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Fini: patto con il Cavaliere? Dal notaio

• da Corriere della Sera del 25 luglio 2010

di Francesco Verderami

Un tempo sarebbe bastato un documento programmatico, oggi servirebbe un atto notarile, perché semmai i cofondatori del Pdl dovessero far pace, stavolta Gianfranco Fini chiederebbe garanzie legali a Silvio Berlusconi, «stavolta l'accordo lo chiuderemmo solo davanti a un notaio. Non intendo più farmi imbrogliare». È la fiducia insomma che difetta, e certo sarebbe interessante capire dove sta «l'imbroglio», in che modo Berlusconi avrebbe gabbato Fini, se per davvero - oltre a rompere il patto politico - il Cavaliere gli ha soffiato anche il simbolo del Pdl, garantendosene l'esclusiva disponibilità attraverso qualche codicillo posto in calce all'atto costitutivo. Così come sarebbe importante capire quanto è strumentale l'accusa del prémier verso l'ex «fedele alleato» e i suoi seguaci, rei di aver infranto le regole interne, di aver violato cioè la decisione dell'Ufficio di presidenza, che aveva approvato all'unanimità il testo sulle intercettazioni votato dal Senato e poi fatto a fette alla Camera. Chissà se i cofondatori riusciranno mai a chiarirsi, se arriveranno a un compromesso. Di certo l'ultimo mediatore ha dovuto fare un passo indietro: «Basta», ha intimato l'altro giorno Berlusconi a Gianni Letta, che da settimane faceva la spola con Montecitorio. Se si tratti di uno stop definitivo o solo di una mossa tattica, è tutto da vedere. Magari Fedele Confalonieri riuscirà nell'impresa di convincere in extremis l'amico di una vita. Non adesso, però. D'altronde, lo stesso Fini - che ora avrebbe maggior interesse a siglare un'intesa - si rende conto che non sarebbe questo il momento più conveniente per il Cavaliere di patteggiare. Il punto è che «il nodo va sciolto subito». Carlo Vizzini, che di trattative nella Prima Repubblica ne ha fatte e siglate tante, spiega che «il tempo non lavora a favore del premier, lui lo sa bene. Sa che di questo passo corre il rischio di farsi sfiancare da una contrattazione continua, in cui la posta in gioco viene sempre alzata». Lo sviluppo della partita è chiaro a tutti. Se oggi Fini ha acquisito forza brandendo la bandiera della legalità, domani è pronto a far breccia nel centrodestra berlusconiano innalzando il vessillo del Mezzogiorno in nome dell'unità nazionale, e chiamando a raccolta quanti si oppongono a un federalismo fiscale che più volte ha già criticato per la sua «iniquità». La mossa coinciderebbe con l'approvazione dei decreti attuativi della riforma, spaccherebbe il Pdl, provocherebbe tensioni nel governo e con la Lega, mettendo in ambasce Giulio Tremonti. Non a caso il titolare dell'Economia lavora da tempo per aggregare al suo progetto ministri e dirigenti «sudisti» del partito, e non è un caso se ieri ha detto che «il federalismo o è una scelta comune o è un errore», se il sindaco di Roma - dandogli ragione - ha aggiunto che «la riforma più importante del governo non dev'essere accompagnata da un senso di divisione», ma dev'essere «una sfida per tutta la nazione». Il gioco è scoperto, è il timing della contromossa del premier che non si conosce. Se davvero ha deciso di andare alla resa dei conti con Fini, agirà prima o dopo la pausa estiva? C'è chi lo spinge alla guerra lampo, appena avrà portato a casa la manovra e magari il voto della Camera sulle intercettazioni: altrimenti - questa è la tesi - il processo di erosione non si arresterebbe, e il malumore nei gruppi parlamentari troverebbe nel presidente della Camera un punto di riferimento. Un'azione repentina costringerebbe invece i finiani a scegliere. Ma a quel punto il Cavaliere avrebbe i numeri alle Camere per proseguire? Una verifica sulla «conta» è già iniziata, perché una crisi al buio Berlusconi non può permettersela. Grazie al lavoro di mediazione del Guardasigilli sulle intercettazioni, il governo è stato messo in sicurezza. E non è poco. Al premier toccherà decidere se mettere l'elmetto o pensare a fronteggiare altre grane. La legge sul legittimo impedimento, per esempio, è posta su una bomba ad orologeria controllata dai giudici della Consulta, e il Lodo Alfano costituzionale accordo o meno con Fini poco importa - non potrà mai essere approvato dalle Camere in tempo per evitare lo scoppio dell'ordigno. Servirà un nuovo provvedimento? È un rebus che angustia Berlusconi, è un altro problema che si aggiunge alla pila di dossier, in cima alla quale c'è il caso Fini. Forse lo scontro è rinviato, forse l'estate servirà per mettere un po' d'ordine alle cose, sebbene nemmeno la stretta cerchia del Cavaliere ci creda tanto. Ecco perché i fedelissimi di Fini scommettono che «a settembre saremo ancora nel Pdl». Lo dice Italo Bocchino, lo ripete Andrea Augello: «Per ora ce ne andiamo al mare». C'è fiducia nel generale agosto. Tra i cofondatori la fiducia invece è finita, e forse è finita anche la loro storia.
 



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