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Conferenza Referendum
Radio Radicale Andrea - 11 aprile 1993
EFFETTI GIURIDICI DEL "SI'" al referendum sulle droghe

Il referendum sulla Jervolino - Vassalli e gli effetti di una eventuale vittoria del "Sì"

Intervento letto alla manifestazione "Fatti e misfatti della 162/90" tenutasi il 9 aprile 1993 a Perugia a cura di ARCISOLIDARIETA', CENTRO DI INIZIATIVA RADICALE, ORA D'ARIA, COOP.IL CAMMINO

di ANDREA MAORI

(Coordinatore del Centro di Iniziativa Radicale)

La campagna di raccolta firme su questo referendum, promossa dal Partito Radicale e dal Coordinamento Radicale Antiproibizionista, raccolta che portò a 725.000 firme, aveva registrato l'adesione di numerose e svariate forze politiche, testimoniando l'impegno di vasti settori della società italiana a riformare una legge i cui tratti illiberali non hanno solo contribuito a conformare la legislazione italiana sulla droga alla più stretta logica proibizionista, ma hanno anche e soprattutto, dimostrato la propria inefficacia a contrastare e contenere gli effetti della diffusione dell'uso di droghe.

Ma cosa è davvero il referendum sulla legge "Jervolino-Vassalli" sulla droga? E cosa cambierà con la vittoria del "Sì"?

Ecco qualche informazione in proposito.

Innanzitutto che cosa NON è il referendum. Non è il referendum sulla punibilità dei tossicodipendenti. Come sarà chiaro tra un minuto, questa definizione ripresa da molti giornali, è del tutto impropria.

Non è un referendum antiproibizionista. anche se è promosso dagli antiproibizionisti. La letteralità del quesito e le dirette conseguenze di una vittoria del "Sì" non porteranno alla legalizzazione.

Il referendum prospetta invece una svolta politica rispetto a quanto adottato finora in materia di droga.

Innanzitutto viene richiesta l'abolizione delle sanzioni penali per i consumatori, l'abolizione del criterio della "dose media giornaliera" e la restituzione ai medici dell'autonomia terapeutica.

La Convenzione di Vienna del 1988, ratificata dal Parlamento nel 1990, impone di sanzionare come illecito l'uso personale e non può essere sottoposta a referendum. Questo è un ostacolo che neppure il più libertario dei referendum avrebbe potuto superare. Infatti i trattati internazionali hanno valenza superiore alle leggi ordinarie, e come tali non sono abrogabili tramite referendum.

Perciò, anche in caso di vittoria del "Sì", la detenzione di sostanze proibite resterebbe illecita e passibile di sanzioni amministrative. Per questo il referendum, come accennavo prima, non è il referendum sulla punibilità dei tossicodipendenti.

Allora dobbiamo domandarci che cosa cambierà con la vittoria del "Sì".

Innanzitutto il tossicodipendente potrà farsi curare dal proprio medico di fiducia il quale potrà scegliere la terapia migliore, caso per caso, senza scontrarsi con disposizioni ministeriali ispirate a criteri non di salute ma di ordine pubblico.

Non sarà più possibile un decreto come quello con cui il ministro De Lorenzo ha nei fatti impedito la somministrazione del metadone.

Nello stesso spirito si aboliranno le norme che obbligano il medico di famiglia a segnalare ai servizi pubblici chi abbia fatto uso di sostanze proibite, costringendo quindi chi non lo ha scelto a essere "curato".

Come accennato, se passa il "Si" i consumatori di sostanze proibite non subiranno più, solo per questo motivo, una condanna penale ma solo una sanzione amministrativa.

Nessuno considera il carcere utile o educativo per un ragazzo che fuma qualche spinello o per il tossicodipendente. L'articolo 76 della legge e il criterio della "dose media giornaliera" sono, invece, l'autostrada verso la galera.

Da un lato l'articolo 76 prevede l'intervento di sanzioni penali nei confronti di chi fa uso personale di droghe. Si chiede, con questa parte del referendum, un vero cambiamento di cultura, che sottolinei l'accettazione di un principio di libertà, la libertà di scelta dei propri comportamenti.

