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int. a Massimo Bordin- Il Dissenso immaginario

• da Il manifesto del 15 luglio 2010

di Daniela Preziosi

Fedele al suo personaggio - e al suo format radiofonico, Stampa e Regime, una lettura dei giornali che trascende i quotidiani con l'esercizio della memoria su una politica basata sull'oggi, l'ignoranza, l'oblio - quando il signore intervistato varca la soglia del manifesto chiede a uno dei più anziani e bravi un pezzo di anni fa. Lo ricorda, vorrebbe rileggerlo. Massimo Bordin a suo modo è un ex manifesto, coté gruppo politico. Trotzkista da ragazzino, poi nel gruppo dei coltissimi della rivista Praxis (fondato dallo zio di Corradino Mineo, il direttore epurato in questi giorni da RaiNews, destini incrociati) poi giornalista, è radicale dagli anni 80 e da diciannove fino al prossimo 31 luglio direttore di Radio Radicale, «organo della lista Marco Pannella». Si è dimesso. Non può fare, ha spiegato, il direttore sfiduciato benché graziato dalla liberalità dell'editore. Potrebbe provare a convincerlo che sbaglia, «ma francamente - dice - non sono sicuro di averne più voglia». Parole più adatte a un Red Butler dì Via col vento che a un radicale professionale. Praticamente una provocazione per il leader, abituato a separazioni e contestazioni chiassose e adolescenziali, alla Daniele Capezzone, per citare l'ultimo defenestrato. Alto, british, elegante, molto understatement. Si definisce «umile cronista» e anche con ciò fa saltare i nervi a Pannella, di cui è l'antitesi anche fisica, l'ottuagenario Proteo è corpulento, vulcanico, aggressivo, eccessivo. Per quasi dieci anni hanno passato le domeniche pomeriggio insieme. Altro format bello e impossibile: due ore di conversazione, l'entusiasta e lo scettico, il delirio di onnipotenza e il pessimista della ragione. Uno che pontifica urbi et orbi, l'altro che traduce per i non radicali, purché molto pazienti. Archetipo, genere letterario, compagnia di giro: qualsiasi cosa fosse centinaia di ascoltatori già lo rimpiangono e lasciano messaggi sul suo profilo Facebook. Manco fosse la tomba di Jim Morrison.
Bordin, Pannella ti contesta In diretta. Ma giura di essere un editore liberale, disposto a tenerti così: direttore e dissidente. Che vuoi di più? Perché te ne vai? Più che un editore che sfiducia il direttore, sembra il caso di un direttore che sfiducia il suo editore. Negli ultimi anni si è accentuata una necessità di controllo, da parte di Pannella. Non è sempre andata così. La radio non è il partito. Ha una sua forma, una sua autonomia. Deve incarnare Pannella. Pannella l'ha usata molto come antidoto a una normalizzazione del partito radicale. E ha fatto bene. Ogni tanto il partito diceva 'noi vorremmo', e io li fermavo facilmente: ma solo perché sapevo di avere le spalle coperte. Da lui. Quanto alla questione di sfiducia, l'argomentazione contiene una parte di verità. Mettiamola così: io non ho i soldi per sfiduciare un editore, ma posso non fidarmi dell'editore? Se la radio deve incarnare la tua linea politica e invece tu dici che la radio non ti rappresenta, io resto in mutande. E a poco serve che tu, editore, come atto di liberalità, aggiunga: ma non fa nulla, prosegui pure. Non mi tranquillizza.
Allora parliamo di questo dissenso in casa radicale. È poca cosa
Pannella si spertica in complimenti per il segretario del Pd Bersani. E insieme sostiene che Massimo D'Alema sia complice di Berlusconi nel regime della «peste italiana». D'Alema, il grande elettore di Bersani. Appunto, non torna. Ma Pannella sostiene l'autonomia dei radicali nel rapporto col Pd, e sono perfettamente d'accordo con lui. Forse critichiamo il Pd con angolature differenti. Ma millimetri.
Pannella ce l'ha con D'Alema e invece la radio In questi anni ha stretto molte collaborazioni con la 'galassia dalemiana'. Con Red Tv, addirittura Italianieuropel per il mensile Interprete internazionale. Insomma, Bordin, collabori con la «peste». Ma quale galassia dalemiana, abbia- mo molti più rapporti con le comunità ebraiche, per dire. L'Interprete è un'iniziativa di un nostro collaboratore. Vederci un asse con D'Alema che inquina la linea dei radicali... ma per carità.
E allora il dissenso dov'è? Il dissenso non c'è. Se Pannella dirigesse la radio lo farebbe con modi diversi dai miei, il mondo è bello perché è vario. Ma non c'è un dissenso. Se invece Pannella vuole rimarcarlo, resto perplesso. E nel dubbio, mi faccio da parte. E non ne farei uno psico-dramma.
Vieni da sinistra. Non hai dissentito neanche quando i radicali si allearono con Berlusconi, anno '94, prima di diventare gli ultimi giapponesi di Prodi? Ma no, queste sono le grandi intuizioni tattiche di Pannella.
