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Brancher dimissioni a un passo

• da da 'La Stampa' del 5 luglio 2010

di Ugo Magri

 

Chiarirsi una buona volta con Napolitano e regolare per sempre i conti con Fini: la settimana del Cavaliere si preannuncia ambiziosa. Ma prima Berlusconi deve sciogliere il «nodo Brancher». Giovedì si vota la mozione di sfiducia individuale al ministro, come regolarsi va deciso subito. E' corsa insistente voce che ieri Brancher sia volato in Sardegna per incontrare il premier. Altri dicono
che l'incontro avrà luogo in giornata a Milano. Anche sugli orientamenti del premier, due le versioni. Una (quella di facciata) lo racconta deciso a difendere il vecchio sodale e a buttar fuori dal partito quanti dovessero votare con l'opposizione. L'altra tesi, confidata da fonti serissime, narra invece di un premier che preme per un passo indietro del ministro, così gli toglierebbe le castagne dal fuoco. La difesa all'ultimo sangue di Brancher avrebbe luogo solo nel caso in cui non ci fosse verso di convincerlo a dimettersi. Ma tutto fa pensare che la volontà del Capo avrà la meglio, e che oggi stesso Brancher getterà la spugna. Una volta scaricata la zavorra, molto verrebbe facilitato il colloquio con Napolitano mercoledì mattina, complice la riunione sul Colle del Consiglio Supremo di Difesa. Berlusconi cercherà di profittarne per rubare una manciata di minuti al Capo dello Stato e capire se può mandare avanti con qualche modifica la legge sulle intercettazioni, o se invece sarà meglio chiuderla in un cassetto e li dimenticarla con la scusa di passare l'estate. Finora il Presidente ha rifiutato di scendere nei dettagli. Si è limitato a far capire che, così com'è, quella legge non può firmarla. Se Napolitano fosse più esplicito, scenderebbe su un terreno di contrattazione con il governo che gli verrebbe rimproverato a sinistra. Il Cavaliere lo sa, in quanto i suoi ambasciatori hanno ottenuto invariabilmente la stessa risposta elusiva. Nondimeno lui personalmente tornerà alla carica nella speranza di riuscire (una volta sacrificato Brancher) dove tutti hanno fallito. Nulla, a confronto della partita con Fini. E' confermata la volontà del premier di sbrigarsela direttamente con il rivale. E dal campo finiano precisano che, sebbene il faccia a faccia non sia ancora in agenda, tuttavia il presidente della Camera non può rifiutare un colloquio al capo del governo, ci mancherebbe altro. Berlusconi non andrà dal co-fondatore col ramoscello d'ulivo, anzi. L'insopportazione umana e politica è totale. Suo obiettivo è rompere il sodalizio: ognuno per la sua strada. La novità di queste ore è che pure Fini (nonostante la linea spavalda sfoderata in un colloquio con «Repubblica») risulta stia soppesando l'ipotesi lanciata non a caso giorni fa da Cicchitto, quella di una consensuale». Tutto dipende da come questa separazione prenderà forma. Ad esempio, se ne potrebbe discutere qualora il Popolo delle libertà si trasformasse in un partito federale, in una specie di cartello elettorale, un po' com'era «temporibus illis» la Casa delle libertà: con Berlusconi, Bossi, Fini ciascuno padrone in casa propria ma alleati di ferro al momento di raccattare i voti. Il vero dubbio è se il Cavaliere ci sta. Oppure concepisce la separazione come un divorzio che non consente nemmeno patti per vincere le elezioni. E dunque progetta di fare a Gianfranco lo stesso scherzo che combinò a Pier Ferdinando (Casini) nonché a Francesco (Storace), lasciandoli fuori sul più bello dall'alleanza. Osvaldo Napoli fa già capire come verrebbe trattato Fini, rinfacciandogli i suoi trascorsi nel Movimento sociale. In questo caso, è del tutto evidente che i finiani non starebbero al gioco. E sfiderebbero Berlusconi a cacciarli dal partito, se gli riesce. Impresa per niente facile. Tra le ipotesi su cui Berlusconi ragiona pare ci sia quella di un passaggio parlamentare dove lui metterebbe la fiducia al governo, e chi ci sta ci sta. «Una pistola scarica», la definiscono irridenti i finiani, «perché noi la fiducia gliela votiamo senza problemi». Salvo ricominciare con i «distinguo» dieci minuti dopo. L'unica cosa che in questo momento riesce, a unire i due campi rivali è il Pd. A Enrico Letta che già pregusta la crisi, Bonaiuti risponde che «sono giochi da vecchia politica», mentre Bocchino gli consiglia di lasciar perdere, in quanto così fa solo danno alla causa.


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