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Conferenza Movimento club Pannella
Partito Radicale Angiolo - 29 aprile 1996
ALLE RADICI DI UNA SCONFITTA
di Angiolo Bandinelli

"L'Opinione" - 25 aprile 1996, pg.6

Agli inizi degli anni '70 era segretario del Partito Socialista Italiano Giacomo Mancini, tornato in queste settimane allla ribalta grazie alla condanna inflittagli per presunta associazione esterna alla mafia calabrese, un reato disegnato e costruito su misura dai "pentiti" di turno.

Mancini apparteneva, secondo la geografia politica di allora, alla corrente "autonomista" del partito, che auspicava un maggior distacco dall'onnipotente Partito Comunista Italiano. Era autonomista anche, per capirci, Loris Fortuna, uno dei padri di quel divorzio la cui introduzione tanto fece ritardare la saldatura della politica di "compromesso storico", o di "unità nazionale", perseguita da Berlinguer. Mancini sapeva bene che un ostacolo fortissimo alla crescita dell'autonomia del suo partito era la scarsità dei fondi. Già allora, i partiti erano affamati di quattrini, anche se in misura non paragonabile a quella di oggi. Grande elemosiniere del sistema politico di quegli anni era l'ENI, prima con Mattei e poi con Cefis. Con le sue elargizioni più o meno "a pioggia", l'ENI controllava ampi settori del parlamento: sia per garantirsi i fondi di dotazione necessari per pareggiare i propri bilanci sia anche per sviluppare un più ampio disegno politico. Tentando di sottrarsi all'abbraccio dell'ENI, Mancini cer

cò per il suo partito altre fonti di finanziamento.

La sua politica, di sostegno al divorzio, di promozione di una cultura "liberal", occidentalista ed europea, di embrionalle "alternativa" cominciò a dare fastidio. Un bel giorno, ecco scoppiare lo scandalo: giudiziario, naturalmente. Mancini venne accusato di aver ricevuto fondi neri dall'ANAS, la società che costruiva e gestiva le autostrade. Fu travolto da una campagna di stampa tambureggiante e dovette dimettersi da segretario del PSI. La sua carriera politica venne troncata, e il partito nelle mani delle correnti filocomuniste e del loro esponente più in vista, De Martino.

De Martino venne poi eliminato dalla sua stessa incapacità e da un grave insuccesso elettorale, e il partito fu conquistato da Bettino Craxi (con l'appoggio determinante di Mancini). Il nuovo, giovane segretario mise in atto una aggressiva politica, con l'obiettivo di sottrarre il PSI dalla subalternità al PCI di Berlinguer e successori. Cercò di ammodernarne la cultura rispolverando le correnti del socialismo utopico ottocentesco, puntò a coinvolgere i ceti modernamente produttivi con la trovata del "Made in Italy", manovrò per assorbire, con metodi anche brutali, i radicali di Pannella. Per ingraziarsi i "moderati", attuò impensate aperture verso la Chiesa offrendole a prezzi stracciati il nuovo Concordato e si diede persino a campagne moralizzatrici, come quella contro lo spinello facile e la "cultura permissiva". In positivo, accettò il referendum sulla scala mobile e quello per la responsabilità civile dei magistrati (che poi, purtroppo, liquidò in sede parlamentare respingendone i risultati). Il tutto

con iniziative a trecentosessanta gradi, spregiudicate e ricche di colpi di mano. Apparve così, per lunghi anni, potente e intoccabile e spesso vicino al successo sperato, cioè la disarticolazione del blocco di potere "cattocomunista".

Pur ricco di successi tattici, il progetto venne invece bloccato, e "l'onda lunga" della crescita del PSI si arrestò, avviando anzi un processo lento ma inesorabile di erosione delle fortune craxiane. Lui, Bettino Craxi, perse di mordente ed anzi parve abbandonarsi ad alcuni dei vizi della partitocrazia allora al suo culmine di spregiudicatezza. A quel punto a Milano, imbastito da Di Pietro, si aprì il processo contro un oscuro amministratore socialista e quel che ne è seguìto, come ben sappiamo, ha travolto le fortune personali del suo segretario e lo stesso Partito Socialista Italiano.

In molti sensi, è esatto dire che Berlusconi ha proseguito l'esperienza craxiana. Con il colpo di genio del coinvolgimento del MSI di Fini e della Lega di Bossi e la conseguente carismatica vittoria elettorale del 27 marzo 1994, Berlusconi dava concretezza e prospettiva al progetto "autonomista" di Mancini e di Craxi, spezzando finalmente l'asse portante della partitocrazia italiana, ieri poggiante sulla DC e ultimamente sul PCI/PDS. Il successo di Berlusconi ha fatto letteralmente "impazzire" il sistema, che per la prima volta si è visto non solo messo in forse ma battuto e sbaragliato. Nei due anni successivi, la sua opposizione a Berlusconi non è stata quindi una opposizione parlamentare ma ha dilagato nel paese e nelle sue strutture, dall'informazione ai poteri forti, massicciamente coinvolti nello sforzo di liquidare l'intruso e ripristinare gli antichi intrecci. Il voto del 21 aprile va letto in questa prospettiva.

Certamente, le differenze tra i tre tentativi, quello di Mancini, quello di Craxi e l'ultimo, il berlusconiano, sono assai grandi. Ma sarebbe stupido non voler vedere quanto i tre percorsi, nel profondo della loro strategia, abbiano avuto in comune. E certamente, anche, sarebbe impossibile ignorare quanto ad essi si intrecci ogni volta, più o meno originalmente e organicamente, l'esperienza radicalpannelliana, referendaria e dei diritti civili, in un rapporto di odio-amore, fatto di avvicinamenti come di repulsioni, di riconoscimento delle comuni matrici e delle comuni volontà politiche ma anche di gelosie e incomprensioni profonde, politiche e personali.

Ridurre la storia deli ultimi venti anni del nostro Paese a questo unico schema è sicuramente insufficiente, ma da esso non si può prescindere: solo tenendoci stretti a questa trama si possono con estrema facilità inserire altri elementi e tasselli, apparentemente inspiegabili e invece chiarissimi se letti attraverso questa maglia.

Nel momento in cui la sconfitta del Polo porta con sé la ricerca di colpe, di errori, di mancanze e di manchevolezze, tener presente precedenti e contesti più ampi sarebbe, anzi è, strettamente necessario se si vuole uscire dall'episodico ed arrivare, nel tempo che sarà necessario e senza abbandonarci a reazioni isteriche e cieche, alla costruzione di una nuova strategia adeguata a collegare e rendere finalmente vincenti questi grandi, necessari, sfortunati tentativi.

Angiolo Bandinelli

 
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