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Referendum la corsa contro il tempo
Dagli anni Settanta al 2004, dal divorzio a oggi, la prima raccolta di firme quasi interamente sostenuta e organizzata da trentenni

• da La Stampa del 21 settembre 2004, pag. 9

di Filippo Ceccarelli

Ce l'hanno fatta. O meglio: devono avercela fatta. Comunque: ce la faranno. Ma non possono dirlo. E hanno ragione. "Siamo a un passo dal non farcela" dicono quindi i radicali mentre cresce la febbre dell'ultima firma.

Più che per scaramanzia, l'astuta formula si spiega con il fatto che a fine campagna ogni referendum, per andare in porto, ha bisogno della più sperimentata predicazione apocalittico-millenaristica. Nella raccolta ai tavoli è sempre l'ultimo giorno, sta per combattersi la battaglia finale, ogni firma - magari la tua! - può essere quella decisiva.

Poi però si va di persona a via di Torre Argentina e gli occhi parlano, le centraliniste sorridono e anche se stanchi dalle nottate in bianco i volti dei militanti esprimono un certo ragionevole ottimismo. Attorno alla macchinetta del caffè, sotto le scale che portano in cima a una invisibile e incredibile torre che domina i tetti di Roma, si respira un'atmosfera tutt'altro che depressa. Per il salone si aggira placido il cane del dirigente Mariano Giustino, la bestia annusa pericolosamente una stenta pianta, arrivano i giornalisti per una conferenza stampa sul XX settembre, storica ricorrenza che i radicali non dimenticano mai di onorare con qualche iniziativa a Porta Pia, spesso in esclusiva e straniante compagnia con il corpo dei bersaglieri.

Ma la notizia è che il referendum sulla fecondazione assistita sta per entrare in via stabile e definitiva nell'agenda della vita politica italiana. Anche gli alleati dei radicali (diversi ds, la Cgil, la Uil, Di Pietro, i verdi, lo sdi più alcuni "pezzi" libertari del centrodestra) sembrano infatti a buon punto. "A pochi metri dal traguardo" ha precisato il migliorista emiliano Lanfranco Turci. Tanto che oltre a Prodi se n'è accorto, con la consueta preoccupazione, anche il cardinal Ruini. Ieri, in realtà, si è chiusa solo la raccolta delle firme nelle segreterie comunali. I tavoli per strada continueranno per altri tre-quattro giorni, e almeno a Roma saranno operativi fino a lunedì prossimo. Ha annunciato ieri Daniele Capezzone che si registra un vero e proprio assalto. Negli ultimi giorni, in giro per l'Italia, si deve essere sbloccato qualcosa di serio. All'inconfessabile ottimismo hanno certamente contribuito la storia del piccolo Luca, il bimbo talassemico di Pavia che è potuto nascere sano per un trapianto di cellule staminali; poi senz'altro la trasmissione Report di Milena Gabanelli e un faccia a faccia tra Capezzone e il presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini. Parecchio ha pure smosso l'editoriale (con firma) di Eugenio Scalfari e la notte bianca.

Ma gli sforzi, ormai, sono distribuiti sul complesso lavoro di inseguimento, spedizione, controllo, certificazione e inscatolamento dei moduli. Come si comprende, è questa una fase molto delicata, forse più tecnica che politica, dell'intera campagna. Ogni ritardo e ogni errore possono moltiplicare i loro effetti mettendo a repentaglio il risultato; di qui la necessità di richiedere a Roma, da Bruxelles, la presenza di Maurizio Turco, erede riconosciuto di Peppino Calderisi, a sua volta pontefice massimo del know how abrogativo.

L'esperienza vuole che ogni quesito superi una soglia di sicurezza fissata a 600 mila firme. Più si è distanti, in effetti, più il vaglio della Cassazione risulta severo, e la consultazione rischia di andare a ramengo. E' dunque il rush finale, la zona Cesarini del referendum. Eppure ieri non c'era nulla, a Torre Argentina, che richiamasse quel caos creativo che per anni ha segnato il concitato rituale di passaggio dell'ultima ora utile, dell'"oggi o mai più".

