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Se il (serio) tema dell’immigrazione si riduce a una tammurriata

• da Il Foglio del 25 agosto 2004, pag. 4

di Daniele Capezzone

Certo, se il tema dell’immigrazione si riduce alla solita tammurriata (con Buttiglione che stuzzica la Lega, Calderoli che ci casca dopo tre minuti e mezzo, e -dall’altra parte- suor Livia Turco che ricomincia il rosario sulla Turco-Napolitano), c’è poco da stare allegri. E invece, il tema è maledettamente serio, ed è una spia rivelatrice di tante cose.

Per esempio, in Europa, sono ancora troppi i politici che giocano la carta della paura e della chiusura. Ma, anche al di là dei demagoghi più scoperti, è l’Europa nel suo insieme a fare la scelta sbagliata. Ad esempio, è noto che (con le "solite" eccezioni positive dell’Irlanda e -in parte- dell’Inghilterra), pur a fronte del cosiddetto "allargamento", e quindi con l’ingresso formale nell’Ue di dieci nuovi Stati membri, il "vecchio nucleo" europeo ha deciso che non vi sarà libera circolazione del lavoro per i "nuovi cittadini", che dovranno ancora attendere per un periodo variabile dai due ai sette anni, prima di vedere completamente abbattute tutte le frontiere. E’ -questa- la strada opposta a quella che avremmo dovuto e potuto perseguire, e proprio la storia americana (come vedremo) avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Verrebbe da dire che se Ronald Reagan potesse ritrovarsi oggi a Berlino, avrebbe buone ragioni a ripetere il suo "open this gate, tear down this wall": e però dovrebbe farlo non rivolto verso Est, ma verso Ovest, verso di noi.

Dicevo, al contrario, del paradigma americano. Antonio Martino, qualche anno fa, amava ripetere che, verso la metà del diciannovesimo secolo, l’America e l’Australia non erano troppo dissimili né per ricchezza né per popolazione. Poi, però, gli Stati Uniti, diversamente dagli australiani, scelsero di aprire molto le frontiere: e ne è derivata una crescita straordinaria, di abitanti come di ricchezza prodotta.

Oggi, la storia continua, e gli Usa rappresentano uno straordinario, spettacolare laboratorio, che va illustrato non a parole ma ricorrendo ad alcune cifre. Sono più di 6 milioni i cittadini statunitensi che, nell’ultimo censimento del 2002, si sono dichiarati discendenti "da più di una razza", e si cominciano a leggere saggi sulla "m-generation", cioè sulla "generazione multirazziale". In totale, sul territorio americano si contano 123 diverse etnie. I figli di etnie differenti saranno il triplo nel 2050, secondo il National Council of Research, e, tra 100 anni, rappresenteranno oltre la metà (alcune stime predicono: i due terzi) di tutta la popolazione. E intanto, dal 1967, quando la Corte Suprema depenalizzò le unioni miste nei pochi Stati che ancora le vietavano, il numero dei matrimoni misti è cresciuto del 1000%.

E mentre in Europa (e pure da noi…) si discute di furbesche ed inutili proposte sulla concessione del diritto di voto agli immigrati solo per le elezioni amministrative (e alzi la mano chi conosce un solo immigrato che, anziché desiderare di divenire presto un cittadino come gli altri, sia ansioso di poter votare per i Consigli comunali e provinciali…), negli Stati Uniti si è anni luce avanti. Nelle ultime elezioni californiane (quelle che hanno visto la vittoria di Schwarzenegger: cioè, vale la pena di ricordarlo, di uno che oggi è conosciuto come "Terminator", ma che trent’anni fa arrivò da immigrato, con non più di venti dollari in tasca), la scheda elettorale è stata stampata in 7 lingue diverse, mentre, lo stesso sito ufficiale della Casa Bianca, www.whitehouse.gov, è già bilingue, inglese e spagnolo.

E le cose, anche politicamente, non sono mai scontate. Parlando degli ispanici, ad esempio, un tempo si trattava di voti "sicuri" per i democratici; oggi, che si tratti della California (con Schwarzenegger che ha battuto, tra gli altri, anche un candidato democratico di origini ispaniche) o della Florida di Jeb Bush, molto spesso si sono registrati massicci spostamenti di voti verso i repubblicani.

E c’è addirittura chi (lo ha fatto proprio su questo giornale Grover Norquist, il guru di "Americans for tax reform") lega la maggiore o minore propensione al voto per i repubblicani -anche all’interno della comunità ispanica- al fatto che questi "nuovi americani" siano o no titolari di un piccolo gruzzolo di dollari investiti in azioni, e vogliano quindi difenderlo dalle rapine fiscali. .

Sarebbe l’ora che anche dalle nostre parti ci si cominciasse a misurare con problemi -e opportunità- di questo genere. Con buona pace dei ragazzi della tammurriata.

 



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