Fondo di prima pagina di Angelo PanebiancoPANNELLA, IL PARADOSSO DI UN LEADER
Digiuno dimezzato
Marco Pannella ha forzato prima di sospendere lo sciopero della sete per ragioni mediche, molto al di là di quanto non abbia fatto in passato, la capacità di resistenza del proprio fisico. Lo ha fatto come nel caso di tante altre sue proteste meno radicali di questa, per chiedere/pretendere informazione su una sua iniziativa politica, la campagna per i diciotto referendum. Penso di sapere alcune cose su Marco Pannella che mi pare giusto comunicare ad un più alto pubblico. Io credo che non si riesca a spiegare molto delle scelte e delle azioni di Pannella da diversi anni ad oggi se non si parte da una constatazione: il peso crescente che su di lui, da un certo momento in poi, ha cominciato a giocare l'angoscia dovuta alla percezione di quello che gli appare come un mancato "riconoscimento". Mancato riconoscimento da parte della classe dirigente del paese innanzitutto, e da parte della maggioranza dei cittadini, del ruolo che la sua personale azione politica ha avuto nella storia della Repubblica, del molto c
he, nell'arco di qualche decennio, quell'azione ha spostato in termini di leggi, costumi, atteggiamenti. Per un uomo che ha sempre fatto coincidere, senza residui la vita con la politica, e la politica con la vita, la percezione di questo fatto, di essere, nella coscienze e nella memoria collettiva, una sorta di desaparecido, qualcuno di cui tanti, forse i più, ignorano che in realtà davvero sia e che cosa abbia fatto o ne conoscono al più un'immagine, o meglio una maschera, che Pannella giudica come deformata e menzognera, non può che costituire un dramma. Ma si tratta di un dramma, come dirò fra breve, di cui, almeno n parte, è egli stesso responsabile o che comunque era già in partenza iscritto nei modi, nei mezzi e nei fini della sua azione politica.
C'è certamente qualcosa di paradossale nel rapporto fra Pannella e la storia recente di questo paese. L'uomo che per decenni ha più duramente combattuto le pratiche spartitorie della Prima Repubblica (come stanno a testimoniare, per esempio, decine e decine di denunce da lui presentate nel corso di tanti anni in quasi tutti i tribunali d'Italia - e regolarmente archiviate - molto prima che esplodesse Mani Pulite), l'uomo che ha sempre rifiutato i tanti inviti a prendere anche lui un posto a tavola, l'uomo che senza mai controllare né televisioni, né cooperative, senza "amici" nell'amministrazione, nella magistratura o nel parastato, senza nient'altro che un carisma personale, sempre alla testa solo di poche centinaia di persone, riusciva ugualmente a fare politica e, almeno in certi momenti al più alto livello, quando il sistema politico da lui combattuto è crollato, non ha raccolto nulla di quanto per decenni ha seminato, non ne è uscito come vincitore morale, ma al contrario come figura marginale e margina
lizzata nel nuovo gioco, quello dell'era post-democristiana e post-proporzionale che andava a cominciare. Questo che potremo definire il "paradosso Pannella" ha una sua spiegazione. E la spiegazione ha a che fare con i limiti, inevitabili e insuperabili, del ruolo delle personalità singole, anche allorché esse abbiano in qualche modo tratti di eccezionalità in politica. Un singolo individuo, se dotato di grande intelligenza, capacità, fantasia e volontà d'acciaio, può incidere sulla vita di un Paese e la storia di Pannella, nei suoi momenti più felici, sta lì a dimostrarlo, ma poi, col passare del tempo, dell'azione di quell'individuo non resteranno che poche tracce destinate ad essere cancellate. Provate a chiedere a un qualsiasi ventenne o trentenne se sa che cosa è stata la Lid, la lega per il divorzio e che cosa ha significato nella storia di questo paese. E' certo che non lo sa. Oppure provate a chiedere in giro quanti sanno che fu Pannella, alla metà degli anni '80, a dare vita alla prima lega per la r
