivo ed efficace, deve poter disporre di »spazi umanitari entro i quali soccorsi e soccorritori debbono poter muoversi liberamente, al riparo da vessazioni e violenze. E se i belligeranti non garantiscono tali spazi, i soccorritori devono avere il diritto di aprirseli da soli.
Un secondo obiettivo, che assumo come impegno, è quello di sollecitare - di fronte alla violazione sistematica delle Convenzioni di Ginevra - un nuovo quadro giuridico di riferimento, che fornisca alla comunità internazionale nuovi e più efficaci strumenti di giustizia: come un tribunale internazionale permanente (che persegua in ogni parte del mondo i responsabili di crimini di guerra, riducendo quel senso di impunità che perpetua le tensioni); o come un'estensione del diritto di asilo, che restituisca la speranza a milioni di profughi che non hanno alcuna possibilità di tornare in patria.