Dall'altro lato cancellando il criterio della "dose media giornaliera" si stabilisce che è importante distinguere chi consuma da chi spaccia non sulla base della quantità di sostanza detenuta, ma sulla volontà o meno di cedere la sostanza ad altri. Perchè non è la sostanza ma il profitto a qualificare lo spacciatore come tale. Di conseguenza al giudice sarà restituito il diritto-dovere di punire il reato di spaccio sulla base dei fatti e l'amministrazione della giustizia potrà essere liberata dal peso e dal costo di decine di migliaia di processi.

Difatto, si tornerebbe ad una situazione simile a quella della vecchia legge, la n.685 del 1975 secondo la quale era lecita la detenzione per "uso personale" di sostanze stupefacenti in quantità "modica", cioè in una misura che la giurisprudenza aveva detrminato, pur con varie oscillazioni, in due o tre dosi giornaliere. Inoltre la detenzione di droga in quantità "non modica", era configurata come un reato di pericolo presunto: tanto è vero che il vecchio zrt.80 della legge ne escludeva la punizione ove fosse risultato che il detentore ne avesse fatto un uso esclusivamente personale.

Oggi, con l'attuale legge, il possesso di 15.000 lire di hashish o di 150.000 lire di eroina fanno scattare le sanzioni penali.

E quindi un processo, un processo d'appello, un eventuale ricorso in Cassazione. Un reato da poche decine di migliaia di lire si traduce in un costo di decine di milioni per la società. Risparmiando su tribunali e galere potremo avere più soldi per la sanità e per impedire che i tossicodipendenti si ammalino di Aids o di epatite.

Con l'abrogazione verrà cancellato il "manifesto ideologico" della legge, dove si afferma (articolo 72): »E' vietato l'uso personale delle sostanze stupefacenti e psicotrope . L'abolizione di questo articolo non avrà alcuna conseguenza pratica ma eliminerà un elemento di "morale di Stato" del tutto anomalo all'interno della tradizione giuridica dello Stato di diritto.

Inoltre non si creerà nessun vuoto legislativo. Per come è congegnato il referendum, dopo il 18 aprile non sarà obbligatorio mettere mano alla legge per adeguarla agli esiti della consultazione referendaria, tuttavia, la vittoria del "Si'", potrà dare impulso al processo di revisione della legge 162/90 perché si possa presto giungere a una politica realmente efficace contro il narcotraffico e contro la tossicodipendenza. Infatti, i risultati della legge non giustificano alcun ottimismo, e soprattutto contraddicono la speranza del legislatore di restringere e contenere la diffusione ed i margini di profitto del mercato delle droghe illegali, attraverso un più severo trattamento del consumatore.

Da anni, e anno dopo anno sempre di più, in Italia come altrove, gli apparati repressivi stanno acquistando maggiore peso nella vita dello Stato e sempre di più vengono introdotte nuove misure contro il crimine che finiscono per limitare la libertà di tutti e ridurre per tutti le dovute garanzie processuali.

Ma a tutto ciò non corrisponde affatto una riduzione del traffico della droga e del riciclaggio del denaro sporco: i sequestri incidono su quote marginali, oscillanti intorno al 10% dell'uno o dell'altro.

L'altissimo numero delle morti per overdose causate da eroina di strada avvelenata o troppo pura, l'altissima incidenza delle infezioni da epatite o HIV dovute allo scambio di rùsiringhe infette, trovano un tragico parallelismo nell'altissimo numero di vittime di scippi, furti, rapine, omicidi commessi da tossicodipendenti alla ricerca disperata di denaro.

Se il 70% dei malati di AIDS in Italia è formato da tossicodipendenti o ex tossicodipendenti, una cifra oscillante - a seconda delle regioni e delle aree urbane - fra il 70% e il 90% degli atti di violenza contro le persone è legata alla droga illegale.

Nelle carceri italiane il 35% dei detenuti è oggi ufficialmente definito tossicodipendente, ma lo stesso direttore degli istituti di pena, dottor Niccolò Amato, ha avvertito che la realtà è assai peggiore e che nelle carceri più affolate 7,8 detenuti su dieci sono tossicodipendenti.

