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"A buon Diritto" e le vittime del cattivo diritto del carcere preventivo

• da Il Foglio del 24 giugno 2010

di Cristina Giudici

 

L’indagine giudiziaria su Fastweb e Telecom Sparkle, che ha coinvolto 80 persone e ha portato fra gli altri in carcere l’ex ad dì Fastweb Silvio Scaglia, ora agli arresti domíciliari, è lo spunto sullo sfondo. Ciò che preme a Luigi Manconi e alla sua associazione A Buon Diritto è alzare la voce su uno dei principali nodi (scorsoi) del sistema giudiziario italiano. E cioè l’uso della custodia cautelare. Se ne parla dagli anni 90, ma nessuno è ancora riuscito a intervenire non solo per limitarne l’uso, ma anche per impedire che la detenzione cautelare sia usata come uno strumento punitivo e di pressione nelle mani degli investigatori. La conferenza stampa che indetta ieri da Manconi a Montecitorio, presenti i soliti, indomiti paladini dei diritti dei detenuti (Rita Bernardini dei Radicali e Stefano Anastasia dell’associazione Antigone), si intitolava: "Perché sono ancora dentro?". E si riferiva a tre degli indagati, Stefano Mazzitelli, Massimo Comito e Antonio Catanzariti, i tre manager di Telecom Sparkle arrestati il 23 febbraio e ancora in carcere: "Dopo 123 giorni ‘cautelari"‘ ha sottolineato più volte Manconi. Forse il sottotitolo avrebbe potuto essere: "The lame old story". La solita vecchia storia della custodia cautelare che prevede la detenzione degli indagati prima del processo per evitare l’inquinamento delle prove, per un pericolo di fuga odi reiterazione del reato, o per la pericolosità sociale, Eppure uno dei tre indagati ancora in carcere, Massimo Comito, si è costituito, fa notare l’avvocato Fabrizio Merluzzi, mentre Stefano Mazzitellí è gravemente malato, fa notare il suo medico, il professor Ennio Ramundo. Indipendentemente dall’indagine giudiziaria, i casi che Manconi si è preso a cuore fanno riemergere uno squilibrio del sistema giudiziario: l’uso vessativo della custodia. In questo caso persino più grave perché il gip, rifiutando la scarcerazione dei dirigenti Telecom indagati per associazione a delinquere a fini dell’evasione fiscale (e lo stesso atteggiamento aveva tenuto con quelli di Fastweb) ha dato questa motivazione: "Non hanno offerto elementi utili alle indagini". Praticamente un’ammissione del proprio intento, visto che nessuna legge o articolo del codice lo prevede, ma che esprime una consuetudine, l’uso distorto che si fa spesso della custodia. E viene anche un po’ di stanchezza a scriverne, perché se ne parla da tanto, troppo tempo. E stupisce quasi che Manconi, mentre ascolta la testimonianza di una moglie, di un parente, di un medico, ancora creda nell’esigenza di dare alla giustizia italiana uri assetto più garantista. Visto che, come ricorda Rita Bernardini, oggi in galera il 50 per cento dei detenuti è in custodia cautelare, e di essi il 30 per cento viene poi assolto. E forse, visto che ormai siamo tutti diventati economisti, bisognerebbe parlare del coefficiente di sofferenza, la soglia fisiologica oltre la quale non si può andare, quando i cittadini finiscono in carcere. Manconi ha insistito molto sul caso di Mazzitelli, finito nell’inchiesta perché
ritenuto responsabile di un sistema di evasione di 330 milioni di euro che non sono ancora stati trovati, perché è molto malato. "Ha perso 30 chili, l’uso di due dita della mano destra, ha una parestesia al piede destro che gli impedisce di camminare", ha spiegato il suo medico. Senza che si riesca a ottenere (altra cara battaglia per i garantisti) l’incompatibilità con il carcere. Nel frattempo il suo medico gli consiglia di stare a letto, e cioè in branda inutile dirlo, cinque per cella - e aspettare che il gip applichi l’uso della custodia cautelare con extrema ratio, sorella della presunzione di innocenza.


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