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Conferenza Movimento club Pannella
Partito Radicale Mauro - 16 luglio 1994
DIRITTO E DELIRIO

La valanga di reazioni al decreto Biondi è l'ennesima manifestazione del delirio collettivo che - grazie al comportamento fazioso, mafioso e antidemocratico della quasi generalità dei mezzi di informazione di massa e di parte della magistratura - è ormai diventato elemento essenziale e pregnante della politica italiana.

E' possibile che in questo paese non sia possibile analizzare, ma anche soltanto vedere le cose nella loro giusta dimensione?

Una semplice, dico semplice, analisi della questione permette di capire che non ha il minimo senso parlare di "colpo di spugna", di "impedimento delle indagini", di "offesa per i più deboli".

La baraonda che si è scatenata è altro dal confronto democratico, è altro dalla divergenza di idee. Rientra infatti nel consueto atteggiamento di demonizzazione dell'altro, dell'altra parte, le cui idee sono sempre e comunque non solo sbagliate, ma frutto di opportunismo o peggio di malafede o di demenza e quindi meritevoli di essere non (magari) contestate, ma derise e bollate con marchio di infamia.

Il fatto è soltanto uno: il Governo ha deciso di sostituire un tipo di provvedimento di custodia cautelare, la detenzione in carcere, con un altro, gli arresti domiciliari.

Risultato: la magistratura non viene affatto impedita di compiere il suo dovere e il pericolo di inquinamento delle prove che viene tanto invocato non esiste più di quanto non esistesse prima. Come può, infatti, un individuo che si trovi agli arresti domiciliari (e quindi isolato, impossibilitato a ricevere altri individui, impossibilitato a usare il telefono) inquinare una qualsiasi prova a suo carico?

Altro è considerare il provvedimento del governo dal punto di vista giuridico: è infatti evidente la discrepanza insita nel considerare gravi - e quindi meritevoli di essere compresi tra le eccezioni contemplate dall' art. 2, comma 1b - delitti quali il vilipendio di cadavere per cui è prevista una pena di circa un anno di reclusione, e meno grave la concussione, per la quale sono previsti da quattro a dodici anni di reclusione.

Le strade sono quindi due: o estendere il divieto di uso della custodia cautelare in carcere anche a quei delitti per i quali il codice penale non prevede una pena eccessivamente elevata, oppure includere tra le eccezioni al divieto i reati contro la pubblica amministrazione. Questa è la scelta, queste sono le argomentazioni su cui fondare la stessa, al di là dei polveroni, delle accuse di interessi più o meno leciti e dei linciaggi.

 
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