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Int. a P. Bersani - "Il governo è senza una guida vera, sì alla transizione ma niente vecchi film"

• da la Repubblica del 19 luglio 2010

di Alessandra Longo

 

Sette giorni negli Stati Uniti, una specie di «corso intensivo» tra Washington e NewYork, tra istituzioni e esperti di comunicazione e di finanza. E al suo rientro in Italia Pier Luigi Bersani trova ad accoglierlo un Tremonti che, nonostante lo scandalo P3, le dimissioni di Cosentino e le tensioni sulla manovra, difende Berlusconi, il governo e la sua politica economica. Ma il leader del Pd ha maturato una convinzione ancora più netta: al contrario di quello che dice Tremonti il governo «è senza una guida vera, la crisi del berlusconismo è matura, il partito è pronto a entrare in gioco nella cosiddetta fase di transizione». Ma ad un patto: «La gente deve capire che quello che sta per vedere è un altro film, altrimenti non sono disponibile».
Segretario, per il ministro dell'Economia il governo è forte e durerà. E non esistono alternative credibili. «Tremonti è l'unico che non vede o fa finta di non vedere il problema. L'unica cosa che non esiste in questo momento è un esecutivo credibile. Un governo forte non perderebbe pezzi per strada, non avrebbe paura di una discussione sulla situazione economica, non lascerebbe senza presidio un ministero importante come quello dello sviluppo economico. Un governo forte non sarebbe tutti i giorni protagonista sulle prime pagine dei giornali per questioni di legalità. Insomma, un governo con mille problemi e senza una guida vera».
In effetti «una cassetta di mele marce» esiste anche per Tremonti, ma «l'albero e il frutteto» secondo lui sono sani. E non c'è una questione morale specifica nel centrodestra. È così? «E' una analisi inaccettabile. Sotto l'ombra del 'ghe pensi mi, c'è gente che si sta muovendo in sfregio alla legalità spesso approfittando di legislazioni speciali che Tremonti farebbe bene ad abolire, come il Pd sta Chiedendo da tempo».
Gli ultimi fatti di corruzione certo non contribuiscono ad alzare il morale. «Assolutamente no. C'è un problema di moralità pubblica e di civismo. Nell'incontro che ho avuto con i circoli Pd a New York, c'è chi ha tirato fuori il tema dell'incoraggiamento all'infedeltà fiscale. Gli italiani d'America ti dicono: perché non fate come qui? Chi non paga le tasse va in galera. Il fatto è che Tremonti vuol fare l'americano solo con la fallimentare social card e non con le regole fiscali».
Lei dice che ormai siamo arrivati al secondo tempo del berlusconismo. Quindi governo di transizione alle porte? «La maggioranza deve prendere atto dell'impasse. Da parte nostra c'è la disponibilità, oggi o domani, o quando sarà, a ragionare per una fase di passaggio. Ad una sola condizione: si deve capire che si va verso un film nuovo».
Casini pensa alle larghe intese con Berlusconi. «Ecco: questo non sarebbe un film nuovo».
Come ha spiegato agli americani l'instabilità politica italiana? «Ho detto loro che Berlusconi è ancora abbastanza forte per stare in piedi non so fino a quando ma certo non è abbastanza forte per governare altri tre anni».
Ha provato disagio a raccontare l'Italia così com'è? «Ho cercato di essere italiano. Il disagio c'è ma ho molta fiducia nella forza che possiamo ancora esprimere. Adesso più che mai bisogna preparare sul serio, ma davvero sul serio, un'alternativa di governo».
Lei ha detto che questo viaggio americano le ha regalato qualcosa in termini di comprensione. Che cosa esattamente? «Ci sono andato per rinsaldare i rapporti del partito con una realtà rilevante. E anche per dare agli americani l'idea che c'è un'altra Italia. Ho avuto la conferma che sulla politica estera e sulle priorità in tema di economia, gli Stati Uniti non hanno certo le stesse idee dei nostro governo. Persino nel luogo più estremo delle esigenze di stabilità, come il Fondo Monetario, si discute della crisi con un approccio vicino alle posizioni del Pd. Ci si rende conto che la finanza deve pagare qualcosa per quello che è avvenuto perché non si può far ricadere tutto sulle politiche per il sociale e la crescita».
Insomma se non ci riescono nemmeno gli americani ad uscire dalla crisi tanto meno sarà facile per noi. Tremonti però nega che l'Italia sia a rischio «E' un problema mondiale. Vanno attuate politiche di redistribuzione, di correzione delle diseguaglianze fra i redditi, va dato impulso alla crescita e all'occupazione. Siamo un paese dove, tanto per dirne una, c'è il 30% di disoccupazione giovanile e il ministro dell'Economia si dedica a lunghissime divagazioni e fumosissime teorie. Veramente una singolarità. Mentre da noi Berlusconi minimizza e Tremonti picchia duro con la manovra, in America si preoccupano delle politiche europee. E noi siamo su posizioni limite anche nel contesto europeo. La manovra di Tremonti ha un estremismo negativo, carica tutto il peso sugli investimenti e sui redditi medio bassi».
È vero che incontrando Paul Auster, lo scrittore, le ha chiesto come mai,nonostante tutto, Berlusconi piace ancora agli italiani? «Sì. E io gli ho spiegato che Berlusconi rappresenta un'esigenza conservatrice ben conosciuta in tutto il mondo. In più lui ci mette di suo un messaggio populista e un elemento di controllo dei processi democratici e dell'informazione. Come Bush, dietro l'apparenza caricaturale, c'è una sostanza di politica conservatrice».
A proposito di controllo dell'informazione: Tremonti minimizza sulla legge perle intercettazioni, dice che tutt'al più si tratta di un «bavaglino»... «C'è poco da ironizzare. Anche negli Stati Uniti sono preoccupati per le conseguenze che la legge avrebbe sulle indagini, in particolare quelle internazionali».

 


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