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Colpevoli silenzi

• da Il Corriere Adriatico del 5 luglio 2010

di Fulvio Cammarano

 

Qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia s’interrogava sull’incapacità di leadership da parte di Berlusconi, incerto o assente in tutto ciò che non lo riguarda da vicino e soprattutto biasimava la mancanza di una qualunque forma di riflessione politica “alta” nella “cerchia dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma esiste”. L’opinionista del Corriere della Sera ha portato un duro affondo al gruppo dirigente del Pdl, una realtà da cui, “continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier, solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari. Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?”.
Il problema esiste ed è drammatico: siamo effettivamente privi di un gruppo dirigente di riferimento, ci sono solo portavoce. Almeno per quanto ci è dato di vedere nel pubblico contraddittorio. Questo avviene perché il dibattito interno viene sempre considerato come la rischiosa premessa del correntismo partitico. In realtà è molto probabile che il dibattito ci sia, ma inteso come regolamento di conti “interno” che non deve mai dare l’impressione che ci siano troppi galli nello stesso pollaio. Non si tratta solo di accondiscendere all’umoralità del sospettoso e diffidente Berlusconi, poco amante, come è noto, di contraddittori e complessità dialettiche, ma anche di andare incontro alla domanda di leadership e semplificazione che proviene da quella parte d’Italia che vota Berlusconi in quanto “semplificatore” ed “antipolitico”. Dunque è molto probabile che alcune opinioni e decisioni, soprattutto sui temi di minor coinvolgimento personale, maturino non solo sotto forma di colpi umorali di teatro ma vengano elaborati attraverso l’ascolto delle idee di alcuni fedelissimi i quali, però, per essere tali debbono anche essere e, soprattutto, apparire fidatissimi. Come facciano quelle intelligenze e personalità ad accettare questo quadro, fa parte di quel misterioso universo che si chiama “potere” a cui tutti soggiacciono convinti d poterlo controllare o attraverso lunghe e pazienti marce per guadagnare posizioni in attesa del declino del capo o accontentandosi (o illudendosi) d’influenzare il capo sia pure impercettibilmente. Una verifica in questa direzione la si può avere leggendo le considerazioni di Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei Senatori Pdl, probabilmente una delle poche figure del Pdl in grado di formulare quel discorso di politica vera a cui alludeva Galli della Loggia. Il senatore ha fatto esplicito riferimento al ruolo carismatico della leadership berlusconiana, rispondendo così indirettamente all’interrogativo sul “silenzio” della classe dirigente del Pdl: non ce n’è bisogno, dove c’è il leader carismatico ogni cosa viene risolta dal suo intervento taumaturgico a cui bisogna fare affidamento ogni qualvolta c’è un nodo da sciogliere. Alla domanda se dopo il caso Scajola si fosse profilato un problema di ricambio della classe politica del centro-destra, Quagliariello ha risposto che “sono valutazioni che spettano a lui e non è bene chiedergliele: questo sarebbe in contraddizione con il principio della leadership carismatica”. Ora, a prescindere dal fatto che nei sistemi liberali è sempre bene poter chiedere tutto a tutti e mettere fine all’idea del pastore che sa quale è il bene del gregge, va detto che forse proprio questa affermazione del senatore contiene la risposta al quesito di Galli della Loggia: il discorso politico dell’inner circle della destra latita perché di fronte al carisma nessuno è autorizzato a parlare, fare distinguo, proporre. C’è il leader che risolve: “ghe pensi mi”, ha commentato il Cavaliere di ritorno da una lunga trasferta all’estero, quasi a ricordare a tutto il suo entourage che sono degli incapaci. Per quei cittadini italiani, e sono sempre tanti, che scarsa fiducia nutrono nelle virtù del carisma, dopo la poco edificante pagina storica del XX secolo, il vero problema è dunque quello di sapere se in giro c’è una classe politica degna di questo nome, visto che, tra l’altro, con questa legge elettorale, non possiamo neppure sceglierla. Oppure dietro le robuste spalle del capo, si nasconde solo un gruppo di potere che sa già di non avere futuro, finita la parabola berlusconiana. Se c’è qualcuno, batta un colpo adesso!


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