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I catto-laici e la reazione assitita

22 maggio 2005

di Walter Mendizza

Questo articolo è stato offerto al "Piccolo", il quidiano di Trieste, che ha ritenuto di non pubblicarlo. Noi lo ospitiamo volentieri.
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Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno." (Matteo, 5)

Da quando è entrata in vigore la legge 40 sulla procreazione assistita, migliaia di coppie italiane in cerca di un figlio stanno emigrando all'estero. Un turismo procreativo che alimenta un mercato in crescita esponenziale: ad oggi di circa 5.000 coppie per un costo medio di 8.000 euro che fa 40 milioni per fecondazioni in vitro con donazione di ovociti (senza contare i
costi delle diagnosi pre-impianto). La fuga verso paesi con legislazioni meno restrittive la vediamo anche computando le percentuali di successo della fecondazione assistita rispetto al 2003: gravidanze diminuite del 15 per cento ed cicli di trattamento calati complessivamente dai 2.418 del 2003 a 1.746, cioè di quasi il 28 per cento. Oltre al calo delle gravidanze c'è stata una crescita degli aborti dal 17 per cento al 23 per cento ed un aumento dei parti gemellari dal 14,2 per cento al 18,6 per cento; ciò è chiaramente dovuto all'obbligo di trasferire in utero tutti gli embrioni ottenuti con la fecondazione in vitro.

Queste statistiche non tengono conto degli effetti che la legge avrà sulla ricerca scientifica e che sarà ben peggiore e molto meno immediata: se non andremo a votare, se assumiamo un atteggiamento di indifferenza, se lasciamo che il referendum vada buca, allora avremo ancora una volta ipotecato il nostro futuro e quel che è peggio, quello dei nostri figli. Come quando ci
suggerirono di andare al mare. e ci andammo; o quando la corte costituzionale bocciò alcuni referendum e noi tirammo un sospiro di sollievo così non dovevamo decidere, non dovevamo pensare.

Ci siamo comportati in modo qualunquista e cinico come quel tedesco menefreghista che faceva spallucce alla politica, ma un triste giorno, quando prese coscienza di ciò che aveva fatto raccontò sconsolato: "Quando presero i comunisti non dissi nulla, mica ero comunista. Neppure quando presero gli ebrei dissi niente, mica ero ebreo. Poi, quando presero gli
zingari e gli omosessuali rimasi zitto, non ero né l'uno né l'altro. E così, quando presero me, non era rimasto più nessuno a poter dire qualcosa".

Così sta accadendo con i referendum, abbiamo lo stesso atteggiamento: "quando mi chiesero di andare al mare per non votare, non dissi nulla e ci andai; poi quando la Consulta bocciò la possibilità di dire la mia, rimasi zitto; poi se qualcuno dice, tanto non si raggiungerà il quorum, resto in silenzio. Ora che chiedono di astenersi, non esco neppure di casa; se poi il
referendum si fa a giugno, meglio, così sono già in ferie". Solo che se un giorno accadrà di svegliarci e guardandoci attorno vedremo solo vecchi burberi e anziani bisbetici, in una noiosa società senza giovani, senza ricercatori, senza futuro; se succederà che saremo l'ultima ruota del carro, sorvegliati speciali al seguito di questo o di quel paese. beh, se avverrà così è perché ci hanno preso. e non è rimasto più nessuno a cui poter dire qualcosa.

Questa è la sconsolante situazione: ci hanno già praticamente catturati. Siamo un popolo che si è seduto, che non vuole pensare. Il nostro stereotipo è Sanremo, là buchiamo tutti gli indici di ascolto. Restiamo sprofondati davanti alla tv commerciale e forse un dibattito serio sulla fecondazione assistita non ci interesserebbe neppure perché in fondo è come se non ci
riguardasse.

Sarebbe bello che Trieste, la città più scientifica d'Italia potesse invertire questa perversa spirale di indolenza, potesse dare un segnale forte aderendo in massa al Comitato per il SI. Un segnale che svegli dal torpore generale anche il resto del nostro Belpaese addormentato. Sarebbe bello ma probabilmente non accadrà perché quasi certamente faremo spallucce
anche noi, popolo del "viva là e po' bon", in barba a tutte le aree di ricerca e a tutti i sincrotroni.

Se sarà questa la decisione, a tutte le mamme che hanno il legittimo desiderio di avere un figlio, ma che per diversi motivi non possono se non attingendo alla procreazione assistita, possiamo già prepararci a rispondere in coro col motto giuliano "no xe pol". E ai milioni di malati che ci guarderanno sconsolati per la nostra ignavia e la nostra fiacchezza d'animo,
risponderemo anche "no xe pol".

Certo, se poi un domani i malati saremo noi o un nostro parente o nostro figlio, allora tutto cambia, se avremo il denaro andremo all'estero a farci curare. Senza esitazione e in spregio alla nostra attuale indolenza. E pagheremo. Pagheremo tutto e pagheremo caro. Invece, possiamo ancora fare qualcosa. L'unico significato possibile che possiamo dare alla nostra
esistenza è quello assumerci individualmente il rischio di inventarcela. Con quale faccia andremo a farci curare sulle spalle di quelle popolazioni che hanno avuto oggi, il coraggio di sperimentare il rischio sulla loro pelle? E' forse morale questo atteggiamento?

