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L'ipotesi Gelmini coordinatore unico

• da Corriere della Sera del 14 luglio 2010

di Francesco Verderami

Serve una rifondazione del partito per ridare slancio a Berlusconi. Serve anzitutto ristrutturare il Pdl al Cavaliere, per poi consentirgli di mettere mano agli assetti del governo e della maggioranza, com'è nelle sue intenzioni. Il passaggio è delicato perciò il premier al momento non si sbilancia. Troppi sono i fronti aperti, troppi gli avversari da dover contrastare, talmente tanti che il Cavaliere non riesce nemmeno a tenerli in conto. Così nella nota con cui il premier sembra dichiarare guerra a una misteriosa Spectre, c'è chi scorge il profilo di Fini, chi di Tremonti, chi dei dirigenti del Pdl che giocano al «dopo Berlusconi», chi della Lega che pensa solo ai propri interessi particolari. In realtà quel comunicato volutamente ambiguo segnala la difficoltà del momento, per un capo di governo chiamato a muoversi in un clima arroventato dalle inchieste giudiziarie che hanno colpito i dirigenti del suo partito. Se per ora Verdini non si tocca, se per ora Berlusconi vuole difendere il coordinatore del Pdl coinvolto in un'indagine che secondo il premier è «montata ad arte», è perché il Cavaliere non intende cedere alla ventata «giacobina e giustizialista» che spira nel Paese. Tuttavia soffre della situazione che si è creata, e sebbene comprenda lo stato d'animo di Verdini, «so io cosa si passa in certi momenti», è irritato,dall'andazzo, e non accetta di venire additato sulla questione morale: «Non è che Fini sia il difensore della legalità e io no». Già Scajola e Brancher sono stati costretti alle dimissioni, ed è assai probabile che - prima del voto in Parlamento sulla mozione di sfiducia presentata dall'opposizione - anche il sottosegretario Cosentino li segua nel gesto, magari garantendosi di restare coordinatore del Pdl in Campania. Quanto a Verdini, almeno in questa fase il premier non vuole piegarsi dinnanzi alle pressioni, per ragioni di principio e perché il timing che ha in mente sposta in autunno il progetto di rifondazione del partito. Per allora avrà dovuto mettere insieme il complicato puzzle interno. Perché sarà pur vero che il Pdl è a trazione berlusconiana, però si è strutturato, e ci sono dinamiche (e persone) di cui tenere conto. L'idea della ristrutturazione passa dal coordinatore unico. E poco importa sapere se è vero o meno che ieri Gianni Letta l'abbia annunciata a Fini. Il presidente della Camera è favorevole al progetto, così come un pezzo importante dell'area forzista che si richiama a «Liberamente». E se due giorni fa Berlusconi ha difeso la neonata fondazione dall'accusa di essere una corrente, c'è un motivo: il Cavaliere punta sulla Gelmini per il Pdl. Politicamente il ministro dell'Istruzione è una fedelissima del Cavaliere, che sfrutterebbe la sua immagine per rilanciare l'immagine del partito. Il fatto che anche l'inquilino di Montecitorio veda di buon occhio una simile soluzione, non deve però trarre in inganno. L'intesa tra i cofondatori è ancora tutta da costruire. Per ora solo l'interesse comune a evitare un traumatico strappo, che sarebbe esiziale per entrambi, li tiene insieme. Se si arriverà a un compromesso, magari dopo un incontro che viene ipotizzato per agosto, si vedrà. È certo che alla prospettiva lavora un'ala dei finiani, a cui si è aggiunto ieri il sindaco di Roma, che ha rotto il fronte degli ex colonnelli di An schieratisi con il Cavaliere. Non è chiaro se quella di Alemanno sia una iniziativa autonoma o preannunci le intenzioni del premier e del presidente della Camera. È certo che l'accordo sulle intercettazioni non può essere incluso nel pacchetto, perché Berlusconi è disposto ad accettare un compromesso sulla riforma non per Fini ma per evitare un conflitto con Napoletano, e per non far passare mediaticamente l'idea che «il mio governo allenta la presa nella lotta alla criminalità, a difesa dei cittadini». Manovra e intercettazioni: il premier deve chiudere questi due fronti per concentrarsi poi sulla campagna d'autunno. L'operazione sarebbe a più stadi. Inizierebbe con l'avvento della Gelmini al partito e con le sue dimissioni da ministro. A quel punto Berlusconi - con alcune caselle dell'esecutivo da riempire - verificherebbe se esistono le condizioni per l'allargamento della maggioranza all'Udc, a cui continua a pensare. Difficile prevederne l'esito: troppe le incognite, a partire dalla richiesta dei centristi di passare per l'apertura formale di una crisi, che solo a parlarne fa venire il prurito al Cavaliere. Ma intanto Berlusconi deve e vuole rifondare il Pdl, siccome sa - glielo dicono gli amatissimi sondaggi che l'opinione pubblica gli attribuisce la responsabilità del gruppo dirigente che ha scelto. E in politica le colpe dei figli ricadono sui padri.



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