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Rossetti, l'uomo di Fastweb che sta ancora in carcere

• da Il Riformista del 3 giugno 2010

di Jacopo Matano

 

E «Perché sono ancora qui dentro?». Cento giorni esatti, trascorsi in 20 metri quadrati. Quella di Mario Rossetti è una storia di ordinaria carcerazione preventiva, nell’Italia dei 68.700 detenuti, che raggiungeranno i 70mila nel mezzo dell’afa estiva. Una delle 1.700 storie del carcere romano di Rebbibia, che poi dovrebbero essere 1.200, ovvero la capienza regolamentare di una struttura in continuo esubero.
46 anni, ex direttore amministrativo e finanziario (Cfo) di Fastweb, arrestato su mandato dei pm di Roma per frode fiscale, Rossetti è sottoposto al divieto di incontro con i coindagati. Il combinato disposto con il sovraffollamento ha dato origine a un paradosso: se non avesse scelto di condividere la cella con altri cinque detenuti sarebbe, praticamente, in isolamento. «Non può andare a messa, non può frequentare molti dei corsi. E poi non ha diritto a ricevere le visite dei familiari nell’area verde», racconta la deputata
radicale Rita Bernardini, che ieri l’ha incontrato nel carcere romano. Rossetti ha deciso che i tre figli resteranno a Milano: non vuole vederli tra le sbarre. Per gli stessi divieti dispone solo di un’ora d’aria la mattina. Che per uno che soffre di claustrofobia - accertata dai medici della direzione sanitaria del carcere - non è proprio il massimo. I suoi due incubi: l’incertezza e il blindato che il 7 giugno dovrà accompagnarlo a piazzale Clodio quando il tribunale giudicherà sull’appello contro l’ordinanza che ha respinto l’istanza di scarcerazione. Spazi bui, stretti, senza luce, in movimento. Sceglierà di non andare.
Rossetti è stato arrestato il 23 febbraio, il giorno dello tsunami Fastweb-Telecom Sparkle, dello scandalo Di Girolamo, di Silvio Scaglia latitante poi rientrato in Italia. L’accusa è quella di aver partecipato all’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale nell’ambito delle operazioni Phuncards e Traffico Telefonico: la vendita di carte telefoniche e servizi telematici con traffici inesistenti, che avrebbero consentito alle società debitrici dell’Iva di non versare il tributo. Gli inquirenti si concentrano, in particolare, sulla prima operazione, che si è svolta nel 2002-2003, ovvero nel pieno della direzione amministrativo-finanziaria dell’indagato, durata fino al 2005.
«Mario Rossetti, uomo di Scaglia, era stato messo al corrente sia della redditività del business sia degli eventuali problemi regolamentari e legali connessi» scrivevano i giudici del tribunale del riesame nelle motivazioni per tenere in carcere il fondatore di Fastweb. «Nel 2003, malgrado l’alta redditività, il servizio Phuncard fu interrotto su iniziativa di Rossetti che era ben al corrente di tutti i rischi connessi da lui stesso riferiti al capo supremo Scaglia». Al "capo supremo" è andata meglio: dopo ottanta giorni ha ottenuto i domiciliari. Rossetti, invece, è ancora dentro. «Tralasciamo gli indizi di colpevolezza, che comunque riteniamo insussistenti. Sulle esigenze cautelari: a nostro avviso non ce ne sono», spiega il legale. «Non ha mai fatto nulla da cui si potesse desumere un pericolo di fuga. Quanto alla reiterazione dei reati: non ricopre più il ruolo di Cfo da cinque anni. Poi c’è l’inquinamento delle prove, su cui la legge impone che dovrebbe essere ravvisato un pericolo concreto e preciso, che non sussiste». La prima istanza di scarcerazione, il gip Aldo Morgigni l’ha respinta il 18 aprile scorso. La seconda si vedrà.
Il caso Rossetti, per i radicali, è il sintomo di una «giustizia allo sfascio». «In Italia - afferma Bernardini - circa la metà dei detenuti sono in attesa del processo. La carcerazione preventiva andrebbe applicata solo in casi eccezionali. Il magistrato dovrebbe attenersi a casi tassativamente previsti dal legislatore». Su questo punto il governo sembra d’accordo. Ma non si può prescindere dal problema del sovraffollamento.
Su cui invece la situazione è ancora in alto mare. «II ddl Alfano prevedeva la possibilità di scontare gli ultimi 12 mesi ai domiciliari, con una procedura quasi automatica. Alla fine hanno deciso che tutto deve passare dal magistrato di sorveglianza. E’ stato un accordo di unità nazionale. Hanno partorito un topolino». Così come la messa in prova, stralciata nell’ultimo passaggio in commissione Giustizia alla Camera. I radicali hanno deciso di attivare tutte le giurisdizioni internazionali per sollecitare il problema della carcerazione preventiva in Italia. Su questo tema, spiega Bernardini, le corti sono sottoutilizzate perché «le istanze si concentrano soprattutto sulla durata eccessiva dei processi». Rossetti aspetta ancora. Sta bene, il suo aspetto è curato. A Bernardini ha detto: «Quando sarà tutto finito voglio occuparmi dei problemi del carcere».


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