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Referendum, non c'è più tempo

• da L'Indipendente del 22 settembre 2004, pag. 1

di Benedetto Della Vedova

Le motivazioni per cui correre oggi - chi non lo avesse ancora fatto - a firmare la richiesta di referendum contro la Legge sulla procreazione assistita sono sicuramente moltissime. Sono quelle che non si è voluto che emergessero mentre la legge compiva il suo iter alle Camere.

In un dibattito parlamentare sacrificato, né i favorevoli né i contrari alla legge hanno cercato in realtà,un confronto profondo, drammatico quando occorreva, aperto e pubblico: oggi si ritrovano con l'opinione pubblica che si mobilita perché capisce il contenuto e le conseguenze del provvedimento.

Il rispetto delle scelte individuali

L'errore che mi pare più grande è quello di aver legiferato confrontandosi sul piano dei principi astratti, dei valori etici "di fondo", del giudizio quasi metafisico su ciò che sia lecito o meno che la scienza approfondisca e la tecnica renda disponibile. Nessuna Legge, né quella in vigore né nessun’altra, potrà infatti statuire una volta per sempre, per cominciare, dove si collochi il cosiddetto inizio della vita; non lo deve fare. Ma il legislatore non può in alcun modo sottrarsi alla responsabilità degli effetti concreti e quotidiani sulla vita dei cittadini che la sua attività comporta.

Ecco cosa più è mancato in tutto il confronto politico sulla fecondazione assistita: il rispetto delle scelte individuali che già da anni o decenni gli italiani compivano, come genitori in cerca delle tecniche mediche per vincere la sterilità e soddisfare il desiderio di maternità e paternità; come scienziati nello spingere in là la conoscenza e offrire nuove potenzialità di cura per malattie tragiche; come medici nel ricorrere, secondo deontologia, ai ritrovati terapeutici disponibili per aiutare i pazienti.

Non si è voluto tenere conto di quanto avveniva già in Italia, non in Paesi diversi o lontani. Si è voluto, invece, imporre un irragionevole passo indietro laddove nulla di "socialmente pericoloso" stava accadendo. Nessuna "fabbrica di bambini", nessun esercito di "nonne-mamme", nessuna degenerazione nella ricerca sugli embrioni: nessun far west legislativo, sempre che il far west sia una buona metafora di una società senza diritto se non quello del più forte. Il controllo sociale, le norme deontologiche e l'autoregolamentazione della classe medica avevano incalato entro binari di ragionevolezza l'uso delle tecnologie disponibili. Da questo e non da altro, se si voleva seriamente legiferare, si doveva partire.

L’egemonia proibizionista

Si è scelta la via opposta, quella della proibizione in ragione delle convinzioni etiche della maggioranza: dei parlamentari, si badi bene, non dell'opinione pubblica. E come tutte le scelte proibizioniste sarà, anzi è, fallimentare. Ne abbiamo visto le conseguenze: sul fronte della procreazione chi può se ne va all'estero, anche vicino, dove le tecniche più innovative sono disponibili. Sul fronte della ricerca sulle cellule staminali embrionali gli scienziati italiani dovranno stare alla finestra o, anche qui, andare altrove. E non in Paesi senza legge, ma, ad esempio, nella civilissima Gran Bretagna.

Tutto questo lo hanno capito milioni di "laici", ma anche milioni di "cattolici" ed è da questo che scaturiscono le centinaia di migliaia di firme per il referendum. Dando così una grande e radicale lezione di cosa debba essere la legislazione di un Paese liberale: attenta alla realtà, fondata sul rispetto dei diritti e delle libertà di tutti e sulla necessità di arginare l'invadenza dello Stato (anche nello stabilire ciò che è "etico" e ciò che non lo è).



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