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Conferenza Movimento club Pannella
Sawicki Jan - 6 settembre 1994
LIBERTA' DI STAMPA

Leggevo nei giorni scorsi un periodico, Reset, che ambisce a occupare un nuovo spazio all'interno della stampa colta, progressista e "liberal". Nell'editoriale, il direttore, Giancarlo Bosetti, faceva proprie alcune idee su Berlusconi confidategli da un manager che ha rifiutato con presunta lungimiranza di appoggiare politicamente il Presidente del consiglio. Berlusconi, era stato previsto, avrebbe commesso presto gravi errori politici (e così poi è stato), non certo per inettitudine o per inesperienza, bensì a causa degli enormi interessi privati non solo suoi, che, volente o nolente, è chiamato a garantire a beneficio di un entourage che ha lavorato per lui in campagna elettorale, e in modo non certo disinteressato.

E' vero che la democrazia è il regno dell'incertezza, come si sostiene su Reset, e che i vincitori di oggi possono rapidamente diventare gli sconfitti di domani. E anch'io, dopo il 28 marzo, mi sono interrogato sulla solidità o fragilità della maggioranza politico-elettorale uscita a sorpresa dalle urne, in controtendenza con quanto dicevano gli ultimi due anni di sconvolgimenti politico-giudiziari e risultati delle più recenti tornate amministrative. Dopo aver dubitato, ho concluso che, anche se Berlusconi non si è affatto impadronito del paese (tanto per risollevare gli sconfitti dalle loro profezie apocalittiche), e, anche se la sua posizione personale è probabilmente esposta, come ha detto Taradash, alla prima lupara giudiziaria, tuttavia qualcosa di duraturo è cambiato nel paese. Ed è questo che probabilmente tormenta le coscienze del mondo "progressista", e a ragione. Berlusconi potrebbe anche cadere in disgrazia, e varie alchimie sono possibili per tornare in sella, ma un'altra cosa è quando ci si p

resenta davanti al giudizio degli elettori. E in questa fase ritengo che l'attuale maggioranza di centro-destra (se sarà riformatrice è un altro discorso) sia una realtà consolidata che non può facilmente essere scalfita dalle sventure dei singoli. E se vi sarà una nuova ondata di demagogia populista (come quella contro la politica garantista, anche se intempestiva, del governo in materia di giustizia, spacciata da un blocco di potere emarginato dal voto popolare per complicità con una presunta recrudescenza di Tangentopoli, e con un ceto politico distrutto dalle inchieste giudiziarie e spazzato via definitivamente nella coscienza del paese; e in questi giorni si profilano nuovi rischi ), bisogna dire energicamente a questa "sinistra" dei salotti colti e agli intellettuali che se ne mettono da sempre a capo, senza rinunciare a ricorrere, contro l'avversario politico, ad argomentazioni assai poco "intellettuali", sperando di poter meglio sedurre le masse che in fondo hanno sempre disprezzato, occorre dire lor

o che l'arma di questa demagogia stupida d'ora in poi sarà sempre più tenuta in pugno dalla componente di destra interna all'attuale maggioranza. E perché? La sinistra liberale, libertaria, liberista e umanitaria, l'altra sinistra insomma, può tentare di suggerire una risposta a questo quesito. Semplicemente, l'aggressione personale, la criminalizzazione dell'avversario, l'uso di argomenti puramente moralistici ed "etici" contro di esso, persuadendo la gente che i provvedimenti del governo siano volti solo a privilegiare una cricca di potenti, l'antiliberalismo e tutto il resto, non hanno mai fatto né faranno una sinistra. Anzi, tutto ciò può solo essere il cemento di una vecchia destra, quella che in Italia ha sempre incontrato i maggiori favori. La destra populista, clericale e antiambientalista (vedi Matteoli), corporativista, statalista, che esalta (vedi Bankitalia) un malinteso primato della politica sull'economia, antigarantista e antiliberale, la destra cui Berlusconi sta delegando sempre maggiore ini

ziativa, la destra che si propone di farsi essa il "partito dei giudici" in sostituzione dei fallimentari PDS e Rete, la destra che si lamenta che sia un avvocato a fare il ministro della giustizia e propone di sostituirlo con un pubblico ministero in testa alle classifiche di popolarità, quella destra pericolosa più in letargo dentro che scongiurata dall'avvento di Alleanza Nazionale (che pure ha mostrato segni di rinnovamento importanti rispetto al passato, e che non merita di essere liquidata come "fascista" in modo strumentale per attaccare chi l'ha chiamata al governo). Ecco chi rischia di beneficiare, e i sondaggi lo mostrano sempre di più, di nuovi rigurgiti di populismo alimentati ad arte. Ma la "sinistra" ci è ricascata anche dopo due sconfitte elettorali, e in occasione del decreto Biondi-Maroni si è fatta forte, oltre che del proclama Di Pietro, dei commenti sarcastici o indignati della stampa estera in occasione dello stesso decreto, mostrando ancora un machiavellismo miope misto ad un grande pro

vincialismo: l'azione del governo, benché inopportuna nei tempi e nei modi, avrebbe posto un argine ad una situazione di abuso giudiziario che i paesi da cui provengono i corrispondenti dei giornali presi a modello per svergognare il governo non potrebbero mai tollerare. Anzi, per qualcuno di questi paesi, la limitazione severa della carcerazione preventiva e il divieto dell'uso di galera e annessi come metodo per estorcere confessioni (contro il pretesto del rischio di inquinamento talora impossibile delle prove) sono stati tra i fondamenti della costruzione di una convivenza civile.

Con questo sfogo ho voluto esprimere lo sgomento che mi ha assalito leggendo periodici di area progressista o "liberal", dove ci si intrattiene piacevolmente sulle coordinate politico-geometriche del fiorellismo, annoverato tra gli artefici del successo del Polo delle libertà (silenzio sull'ultimo Jovanotti progressista, ma partorito dalla TV berlusconiana madre di tutti i peccati), dove si afferma che la televisione è naturaliter di destra, dove si rimproverano gli elettori di volere una società da supermarket, dove si vuole ancora negare o marginalizzare la corresponsabilità della sinistra di potere nel dissesto della finanza pubblica. Leggendo tutto questo è cresciuto in me il desiderio di conoscere meglio la legislazione e la dinamica dell'editoria, della distribuzione e dell'Ordine corporativo che hanno affermato, come dice Pannella, la libertà "della"stampa costituita di scrivere negli anni quella enciclopedia sovietica che può efficacemente seguitare a oscurare le coscienze soprattutto delle giovani

generazioni in merito al passato recente di questo paese.

Mentre la libertà "di" stampa è diventata sempre più una

formula astratta, buona per i gargarismi dei padroni dei vari partiti irresponsabili. Devo rammaricarmi che questo tema fondamentale non sia oggetto di alcuno dei nostri referendum liberisti (a proposito, ma la stampa colta quando comincerà a misurarsi su questi temi, o spera che non se ne parlerà mai?). Spero che anche su Agorà si possa aprire un dibattito sul tema; mi auguro inoltre che, se qualcuno ha avuto la pazienza di sorbirsi questo bell'intervento, possa essere anch'egli interessato a dare vita ad un club per la libertà di stampa, idea cui stiamo lavorando insieme ad Andrea Bernaudo.

 
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