La storia radicale e in particolare quella pannelliana riservano il meglio e insieme il peggio delle sue risorse a questi momenti entro cui si ritrovano, concentrate, le terribili fatiche e le salvifiche intuizioni messe in atto per spezzare l'indifferenza e riattivare la mobilitazione. Nel 1980, quando mancava il personale che vidimasse le firme, Pannella si affacciò dagli schermi di TeleRoma56 mascherato e truccato (malamente) da clown. Urlava, fumava, smuoveva le braccia a scatti invocando soccorsi. L'indimenticabile performance, poi rubricata nell'ambiente radicale come "il numero del baraccone" (a questo luogo in effetti il leader si richiamò per definire la vocazione del suo partito), ebbe l'effetto di richiamare in poco più di un'ora centinaia e centinaia di volontari.

Ma come si dice: era solo l'inizio. Ogni volta che la raccolta delle firme si metteva male, ebbene, quasi sempre Pannella ha saputo invertire la tendenza calibrando e drammatizzando nel modo più fantasioso e orripilante l'esito della campagna. Si è così assistito, nel corso degli anni, a dimagrimenti scheletrici, drink urologici, ostensioni di nudità (altrui), occupazioni di uffici alla Rai (di una dà tenera testimonianza Dino Basili nel suo recente "Virgola e basta", Ares), distribuzione di hashish in diretta televisiva e così via.

Più o meno per tutti i referendum. Ma non per quest'ultimo sulla fecondazione, che pure non è stato una passeggiata. Basti pensare che i radicali sono stati costretti a sacrificare ben 150 mila firme raccolte da aprile a giugno ricominciando in piena estate. Né si può dire che i media si siano comportati con i radicali in modo così diverso dal passato, secondo un modello cioè che grosso modo alterna disinteresse e censure.

Ieri, nel corso della conferenza stampa, Daniele Capezzone, più Marco Cappato, presidente dell'Associazione Luca Coscioni e il coordinatore della campagna referendaria Michele De Lucia hanno dato conto di uno studio che documenta il vero e proprio diluvio di "soggetti ecclesiastici" nelle reti televisive. Il dossier era assai preciso e confermava come santi, papi, vescovi, preti e monache vengono utilizzati, davvero ad abundantiam, forse per riequilibrare la deriva commerciale e le scempiaggini mandate pacificamente in onda.

Pannellone è intervenuto per telefono, come voce che arrivi dal cielo. Dopo aver auspicato un dibattito sul "Codice da Vinci", da tenersi su Radio radicale, è parso orgogliosamente rivendicare la continuità della battaglia anticlericale. A un certo punto ha detto: "Così come a suo tempo svelammo le caratteristiche aberranti della Sacra Rota. Erano i primissimi anni settanta, la stagione della Lid, di Abc, del divorzio. E veniva da guardare i tre giovani dirigenti dietro il tavolo. E il punto a suo modo curioso era che "a quel tempo" Capezzone, Cappato e De Lucia non erano neppure nati, o prendevano il latte con il biberon.

E insomma: è questo il primo referendum quasi interamente sostenuto e organizzato da trentenni. E' la quarta o forse addirittura la quinta generazione radicale: dopo i signori aristocratici "con l'abito inglese e la battuta francese" che dispiacevano a Pasolini; dopo la leva goliardicobeat di Pannella e di Stanzani; dopo i Cicciomessere e gli Spadaccia; dopo la Bonino e poi dopo i Rutefli, i Negri, i Taradash e i Calderisi. I moduli per la raccolta delle firme stavolta sono stati scaricati da Internet, "però su idea di Pannella" puntualizza De Lucia. Quindi Capezzone, giacca e cravatta, modi affabili, eloquio perfetto, invita i giornalisti a seguirlo "nell'inferno" dove stanno lavorando sulle firme. Ma per chi ha conosciuto i luoghi promiscui della differenza radicale, il pittoresco disordine, la passione dell'anticonformismo ai limiti dell'isteria, i più sospetti fumi antiproibizionisti, ecco, questo di oggi non è per niente l'inferno. E' un salone bianco e pulito abitato da alacri, silenziosi e composti militanti sorridenti. Non resta, in fondo. nemmeno il tempo per la nostalgia. Sono gli ultimi giorni, quelli decisivi.



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