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Pronti al via

• da Il Foglio del 14 luglio 2010

di Alessandra Sardoni

Essere "pronti", secondo i dettami evangelicamente corretti di Sir Baden Powell, fondatore dello scoutismo, recuperati per la stampa dal capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini, prima di immergersi in un lungo ed esibito colloquio nel cortile di Montecitorio con Pier Ferdinando Casini sul tema del giorno: ovvero l'eventuale chiamata per un governo tecnico o istituzionale o di unità nazionale. Essere pronti perché al netto di timori, scaramanzie ed esperienze maestre di vita, il Pd nelle sue varie anime e correnti ritiene che "si, al 50 per cento a settembre qualcosa potrebbe accadere", che la maggioranza "potrebbe sgretolarsi", come dice Arturo Parisi, e che comunque "non durerà tre anni" come dice Franceschini e la chiamata a un governo tecnico o istituzionale o di unità nazionale (ipotesi diverse e tuttavia basate sull'identico presupposto di una crisi del governo Berlusconi) potrebbe diventare un fatto ed esigere una risposta. E se alla proposta del leader dell'Udc ufficialmente inclusiva, governo di responsabilità nazionale anche con Berlusconi in nome dell'emergenza crisi economica e delle riforme necessarie, il Pd non ha potuto far altro che dire un no deciso anzi un giammai, l'atteggiamento rispetto a una versione corretta, esclusiva rispetto alla persona del premier, sarebbe diverso. Franceschini l'ha detto a caldo che "senza Berlusconi se ne può parlare". Chiunque fuorché il Cav. Il segretario Bersani e il suo vice Enrico Letta più prudentemente chiamano in causa il capo dello stato. Rinviano al percorso istituzionale e alla "saggezza" di Giorgio Napolitano. "Guai a farci triturare nel toto-nomi, Tremonti sì, Tremanti no, Tizio o Caio", spiegano dirigenti molto vicini al vicesegretario che con il ministro ha da sempre ottimi rapporti via Aspen. In un'intervista alla Stampa, Letta ha precisato che comunque 'Berlusconi è ancora là": la sua idea è che sia cominciato un dopo Berlusconi in presenza di Berlusconi e che forse sarebbe persino meglio "vederlo tutto il film dell'orrore". La notazione fa capire che di una cosa il Pd ha veramente paura: le elezioni anticipate. Da Bersani a Franceschini, dai dalemiani a Letta fino a Bindi il voto prima della scadenza naturale è il pericolo massimo: il partito è debole, le primarie di coalizione potrebbero aprire la strada a un'opa di Nichi Vendola che scalda i muscoli con le sue "Fabbriche" programmatiche. Senza contare che la campagna elettorale darebbe spazio ulteriore a Di Pietro. Solo i veltroniani nel Pd sembrano preferire uno scenario elettorale in caso di crisi dell'attuale governo. "De Mita ci ha insegnato che in alcune occasioni il più straordinario movimento che si possa fare è stare fermi", osserva Beppe Fioroni tentato dal ricongiungimento centrista previa mini-scissione dal Pd. Una massima rivelatrice del grande problema del partito di Bersani, la difficoltà a giocare un ruolo attivo in una partita che si svolge dentro la maggioranza. Con le appendici in salotti dai quali il Pd è escluso, vedi i malumori per la cena a casa Vespa e lo smarrimento per la presenza di Mario Draghi. "Prima di settembre è inutile fare pronostici", dice Parisi. L'autunno secondo le analisi più in voga nel Pd potrebbe essere il tempo di una crisi innescata da quella ulteriore manovra correttiva che a molti, in testa Enrico Letta, sembra inevitabile, visto "lo stato del debito secondo Bankitalia". A quel punto secondo gli scenaristi democratici potrebbe esserci una sorta di nuovo governo Dini ed ecco tornare il nome di Tremonti. Il mandato di un governo stile '95 potrebbe tuttavia essere nuovamente divisivo: quali riforme dovrebbe fare? Il dibattito è più che prematuro e parte da premesse che potrebbero non verificarsi. "Ma se in autunno non dovesse succedere nulla a Berlusconi comunque qualcosa succederà nel Pd, anche noi non possiamo continuare così con lo schema Pd a dominanza ex diessina e spinte neocentriste". avverte un deputato della ex Margherita.



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