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L'asse tra Giulio e il Senatur si impone sul Pdl e sulle Regioni

• da Corriere della Sera del 16 luglio 2010

di Massimo Franco

C'è una sicurezza ostentata, nel modo in cui Giulio Tremonti e Umberto Bossi marciano verso l'approvazione della manovra finanziaria. Ieri è arrivato il sì del Senato con la richiesta di fiducia del governo (170 contro 136 no); e la procedura sarà replicata alla Camera. Soprattutto, alla fine le Regioni hanno dovuto accettare quelle riduzioni di spesa che, hanno ripetuto per giorni, rischiano di far saltare le finanze degli enti locali. L'idea di una prova di forza, accarezzata da alcuni governatori di centrosinistra e da quello della Lombardia, Roberto Formigoni, per ora è stata rimessa nel cassetto. Le deleghe non sono state restituite. Ma rimane una tensione diffusa. I Comuni sono contro la manovra. E l'unanimità di facciata delle regioni nasconde atteggiamenti diversi nei confronti del governo. Le Regioni «saranno contente. Avranno un po' di ossigeno» perché «facciamo il federalismo fiscale» ha spiegato ieri il capo della Lega dopo quaranta minuti di colloquio col ministro dell'Economia. La soddisfazione non è così uniforme, in realtà. Formigoni ha freddato il ministro leghista Roberto Calderoli che accreditava un cambiamento di rotta. Semmai, le Regioni si adeguano perché non ci sono margini per trattare. Tremonti ha negato qualunque possibilità di ridurre i tagli a Montecitorio. «La fiducia dà fiducia» ha giocato con le parole per avvertire che la manovra è blindata. D'altronde bisognava «agire al più presto» lo ha confortato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Anche se per Draghi non esiste la certezza che le misure prese adesso bastino: «Se la correzione possa consentire di raggiungere gli obiettivi di indebitamento netto potrà essere valutato solo in futuro». Significa che i conti pubblici rimangono a rischio; e questo rafforza la tesi tremontiana di un'Ue che non lascia alternative ai governi nazionali. Il tentativo del centrodestra è di chiudere i fronti aperti entro la fine di luglio. Il 30 dovrebbe arrivare il «sì» definitivo del Parlamento alla manovra e in parallelo essere approvato dal Consiglio dei ministri il federalismo fiscale. Berlusconi insiste anche sulla legge contro le intercettazioni. «Si farà, si farà» assicura Bossi. «La gente non vuole essere ascoltata mentre parla al telefono». Nelle sue parole che aderiscono fedelmente alle tesi berlusconiane, si indovina il calcolo di chi è pronto ad appoggiare Palazzo Chigi per ottenere i provvedimenti sul fisco alle regioni. Ma in questa strategia in apparenza senza ostacoli si inseriscono puntuali i dubbi di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera semina perplessità su un federalismo che, teme, può ridurre il Mezzogiorno a «terra di frontiera con il sud del mondo». E voci e smentite su nuovi emendamenti in materia di intercettazioni tengono il provvedimento in bilico. La guerra fra berlusconíani e finiani non si placa. Ma «Berlusconi ha la spada affilata», lo esalta Bossi. Eppure, i timori di qualche sorpresa devono essere seri, se inducono il premier a pensare a una manifestazione di piazza per il 27 luglio: una sfida agli avversari interni e soprattutto al caldo romano.



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