Articolo comparso sul "Manifesto" di Sabato 20/03/93.
Tengo a precisare che il 18 Aprile voterò "NO", sui referendum che riguardano la materia elettorale, in questo articolo sono condensate la maggior parte delle ragioni di questa scelta.
"PERCHE' IL SI' E' INQUINANTE" di Gianfranco Amendola
Non sono un esperto di elezioni nè, tanto meno, di riforme elettorali. A questo proposito, sono, comunque, del parere che nessuna riforma istituzionale e nessuna legge, di per sè, possa fare voltare pagina al paese, se non sarà accompagnata da una forte affermazione dei valori nella coscienza della gente. E da ambientalista sono convinto che, per voltare pagina veramente, non basta ripulire, razionalizzare e rendere sostenibile il tipo di sviluppo sinora imposto al paese, ma occorre ripensare tutto il nostro sistema di vita, avendo come punto di riferimento i veri bisogni dell'individuo, materiali e non. Partendo da queste premesse, ho deciso di votare No al referendum elettorale. Sia chiaro, senza insultare o demonizzare chi fa una scelta diversa. Ma sono giunto alla conclusione che un ambientalista (termine non sempre coincidente con "verde") non può che votare no.
Per varie, fondamentali ragioni. la prima è, appunto, la scelta dei nuovi valori. sembrerà paradossale ma oggi, in piena Tangentopoli, a me pare che votare Sì al referendum elettorale rischia, al di là delle intenzioni, di essere una scelta di non cambiamento ma di conservazione dei valori sino ad oggi dominanti. La diseguaglianza, ad esempio, e l'arroganza del potere verso le minoranze.
Ma soprattutto l'industrialismo e l'obiettivo della crescita solo economica e quantitativa, causa dello sviluppo distorto imposto al paese.
Non è certo un caso se la Confindustria si è immediatamente schierata con Segni e per il Sì, ed oggi già chiede nuove elezioni non appena avrà stravinto la battaglia referendaria. La Confindustria sa bene che questo è l'unico modo per continuare a imporre il suo sviluppo, nonostante Tangentopoli. Perchè, se pure è vero che con il sistema maggioritario uninominale dovrà cambiare i suoi uomini nella politica, è anche vero che, attraverso il controllo dei meccanismi che assicurano il consenso di massa, ne metterà altri dal volto diverso ma altrettanto convinti che l'unico indice di progresso di un paese sia la crescita del fatturato delle aziende. E nello tempo sa bene che, pur se i suoi partiti tradizionali perderanno voti, manterranno ugualmente la maggioranza grazie al nuovo sistema che l'abrogazione referendaria verrà a configurare. Non qualche estremista disinistra, ma gli uffici del Parlamento hanno recentemente dimostrato che, con una vittoria del Sì, la Democrazia Cristiana accentuerebbe addirittur
a il suo ruolo di partito di maggioranza pur dopo la batosta delle ultime elezioni.
Chi propone di votare Sì, del resto, configura lucidamente l'obiettivo di ripulire, razionalizzare e rendere efficiente il nostro sistema politico, ma non mette minimamente in discussione questo tipo di sviluppo ed i suoi valori di base. Lo stesso obiettivo di conservatorismo illuminato, peraltro, che caratterizza il modello clintoniano in America e l'Alleanza democratica di Segni in Italia. Del resto, ci sarà pure un motivo se tutti i partiti che fino ad oggi hanno governato sono per il Sì. E ci sarà pure un motivo se tutti i partiti dei politici indagati per Tangentopoli sono per il Sì. A meno di non credere veramente che essi sono così altruisti e pentiti da volere farsi spontaneamente eliminare dalla scena politica e dalla scena del potere. Peraltro, con buone prospettive di finire in galera. So bene, a questo punto, quale può essere l'obiezione di chi voterà Sì: è stato proprio questo sistema, con queste regole, a portarci al punto in cui siamo. E allora, se vogliamo uscirne, dobbiamo cambiarle, no
n riconfermarle.
Si tratta, a mio giudizio, di una argomentazione più suggestiva che reale. Infatti, in primo luogo occorre capire se veramente, e in quale misura, sono state le attuali regole elettorali le responsabili dei mali del nostro sistema politico. E, in secondo luogo, se la soluzione proposta (uninominale maggioritario) sia il rimedio migliore. Altri hanno già trattato su queste colonne i vari argomenti pro e contro. E non li ripeto. Vorrei solo aggiungere due considerazioni. Non conosco un solo parlamentare europeo soddisfatto del proprio sistema elettorale. Chi ha il maggioritario uninominale, tesse le lodi del proporzionale. Basta vedere il dibattito in corso in Gran Bretagna e in Francia in questi giorni. E non è certo un caso se pochi giorni fa il Parlamento Europeo si è espresso, a larghissima maggioranza, per il sistema proporzionale.
Ma l'argomento decisivo mi sembra un altro. Oggi, in Italia, in questa fase, non è più necessario inventarsi espedienti tecnici per uscire dalla palude di questi decenni. Direi, anzi, che questo è l'unico momento in cui siamo usciti, e per merito dei giudici (non dei politici), da questa palude. Sappiamo tutti che, se si votasse oggi, con il sistema attuale, gli italiani manderebbero a casa buona parte della vecchia classe politica e ridurebbero ai minimi termini i vecchi partiti di governo. Si ripeterebbe, cioè, il terremoto del 5 aprile, notevolente amplificato. E allora, se si volesse veramente girare pagina, si dovrebbe lasciare la più presto la parola ai cittadini per nuove elezioni, senza dare ai partiti ed agli uomini di Tangentopoli tempo e modo di correre ai ripari. Sarebbe, del resto, molto più corretto lasciare alla nuova classe politica del dopo-Tangentopoli il compito di valutare con credibilità se e in quale misura si dovrà intervenire per riforme elettorali ed istituzionali anche e soprat
tutto in funzione dei programmi e degli obiettivi politici su cui sarà eletta. Mentre appare chiaro che, votandoprima per il referendum, sarà molto diffcile rimetterne in discussione il risultato, che sarà tanto più rigido quanto più i Sì saranno plebiscito. In conclusione, se mi si consente una esemplificazione certamente fuori moda in tempi di trasversalismo spinto, è mia opinione che il massimo risultato dei Sì potrà esere l'alternanza. Chi vuole l'alternativa, oggi non può vhe votare No.
Vogliamo provare ad aprire, all'interno di questa conferenza, un dibattito sereno e costruttivo sui referndum elettorali?
Grazie, Francesco