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Il bis in idem di Cosentino

• da Il Riformista del 14 luglio 2010

di Antonio Polito

Sembra effettivamente di essere alla fine di un impero. Non solo perché il caos che regna sovrano (al punto che Palazzo Chigi smentisce veline di Palazzo Chigi, e tutto sembra poter crollare da un momento all'altro). Ma anche perché i comportamenti dei protagonisti, da razionali che dovrebbero essere, sempre più sembrano seguire logiche incomprensibili e contorte, come quando si perde il lume della ragione. Prendiamo il caso Cosentino. Qui ci troviamo di fronte a un uomo politico, sottosegretario nel governo al ministro del Tesoro, che da mesi gli inquirenti giudicano meritevole di arresto per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso. Quando le accuse vennero formulate, fu già presentata una mozione di sfiducia da parte delle opposizioni, ma essa fu respinta dalla Camera, e parimenti fu respinta la richiesta di arresto. Non che si considerasse Cosentino al di sopra di ogni sospetto e vittima di una macchinazione della magistratura. Tanto è vero che i cosiddetti finiani (con Fini in testa) fecero fuoco e fiamme per impedire che Cosentino fosse scelto come candidato governatore del centrodestra in Campania, e tanto è vero che lo stesso Berlusconi accettò la sua faticata rinuncia a correre per quella carica. Pero, l'imputato per associazione di stampo mafioso che non fu cacciato dal governo, potrebbe ora finalmente essere costretto alle dimissioni perché indagato di partecipazione ad associazione segreta. I finiani, che per le accuse di camorra non votarono la sfiducia a Cosentino, potrebbero ora votarla - così dicono - per le accuse di associazione segreta. E un singolare bis in idem. Come se per la politica italiana frequentare Flavio Carboni fosse più infamante che frequentare i Casalesi. Come se le attività della camorra - sanguinose, lucrative ed eversive - fossero paragonabili a questa P2 da operetta che la cronaca degli atti giudiziari ci raccontano indaffarata come la banda dei falsari di Totò e Peppino a cercare disperatamente di parlare al telefono con Gianni Letta senza mai riuscirci, o di condizionare verdetti della Consulta senza mai riuscirci, odi far candidare Cosentino in Campania senza mai riuscirci. Niente testimonia dell'uso politico e distorto delle inchieste giudiziarie (che spesso è la politica stessa ad autoinfliggersi) più di questo corto circuito per cui un reato che secondo lo stesso procuratore nazionale antimafia Grasso difficilmente reggerà nel processo (la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete) finisce per contare di più di un reato di drammatica concretezza quale la partecipazione ad associazione di stampo mafioso. Cosentino già da tempo non dovrebbe essere nel governo della Repubblica, certamente non più di Brancher. E invece sulla sua sorte si consuma la fase finale di una vera e propria faida all'interno del Pdl, con i finiani che ne vogliono la testa in nome della «legalità», e Berlusconi che lo difende dal «giustizialismo e giacobinismo». Tutti valori, consentiteci di dire, che con l'onorevole Cosentino non c'entrano proprio nulla.



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