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Nuova Bindi per il Pd

• da Italia Oggi del 22 luglio 2010

di Carlo Russo

La metamorfosi della presidentessa cattolica e pidiesina: da accondiscendente, dialogante, mediatrice a lady di ferro che impone, attacca, travolge. È Beatrice Draghetti, al secondo (e ultimo, secondo la legge) mandato a capo della Provincia di Bologna. Un misto di Rosy Bindi (con buona pace del Cavaliere), di Emma Bonino e di Paola Binetti. Shakerate e ne esce, appunto, la Draghetti, che ha la fede (tra l'altro, in ossequio alla curia, non consentì che il gonfalone della Provincia sfilasse al gay pride) e il pragmatismo della Bindi, il senso istituzionale e politico della Bonino, l'irreprensibilità privata della Binetti (che stridore rispetto alla vicenda degli amori dell'ex-sindaco Flavio Del Bono). Ieri remissiva, oggi all'assalto. Nelle poche settimane dal suo insediamento a capo della Provincia è riuscita a bisticciare col vertice regionale del suo partito, il Pd, a litigare con l'alleato Antonio Di Pietro, a fare imbufalire il ministro Mariastella Gelmini. Con quest'ultima è scesa in guerra, decidendo di patrocinare (unica, o quasi, in Italia) il ricorso al Tar del Lazio contro il blocco degli organici da parte del fronte anti-Gelmini, firmato da 755 persone e sostenuto da comitati e associazioni. Una decisione che non è andata giù al ministro poiché il ricorso contro la legge ha così per protagonista anche un'istituzione pubblica. «Abbiamo ritenuto», spiega Beatrice Draghetti, «di dare una mano, considerando che gran parte dei firmatari sono del nostro territorio provinciale. Siamo alla frutta e la forzatura di procedere a suon di circolari dimostra che si tratta di interventi tesi non tanto a riformare la scuola ma a realizzare risparmi».
Quindi l'avvocatura della Provincia s'è presentata al Tar e continuerà ad affiancare i firmatari anti-Gelmini, con qualche imbarazzo anche per il presidente della Regione, Vasco Errani, invitato dai 755 firmatari a seguire l'esempio della Draghetti. Per ora non ha risposto. Nata a Bologna nel 1950, Beatrice Draghetti è laureata in filosofia e ha insegnato in diverse scuole medie. 15 anni fa divenne, su sollecitazione di Romano Prodi, coordinatrice dei circoli dell'Italia che vogliamo. Poi ha seguito Prodi nei Democratici e ora ha la tessera Pd. Alle ultime elezioni è stata protagonista di un singolare episodio: il suo programma elettorale sarebbe stato copiato dal candidato di centrodestra alla presidenza della Provincia dell'Aquila, Antonio Del Corvo. Spiega Enio Mastrangeli, capogruppo Pd nel consiglio provinciale dell'Aquila: «Mi sembrava strano che nel programma del candidato Pdl comparisse la frase Welfare to Work, parole chiaramente riformiste, così ho fatto una ricerca in Internet e ho scoperto che tutto il programma era stato copiato, cambiando solo le località
geografiche». Beatrice Draghetti non ha reagito, tranquilla e socievole. Ma una volta ottenuto il secondo mandato è cambiata: una presidentessa double face. Ha mandato a quel paese il segretario regionale Pd - che non voleva la riduzione da 10 a 8 degli assessorati provinciali e ha imposto la sua nuova giunta dimagrita, ha lanciato strali contro Antonio Di Pietro e la sua plenipotenziaria emiliana, Silvana Mura, che le hanno imposto un assessore diverso da colui che lei aveva indicato («per varare la Beatrice Draghetti giunta abbiamo alla fine trovato una soluzione con l'Idv, non la migliore ma quella possibile»: una reazione talmente esplicita che il tandem Di Pietro-Mura se la sono legata a un dito), ha avviato la politica del risparmio (lei percepisce - 7.577 euro lordi al mese) che ha già portato a 220 dipendenti in meno - e alla riduzione da 5,3 milioni a 600 mila euro delle consulenze creando malumore nelle altre istituzioni locali, e dulcis in fundo ha messo nell'angolo i consiglieri del centrodestra e fatto votare la delibera con cui la Provincia scende in campo e appoggia legalmente le associazioni anti-Gelmini: contro il ministro a colpi di avvocati. Così vuole l'ex-bonaria, diventata la lady di ferro bolognese.



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