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Intercettazioni, la legge passa con la fiducia

• da Roma del 11 giugno 2010

di Gianluca Pettinato

 

Il Governo incassa a Palazzo Madama la fiducia sul ddl Intercettazioni con 164 "sì" e 25 "no". I senatori del Pd escono dall’aula per protesta, mentre quelli dell’Idv, che hanno occupato l’emiciclo per l’intera notte e buona parte della giornata, votano contro. Quando si apre la seduta il clima è piuttosto teso. I dipietristi occupano ancora l’aula del Senato. Renato Schifani li invita più volte ad alzarsi dai banchi del governo, ma loro, guidati dal capogruppo Felice Belisario, non ascoltano. Così alla fine il presidente è costretto a espellerli ricorrendo all’aiuto dei commessi. Poi via al dibattito. La decisione di mettere la fiducia, interviene il presidente dei senatori Udc Giampiero D’Alia, è un atto di «forza che nasconde debolezza e insicurezza». Difende a spada tratta il ddl, Federico Bricolo, il numero uno della Lega al Senato. E’ una legge necessaria, spiega, per evitare la gogna mediatica. Ma, soprattutto, una volta chiusa
questa pagina «si potrà tornare a parlare di riforme». Riccardo Villari (Mpa) annuncia il "no" del suo gruppo, mentre Franco Bruno (Api) parla di ddl che «impedirà di indagare». I banchi del governo sono quasi pieni. Il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro accusa subito la maggioranza di voler creare «intralcio alle indagini». Quindi, siccome il gruppo gliene ha dato la facoltà, decide che i Democratici non parteciperanno al voto. Dopo la standing ovation che le viene tributata, Finocchiaro fa cenno ai "suoi" di uscire. Tutti la seguono.
Tranne i Radicali. Loro, spiega Emma Bonino, preferiscono votare "no" al ddl. «Quello di abbandonare l’aula grida il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri durante (d’esodo - è un gesto non democratico». Mentre «è democratico», assicura, il confronto aperto sul testo che è in Parlamento da circa due anni. «Noi - aggiunge - voteremo con orgoglio questa legge». Anche i senatori del centrodestra si alzano in piedi per applaudire il proprio capogruppo. Quindi si passa al voto. Mentre i senatori sfilano sotto i banchi della presidenza per dire "sì" o "no", Schifani parla a lungo con Alfano.
Al momento della proclamazione del risultato, però, per il governo in aula non c’è nessuno. Solo Gasparri e il legale del premier Piero Longo restano, «per rispetto delle istituzioni», afferma Longo. Intanto la polemica divampa anche per il botta e risposta tra il leader Idv Antonio Di Pietro e il Quirinale. Il deputato dichiara di sperare che Napolitano «faccia sentire la sua voce». Ma dal Colle si ribatte: »I professionisti della richiesta al Presidente della Repubblica di non firmare sono numerosi, ma molto spesso parlano a
vanvera». Il tutto mentre si alza il tono della protesta di giornalisti ed editori, mentre il Parlamento va avanti verso l’approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni. Il via libera del Senato con la fiducia ha fatto scattare la leva dello sciopero da parte della Federazione nazionale della stampa, mentre gli editori hanno espresso la loro ferma protesta in un comunicato-necrologio di cui chiedono la pubblicazione domani in prima pagina.
Sky Tg24 da ieri sera è listato a lutto, mentre l’Usigrai chiede alle testate Rai di manifestare anche graficamente la protesta. La Fnsi, dopo un presidio a piazza Navona, ha dato l’annuncio del black out dell’informazione il 9 luglio. La Fieg ha espresso «la sua ferma protesta», chiedendo la pubblicazione di un comunicato, con la veste grafica di un necrologio, in prima pagina sui quotidiani di domani. «Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy - si legge -, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa. Ne sono dimostrazione le pesantissime sanzioni agli editori». Si mobilita anche la stampa cattolica, con un appello firmato da decine di testate. Nei Tg della Rai è stato letto un comunicato dell’Usigrai che denunciava (da discesa del silenzio di Stato sull’Italia». Non è invece stato colto l’appello lanciato dal segretario del sindacato dei giornalisti Rai, Carlo Verna, che chiedeva ai «direttori dei Tg di consentire all’autore del servizio o al conduttore di evidenziare, finché la proposta Alfano non diventa legge, quando notizie date non saranno più pubblicabili in futuro».


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