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I seguaci di Moqtada

• da L'interprete (il Riformista) del 2 luglio 2010

 

Un vialone lunghissimo, al termine del quale si intravedono le cupole del santuario dell'Imam Musa Al-Kahadim e dell'Imam Muhammad Al-Javad, due dei dodici Imam sciiti. “Guarda quel ponte”, indica Gassid, la mia guida. “il 31 agosto del 2005”, racconta, “un milione di pellegrini sciiti si trovavano qui raccolti per celebrare l'anniversario della morte del settimo Imam, sepolto proprio nel santuario che stiamo per raggiungere”. Si ferma ed indica ancora quel ponte. “La folla lo gremiva, arrivava dalla moschea fino all'altra sponda del Tigri, a Sadr City. La mattina”, prosegue Gassid “un attacco di mortai aveva ucciso all'inizio della giornata sedici persone ferendone tantissime. Ad un certo punto”, incalza Gassid bevendo dell'acqua, “qualcuno deliberatamente sparse la voce che sul ponte ci fosse un kamikaze. Panico... e da lì una tragedia. Più di mille morti, tanti calpestati, altri annegati dopo essersi buttati nel fiume. Tante donne e bambini...” Arriviamo finalmente all'ingresso del santuario. Caldo terribile. È appena terminata la Preghiera del venerdì, la gente circonda il Sayed Hazim Al-A'araji, autore del sermone. C'è chi lo bacia, chi lo tocca, chi lo ferma per una fotografia, chi lo benedice. Al-A'araji è uno dei più autorevoli esponenti del movimento sadrista, membro della commissione elettorale. Gassid gli chiede d'incontrarlo, mi indica, presentandomi come un giornalista italiano. “Ma certo... seguitemi a casa. Lì risponderò alle vostre domande”. C'è tanta gente con noi, guardie armate, consiglieri, fedeli. Entriamo in una grande stanza, si siede sul tappeto invitandoci con lo sguardo ad accomodarci. Ha un tono di voce molto basso. “Il mio sermone si divideva in due parti. La prima era dedicata alla fedeltà dei credenti verso Dio e a come seguire le leggi islamiche, la seconda al ricordo della rivolta dell'esercito del Mahdi contro gli americani”
La comunità internazionale teme il vostro oltranzismo.Che apporto pensate di dare alla ricostruzione dell'Iraq? “Non ci importa di questo. In Iraq abbiamo ottimi rapporti con tutti, il nostro programma è esclusivamente finalizzato ad offrire servizi ai diseredati, per toglierli dall'indigenza in cui vivono e a formare chi possa andare al governo per migliorare la situazione del paese”.
E le sue parole di oggi? “Ho solo voluto ricordare quel momento indimenticabile, l'aver visto giovani, nel fiore della vita, combattere con coraggio, senza paura, con tutte le forze che avevano in corpo”.
Moqtada Al-Sadr, la vostra guida, è in Iran. Si dice a Qom. È in contatto con lui? “Certo che ho contatti con il Moqtada...continui. Lui è il nostro leader e noi i dirigenti del suo movimento”.
Mentre ci vengono offerte bottiglie d'acqua fresca, chiedo ad Al-A'araji se immagina una Repubblica Islamica per l'Iraq. “Non desideriamo leggi islamiche per l'Iraq, ma che la società sia formata da bravi e credenti musulmani. Sarà questo a creare automaticamente una classe dirigente islamica”. Salutiamo e ringraziamo. Alla porta in attesa due donne ben coperte dai loro chador. Hanno in mano delle stoffe macchiate di rosso. “E' sangue...”, mi dice Gassid, “sono frasi del Corano, dedicate al Sayed... scritte con il loro sangue”.


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