Recentemente, lo stesso Amato ha parlato di 15.000 detenuti tossicodipendenti, a cui su aggiungono 4.000 sieropositivi.

L'organico dei medici nei penitenziari è "assolutamente insufficiente", afferma Amato, con 338 unità per una popolazione di 50.000 detenuti sebbene una legge di 23 anni fa ne avesse fissato il numero in 350.

Da quando la nuova legge sulla droga ha cominciato a funzionare a regime, il numero dei detenuti è raddoppiato, e l'incremento medio mensile è di circa 1500 unità, tre dei quali sono accussati di violazioni dirette della legge sulla droga o di reati "satelliti" (furti, scippi, rapine).

Se lo spirito della legge (alemno nelle intenzioni dei legislatori) era quello di conciliare il rigore e la clemenza, l'intransigenza e la ragionevolezza, bisogna avere il coraggio di affermare che questo tentativo è miseramente fallito.

Ciò che oggi della legge rimane, e ciò che nella legge funziona, è un dispositivo per metà repressivo e per metà paternalistico, che espone i consumatori ai rischi di gravissimi abusi.

Di conseguenza, avremmo voluto rivedere l'intero impianto di questa legge fondata sulla illiceità del consumo e la punibilità dei consumatori di sostanze illegali.

Non è stato possibile - come accennato prima - a causa di alcune convenzioni internazionali per le quali la Costituzione non prevede la possibilità di ricorrere al referendum.

Abbiamo pertanto isolato e richiesto l'abrogazione delle norme più inique, ingiuste, dannose.

Come antiproibizionisti, sappiamo dunque che con questo referendum non raggiungeremo il nostro obiettivo - una legge antiproibizionista - ma, se i "Sì" vinceranno, ragionevoli obiettivi saranno raggiunti.

Dunque, con la vittoria del "Sì" non si conquisterà neppure una blanda legalizzazione.

Eppure siamo fortemente impegnati in questa campagna per conquistare diritto e democrazia; per il rispetto del cittadino, sia esso medico o paziente; per coniugare scienza e politica, oggi che i medici - grazie a questa legge - vedono svilite le convinzioni e l'essenza stessa della professione medica, quella di operare in scienza e coscienza.

Questo referendum costituisce una barriera per difendersi sia da chi ritiene che il "sano" abbia ragione e potere sul "malato", che da chi usa la forza, per punire o per educare mentre crediamo debba prevalere la capacità di convincere. Siamo peraltro consapevoli che il risultato referendario non sarà sufficiente nei confronti della criminalità, verso la quale l'unica guerra possibile la si può combattere a partire dal porre sotto il controllo dello Stato le sostanze illegali.

Sostanze che pur avendo in natura un valore di poche lire, grazie all'attuale politica proibizionista, acquistano un valore di mercato altissimo, incrementando così la criminalità. Il proibizionismo, inoltre, crea una spirale perversa che perpetua lo stereotipo del frutto proibito che, com'è noto, è sempre il più ambito.

Siamo dunque consapevoli che con questo referendum non potremo cambiare come vorremmo l'attuale politica sulle "droghe".

Per questo vorremmo che anche i nostri avversari, i cultori del punizionismo, non caricassero questo referendum di valenze che non ha, ma si attenessero alla sua letteralità e alle sue dirette conseguenze.

Il referendum non è quindi una bacchetta magica che tutto risolve, ma almeno una strada altra rispetto al fallimento di una legge in presenza della quale le carceri si sono gonfiate, morti e malati nonchè suicidi sono sotto gli occhi di tutti, mentre il narcotraffico allegramente prospera e ingrassa.

Abbiamo tutti un grande bisogno di ricucire la frattura che si è creata dal momento in cui si è inteso percorrere un cammino fondato su di una scelta ideologica totalmente avulsa dalle ricerche scientifiche sanitarie, economiche, criminologiche.

Crediamo, noi antiproibizionisti, nella ragionevolezza delle sperimentazioni: il resto aggiunge dolore al dolore e violenza alla violenza.

 
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