Come oggi dire, come fa Emma Bonino, ma anche Pier Ferdinando Casini, che non si interrompe una legislatura? Lo so, è rischioso. Può significare di diventare gli ultimi giapponesi di Berlusconi. Dico per assurdo. Giapponesi di Prodi significava evitare che la situazione andasse in vacca, come puntualmente accaduto. Una scelta tattica, ma alta.
Una scelta tattica rompere con la casa-madre della sinistra? La sinistra ne fu ben felice. Ricordo con sincero raccapriccio la riunione in cui venimmo ricevuti da quella specie di esapartito. Furono Armando Cossutta e Leoluca Orlando a dire: con i radicali mai. Dall'altra parte c'era Berlusconi che dialogava con il mondo liberale, con Lucio Colletti. Fu un azzardo. Ma la disillusione fu rapida.
Per Pannella siamo al momento più grave della repubblica e insieme alla soluzione finale dei genocidio culturale dei radicali. Con che coraggio diserti? Ma io non diserto, solo non voglio fare il direttore. Quanto al momento, Pannella ha ragione. C'è un vuoto di politica imbarazzante. L'opposizione è inesistente. Se maggioranza e opposizione girano a vuoto, quello che può venire è pericoloso. In un arco che va dal despota illuminato a Pinochet.
Condividi anche questo. Dì qualcosa su cui dissenti. A parte le cravatte? Io le cose che sa fare Pannella non le so fare. Di uno sciopero della sete mi dà fastidio solo l'idea. Dico un'altra cosa: c'è un termine che Pannella usa e a me fa rizzare i capelli: 'differenza antropologica radicale'. Presuppone un Dna radicale, poi magari anche uno forzista, e uno fascista. Pericoloso. Ne dico un'altra. Ma con affetto
Prego. Pannella, persona ben poco vicina al comunismo, nel suo inizio di vita politica è rimasto profondamente affascinato oltreché da Luciana Castellina, com'è noto, anche dallo stile comunista. A lui piacerebbero militanti che vivessero come i gruppi dei dieci di Pietro Secchia, senza quella linea politica ovviamente, né quel concetto di democrazia interna. Una fascinazione per il gruppo chiuso.
Una setta. Pannella dice: siamo un ordine monastico. Evoca quella fascinazione. Ma Pannella non l'ha raccolta dai monasteri.
E tu la contestavi da ragazzo, dai tempi del trozkismo. E del '77. Sì, io non c'entro niente con questo. Mi piace studiarla, ho le opere di Secchia. Ma non è il mio genere.
Lasci il timone di una radio che vive di soldi pubblici e, come tutta l'editoria non profit, vive un 'periodo especial'. Purtroppo no. Viviamo l'evoluzione di una sottovalutazione. La questione delle nostre convenzioni doveva essere affrontata da tempo, con spregiudicatezza e inventiva. La convenzione va bene, ma non basta. Se fai servizio pubblico, come noi, non puoi prescindere dal rapporto con la Rai. Proporre qualcosa, rientrare nel contratto di servizio, cercare sinergie, non saprei. É una cosa tutta da inventare. Il tempo non c'è mancato. Certo, anche allora premevano urgenze.
Eccolo. Questo è un dissenso. Pannella detesta le scorciatoie, i praticoni. Vuole che tu faccia le cose e anche che raggiunga il massimo delle potenzialità aggregative. Per capirci: pretende che per entrare in un posto apri la porta con un calcio. A noi, invece, alla radio, capita di lavorare diversamente. Se alle prime registrazioni dei processi avessimo fatto una battaglia eclatante ci avrebbero espulso alla prima udienza. Invece noi lavoravamo per linee interne, e portavamo a casa il nastro. Lui ha ragione. Ma io non faccio il monaco.
Non rompi una regola. Un'amicizia? Di Pannella ho stima. Quanto all'amicizia, a tutti i grandi personaggi capita così. Come si fa ad essere amico di Trotzky? O di Lenin? No, il termine amico è una cosa o troppo vasta o troppo ristretta.
Hai fatto diventare la radio una testata autorevole, e i radicali più comprensibili. Ti aspettavi qualche parola affettuosa in più? Bonino in diretta ti ha dato dell'irresponsabile. Ognuno ha il suo stile. Su questo, è vero, sono irresponsabile: non è colpa mia. E comunque: non fate passare Pannella per un Beria in scala, in realtà nei confronti dei compagni più giovani ha un tratto protettivo e molto meno autoritario di quanto non appaia. Quanto a me, ho avuto più di quanto ho dato.
Pannella ti chiede di partecipare alla scelta del futuro della radio. Perché non collabori? Mi chiedono un'altra cosa: di avallare le loro scelte. Per dire 'abbiamo deciso tutti insieme'. Ma perché devo partecipare a a una foto in cui tutti sorridono?
Il format di Stampa e regime ha il marchio Bordin. Se non potrai farlo nella tua radio, lo esporterai? Se va a finire male con la mia radio, e mi dispiacerebbe, dovrò in ogni caso guadagnare qualcosa per pagare l'affitto e le altre piccole incombenze della vita. In questo caso. per alcuni motivi, è più probabile che faccia il giornalista che il centravanti del Barcellona.



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