Perciò, noi del comitato per il SI siamo convinti che dobbiamo assumerci il rischio in prima persona se vogliamo contare qualcosa, se vogliamo che non si abbatta su di noi e sui nostri cari il flagello di chi vuole porre fine alla ricerca e alla conoscenza. Perché sappiamo che non si vince nessun gioco se non si gioca. Coloro che invece hanno messo il cervello a sedere, per piccolezza d'animo, quelli che hanno rifiutato il rischio, quelli che per paura hanno voluto aggrapparsi a significati ereditati, questi, meritano tutta la nostra disistima, il nostro più profondo disprezzo.

La vera sconfitta non è, aver tentato, ma essere rimasti tutta la sera con le fiches in mano, terrorizzati dall'idea di perdere quei valori sul cui possesso abbiamo stoltamente covato un miraggio di felicità. La nostra piccola anima pigra e svogliata non se ne accorge neppure del profondo dolore che frantuma la vita dei malati. E la ciarlatana poltroneria degli
astensionisti non si rende conto del danno che provoca. La loro indolenza arroccata nella pochezza di spirito si inventerà di volta in volta una causa esteriore che renda ragione del frignare dei nostri simili.

Infine, quando in futuro il turismo dei malati diventerà insostenibile, quando la nostra bilancia dei pagamenti sarà in profondo rosso, con italica stizza ce la prenderemo con il governo di allora, di qualunque colore esso sia. Il nostro mondo gonfio di risentiti senza memoria urlerà a gola spiegata anche contro coloro che invitavano all'astensionismo. Dimenticando, come sempre accade, che erano loro stessi quelli che oggi disertano le urne, quelli che invitano i renitenti dubbiosi e avversi a questa legge infame a indossare il saio di una vita più semplice al sapore di semolino.

Dunque il nostro appello non può che essere quello di andare a votare, e votare SI, contro lo schema delinquenziale e antiumanista di chi ci invita a restare a casa. Il nostro è un appello ai cattolici, affinché diventino catto-laici e rivedano la loro drammatica posizione fatta di superstizioni, di riti e credenze ad arte alimentate dalla parte più retriva del cattolicesimo. Un appello ai cattolici perché si ravvedano, ché, nel loro atteggiamento si rispecchia una profonda avversione alla vita così tremenda e convulsa che la speranza vera e inconfessata non può che essere quella di trascinare il mondo intero nel loro integralismo talebano fatto di afflizione e di patimento. Chi la pensa così si è allontanato dal magistero della sacralità, dalla sua missione pastorale e vuole imporre per legge la sofferenza.

Costoro potranno far perdere tutti facendo fallire il quorum e avvelenando con la potenza delle loro campagne propagandistiche le sorgenti da cui scaturisce la nostra civiltà occidentale. Ma i catto-laici non sono costretti a vivere fino in fondo un accanimento che non gli appartiene e che oggi non ha neppure lo sbocco immaginario di un futuro radioso, perché dietro di loro c'è un'umanità dolente in cerca di redenzione e dignità; sono i malati che non vogliono più restare muti, imprigionati e strumentalizzati da chi li propone come martiri in religioso silenzio.

Umiltà, signori. Umiltà. Perché umile viene dal latino humus, terra. Vuol dire "a partire dalla realtà" nella sua interezza. L'umiltà è la condizione per costruire la civiltà e senza politici umili non si fa una civiltà. Perciò questo appello è rivolto anche ai politici, perché si ricordino che
siamo uno stato laico, perché si ricordino che il loro potere proviene dal popolo sovrano. Il referendum è l'unico strumento di democrazia diretta che ha il popolo, ed i politici che hanno giurato fedeltà alla Costituzione dovrebbero saperlo e non indicarlo come uno strumento rozzo, e comportarsi da criminali impedendo a tutti di esercitare in santa pace la nostra ricerca
della felicità.

Umiltà anche per le gerarchie ecclesiastiche perché hanno sentito il bisogno di scendere in campo, perché hanno sentito l'urgenza di fare omelie sul referendum e sulla astensione invece di predicare il Vangelo. Bisognerebbe ricordare loro che Gesù nell'orto degli ulivi, quando
ormai il disegno divino era praticamente compiuto ed i giochi erano fatti, si rivolse a Dio chiedendogli, "Padre mio, se puoi, allontana da me questo calice amaro". Il che significa semplicemente: Dio, se puoi, non farmi soffrire! Se il grandissimo spirito di Gesù, colto nello sconforto della sua dimensione umana, ha avuto questo atteggiamento verso la sofferenza, chi
sono allora quelli che si ergono a volerne invece l'afflizione? Il tormento per tutti? Il dolore imposto per legge? Chiunque voi siate, credete forse di essere più grandi di Gesù Cristo?

Fortunatamente in questa vicenda referendaria così poco di "Dio" e così tanto di "Cesare", si sostanzia una formula biblica che ha poco meno del sapore di una profezia, ed è che per votare bisogna semplicemente mettere una croce o sul SI o sul NO. Quasi come predica il Vangelo: Sia il vostro votare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.



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