iforma maggioritaria (Lega a cui aderì, prima di prendere una sua strada autonoma Mariotto Segna). Tolti i pochi addetti ai lavori, non lo sa nessuno. E sono solo due fra i tantissimi esempi che si potrebbero fare. Ma di questo oblio Pannella, come dicevo, è il primo responsabile. E' frutto e risultato, al tempo stesso, delle sue virtù e dei suoi difetti (che sono grandi e vistosi almeno quanto le sue virtù), della sua forza e della sua debolezza. Le leadership politiche di successo, quelle che riescono ad affermare un'identità e a difenderla nel tempo, sono le leadership che sanno costruire non alleanze temporanee, ma "coalizioni" stabili e durature. Che costruiscono organizzazioni. L'organizzazione svolge due fondamentali funzioni. La prima, forse la più importante, è quella di creare un duraturo e il più ramificato possibile sistema di complicità. Le leadership di successo - chiedo scusa per l'apparente cinismo dell'affermazione che è poi in realtà nient'altro che realismo - sono quelle che riescono ad av
ere molti complici. E i complici si hanno solo se e quando si è in grado di distribuire benefici e prebende. Benefici e prebende che sono alla base del consenso che i beneficiati saranno disposti a costruire ed a orchestrare intorno al leader. La seconda ragione per cui a una leadership di successo è necessaria l'organizzazione è che essa è il mezzo mediante il quale la memoria del passato non si disperde, le identità si perpetuano. Ma Pannella, quale che fosse di volta in volta la sigla da lui utilizzata come veicolo della sua azione personale, non è uomo d'organizzazione, ossia di coalizioni durature. Egli è, sempre e soltanto, l'uomo delle alleanza temporanee (lo dimostrò all'inizio degli anni '80 quando fece scelta in seguito portarono non alla crescita, ma al progressivo svuotamento della sua principale creatura, il Partito Radicale). Tutto questo era in qualche modo inevitabile. E' un luogo comune fra coloro che lo conoscono dire che le virtù di Pannella sono l'altra faccia dei suoi difetti e che le pr
ime sono del tutto inscindibile dai secondi. Le virtù sono quelle di un liberale intransigente che, come alcune personalità liberali del XIX secolo, affida esclusivamente alla propria capacità d'azione individuale, le chances di successo della sua azione politica, ma lo fa in un modo che è molto diverso da quello del XIX secolo (il cosiddetto "istrionismo" di Pannella è esattamente questo: è il modo, forse l'unico possibile, con cui, nell'età dell'organizzazione, i contemporanei riescono a interpretare e catalogare l'azione di un individuo che agisce in quanto tale). I difetti sono quelli di un uomo che non ha mai saputo, potuto o voluto accettare gli "oneri" che la leadership impone, a cominciare da quelli della mediazione e del compromesso e che proprio per questo, al di là di contingenti successi, è inevitabilmente destinato alla fine al fallimento e alla marginalità. Credo che in qualche modo Pannella dovrebbe rassegnarsi a ciò. E al fatto che egli non può essere al suo posto da nessuna parte: né con la
sinistra che lo ha sempre detestato, né con la destra con cui ha ben poco e forse nulla a che spartire. Come mostra del resto, in controluce, proprio questo suo ennesimo tentativo referendario. Fatto apposta per antagonizzare tanto la destra ufficiale (sull'aborto o la liberalizzazione delle droghe leggere), quanto la sinistra ufficiale (sui referendum liberisti ed antisindacali). Alla ricerca di nuove, temporanee, alleanza trasversali, e di nuovi, e forse ormai impossibili rimescolamenti delle carte.
Ciò che è sempre stato evidente in Pannella, e lo è anche in questa vicenda, è la plateale sproporzione fra le ambiziosissime mete che egli ha sempre proposta a se stesso e agli altri e gli esilissimi mezzi di cui disponeva e dispone per realizzarle. Questa circostanza non è mai cambiata. In essa sta il limite principale di Pannella.