pagina 6DIGIUNANDO A PANE E POLITICA
Vent'anni di proteste. Tutti gli "scioperi" del leader radicale
di Raffaella Silipo
Marco Pannella e il digiuno. Vecchia coppia indistruttibile., sintomo di una "fisicità politica" per la cui comprensione è del tutto inutile il sarcasmo. Benché lo stesso leader riformatore se l'aspetti e giochi d'anticipo, sottolineando che "la mia non è certamente una dieta. Non mi sono mai illuso che queste cose facessero bene".
Marco Pannella e il digiuno. Singolare deformazione di un uomo cresciuto a "pane e politica", per cui il modo più naturale per dimostrare dissenso e protesta è staccare la spina con la vita, smettendo di nutrirsi. Un uomo le cui idee sono "nella pancia" ben prima che nella testa, tanto da trasformarsi in cibo, da diventare elemento indistricabile della sua salute ed equilibrio fisico. Pannella lo sa bene, e non per nulla dice: "Simbolizzo la sete di verità di questo Paese. Se esiste ancora un Presidente della Repubblica, può soddisfare quella sete con poche parole".
Pannella lo sa, magari ci marcia un po' sopra, ma forse il gioco gli ha preso la mano e non può più sottrarvisi, anche se ha sessantacinque anni, e il fisico non risponde più come un tempo. Perché come è diverso, malinconico, anacronistico, il Pannella che digiuna nell'anno di grazia 1995, dalle spettacolari e appassionate proteste degli Anni '70, dalle battaglie sui grandi temi libertari del divorzio, dell'aborto e dei diritti civili. Dal Pannella quarantenne che metteva a soqquadro la Camera nel 1976, deciso ad essere sempre e comunque intransigente oppositore, spina nel fianco del Palazzo. Dal Pannella dell'Hotel Minerva, camera 167, sdrucito teatro di tanti drammi, oggi ristrutturato e trasformato in Holiday Inn per turisti americani.
Pannella allora digiunava per protesta contro tutto, accanto a lui il fedele dottor Ennio Boglino, medico-fratello, a controllare il polso, il sangue, le urine, la lingua secca, i denti in via di decalcificazione. Accanto a lui anche, in senso figurato, tanti intellettuali ormai scomparsi, da Moravia a Pasolini, da Sciascia a Prezzolini, coinvolti nel suo modo nuovo e strano e corporeo di far politica.
Dopo un quindicennio di successi pagati a caro prezzo, di cinghia stretta con feroce determinazione, Pannella smette di digiunare. Sono i primi Anni '80 ed "ero fisicamente distrutto, con il metabolismo saltato". E così Pannella smette di mangiar politica, si immerge nelle parole. Ma gli resta il vizio nel sangue e nel 1991, vecchio adolescente indomito, torna a non mangiare per la Bosnia: protesta con tutto se stesso contro "l'aggressione militare serba tollerata e coperta dalla Cee e dalla Farnesina, per l'autonomia dei croati e degli sloveni, per le popolazioni del Kosovo".
E' come per il fumo, un digiuno tira l'altro. E così si arriva al gennaio 1994, con lo sciopero della fame e della sete di Giacinto detto Marco "in difesa dei cittadini ebrei e di tutti i cittadini sui referendum e sulle elezioni". In concreto il leader riformatore protesta contro la decisone di votare il 27 marzo, giorno della Pasqua ebraica, e contro la cattiva informazione offerta da Rai e tv sui suoi referendum. L'opinione pubblica resta fredda, gli onorevoli sorridono, Caponnetto parla addirittura di "digiuno delle brioches". Ma Pannella la spunta, ottenendo il prolungamento delle elezioni di un giorno e il quorum di firme per i suoi referendum.
Anche oggi Pannella la spunta, strappa di bocca a Scalfaro una mezza promessa, il massimo che ci si può aspettare dal Presidente. Perché c'è un'indubbia forza, una singolare violenza, nella "non violenza" di Pannella. Nel tollerante, aperto, libertario Pannella, che ambisce a diventare "sintomo" della malattia italiana, a prendere sul suo corpo i peccati della Repubblica, e per questo trasferisce la sua aggressività su se stesso, tanto da finire in ospedale. Ma quanta malinconia, in quella violenza. Stefano Benni direbbe: "Fa un gran magone, ma di quelli profondi".