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Le mutilate invisibili
Più di 130 milioni le vittime dell'infibulazione. Ma ora a Nairobi una speranza c'è. L'europarlamentare radicale spiega la svolta possibile che parte dal Kenya. E sfata qualche luogo comune. Come quello che la pratica abbia motivi religiosi.

• da Vanity Fair del 16 settembre 2004, pag. 103

di Emma Bonino

Stando ai dati forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dovrebbero essere tra i 130 e i 140 milioni le donne che, nel mondo, hanno subito una mutilazione genitale femminile (MGF). Se le MGF sono effettuate prevalentemente in Africa ed in alcuni paesi arabi, non per questo si tratta di un fenomeno isolato: esistono casi in Asia e tra le comunità migranti un po' ovunque, dall'Australia al Nord-America e all'Europa. La pratica non ha alcun legame con la religione, anche se è spesso strumentalmente utilizzata come giustificazione, ma piuttosto riflette la struttura patriarcale delle società in cui si è radicata, all'interno delle quali la donna non ha diritti. Nonostante tutto, da oltre vent'anni, donne arabe e africane, con difficoltà e determinazione, portano avanti la lotta per il completo abbandono, ovunque nel mondo, di queste pratiche tradizionali che vanno, con procedimenti spesso cruenti, dall'asportazione del clitoride alla cucitura delle grandi labbra.

L'obiettivo di fondo della campagna "StopFGM", lanciata nel dicembre 2002, da AIDOS (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) e dall'associazione radicale Non c'è Pace Senza Giustizia, è proprio quello di sostenere la battaglia di queste donne, cercando anche di favorire il confronto fra governi, società civile e organismi non-governativi al fine di elaborare strategie, anche legislative, per contrastare la pratica in maniera efficace. Il primo biennio della campagna ha registrato risultati positivi soprattutto grazie all'adozione da parte di 28 paesi arabi e africani, nel giugno del 2003, della Dichiarazione del Cairo che si appella ai Capi di Stato, ai governi e ai Parlamenti affinché attuino, nelle loro politiche sanitarie e sociali, le raccomandazioni e le linee guida anti-MGF. Inoltre, a luglio dello scorso anno, 53 Capi di Stato di paesi membri dell'Unione Africana hanno adottato un Protocollo sui Diritti delle Donne in Africa - il cosiddetto Protocollo di Maputo - che contiene una serie di disposizioni relative all'educazione, al ruolo attivo delle donne nella vita civile, al matrimonio - segnatamente riconoscendo alla donna la capacità di esprimere consenso oppure no, incoraggiando la monogamia, fissando i 18 anni come età minima per contrarre matrimonio - all'aborto.

Soprattutto, in relazione al diritto all'integrità fisica della donna, all'articolo 5 il Protocollo stabilisce che le MGF devono essere proibite e condannate, impegnando gli Stati membri ad adottare le necessarie misure legislative. Per entrare in vigore il Protocollo deve ottenere la ratifica da parte di un minimo di 15 paesi membri dell'Unione Africana. Ad oggi, soltanto la Libia, il Ruanda e le Isole Comore hanno ratificato, ma altri Stati hanno iniziato il processo di ratifica. Per dare ulteriore slancio alla campagna di ratifiche, Non c'è Pace Senza Giustizia ed il governo del Kenya hanno organizzato una conferenza internazionale a Nairobi, dal 16 al 18 settembre, alla quale prenderanno parte centinaia di persone: anzitutto donne vittime delle MGF, ma anche ex-circoncisori, medici, insegnanti, giudici, parlamentari, rappresentanti di governi e di organizzazioni non-governative, leader tribali e capi religiosi. Per la donna africana l'entrata in vigore del Protocollo di Maputo segnerebbe un punto determinante nella lotta contro le MGF e, più in generale, le aprirebbe la possibilità di una vita civile e politica finora repressa. Si tratterebbe, evidentemente, di una conquista politica e sociale epocale per quel grande continente.



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