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Quando la Stampa riesce a essere indecente

4 ottobre 2006

di Gualtiero Vecellio

Indecente. E l’indecenza più grande non è tanto aver fatto una “piccola” carognata, quanto il non aver il coraggio di ammetterla, e anzi, volerla difendere.

 

I fatti: su “La Stampa” del 3 ottobre viene pubblicato un articolo della giornalista Flavia Amabile, su Piero Welby e le vicende che lo vedono protagonista (L’articolo integrale è riprodotto alla fine di questa nota). Da quest’articolo apprendiamo tra le altre cose che Piero e la moglie Mina hanno una figlia; e che la figlia, interpellata dice: «Pannella? Mai visto, non lo conosciamo» risponde la figlia. E se venisse a staccare la spina, che ne direbbe sua madre? «Mia madre è già abbastanza addolorata per tutta questa vicenda. E’ una donna anziana, non ne possiamo più, lasciateci in pace».

 

Chi legge l’articolo inoltre ricava la netta impressione che Flavia Amabile sia andata di persona nell’abitazione dove vivono Piero e Mina. La descrizione dell’ambiente è accurata: “…L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia…”.

 

C’è solo un particolare: che non è vero niente. Non lo diciamo noi, che siamo nessuno. Lo dice (meglio: lo scrive) Mina Welby: “Sull’edizione di ieri de “La Stampa” è apparso un articolo a pagina 15 (con citazione in prima pagina) a firma Flavia Amabile nel quale si riporta un’intervista totalmente inventata. La famiglia Welby non ha concesso interviste a “La Stampa”, né alla suddetta giornalista, né ad altri. E’ totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio. L’infondatezza è facilmente rilevabile quando si dice che Pannella non lo abbiamo ‘mai visto, né lo conosciamo’”.

 

In casi come questo, due sono le possibilità: il giornalista “incassa” e ammette l’infortunio; e naturalmente chiede scusa. Oppure replica che quanto ha scritto corrisponde a verità, e natulralmente a suo conforto cita testimoni, registrazioni e quant’altro. Ma in questo caso, tertium datur: ecco la replica di Flavia Amabile: “Chiedo scusa a tutti, ma non di intervista inventata si è trattato, ma di uno spiacevole equivoco”.

 

Che significa equivoco? C’è chi si è spacciato per la figlia di Piergiorgio e Amabile è stata tratta in inganno? Se è così, perché non ammetterlo chiaramente? Ad ogni modo che significa: “non di intervista inventata si è trattato”? Amabile è andata o no in casa Welby? Piero e Mina dicono di no, e non c’è possibilità di equivoco, nella loro smentita.  
 

Dice Piero (un breve commento, che è stato “postato” nello spazio di discussione “Eutanasia” nel forum di Radicali Italiani:

 

“Nooo, non ci sto, non so voi. che equivoco è? Ma scherziamo? E la fanno firmare ancora? Io per mio conto ho inoltrato l'apcom a odg, fnsi, prima comunicazione, barbiere della sera, iene e striscia. Nemmeno una parola da Giulio Anselmi? Nemmeno una scusa?
p e m: querelate per falso e chiedete un risarcimento danni. Ma che razza di giustificazione è?”

 

Cos’altro si può aggiungere, di fronte a questa indecenza? Tutto si commenta da solo. Ha fatto bene il nostro amico Sergio Giordano, che ha preso carta e penna e ha inviato una vibrante protesta a “La Stampa”:

 

Gent.ma sig.ra Flavia Amabile La sua giustificazione di oggi definita "spiacevole disguido" sostenendo anche di avere fatto l'intervista (alla figlia????) ha lasciato perplessi moltissimi lettori. Sarebbe accettabile se un chirurgo oltre ad amputare l'arto sano sbagliasse anche il paziente e poi Le venisse a dire che "è stato uno "spiacevole disguido"? Chi Le scrive è Sergio Giordano lo "Skipper "di Piero Welby che nell'ultimo numero di “Panorama” ha raccontato del suo  rapporto d'amicizia  con Piero, per cui Le posso assicurare che Welby, se avesse le forze nel "suo dito", avrebbe risposto in modo adeguato al suo pezzo di "fantasia diventata realtà".

Io ho avanzato ipotesi sul suo errore professionale, che, se Lei ha la gentilezza e il tempo, potrebbe leggere su www.radicali.it  nello spazio forum alla voce "EUTANASIA" generato da P.Welby nel 2002! Tutti possiamo sbagliare, ma insistere chiedendo scusa in questo modo, senza scrivere la vera storia di Piero Welby, non è accettabile.

cordiali saluti

dr.Sergio Giordano

 

Ecco: chi vuole e può faccia come Sergio. Flavia Amabile e il direttore della “Stampa” devono capire che lo “spiacevole equivoco” è semplicemente una vergognosa indecenza.

  

 

 

L’articolo pubblicato da “La Stampa” del 3 ottobre

 

“Gli stacco io la spina”

Pannella: se Welby me lo chiede sono pronto a farlo.

Di Flavia Amabile

 

Ma lei staccherebbe la spina a Piergiorgio Welby? La legge italiana e le consuetudini prevedono che una simile domanda andrebbe posta a un medico o, al massimo, a un familiare. Invece viene posta a Marco Pannella e lui non si fa sfuggire l’occasione per cavalcare l’onda mediatica: «Se Piero decidesse di procedere verso ciò che la sua etica gli chiede sarò immediatamente pronto a compiere tale atto, che è un atto di rispetto della vita e dei principi di civiltà che sono oggi negati da un potere talebano e da chi occupa il Vaticano».
La legge? Che cosa volete che conti per uno come Marco Pannella, che - quando si tratta di affermare i propri principi - non è certo da un tintinnio di manette che si fa spaventare. Difatti quando arriva la domanda diretta, risponde come nel suo stile: «Ho rispetto per la legalità, per l'etica, per la dignità umana e per i diritti di questo Paese; ma soprattutto ho grande amore e rispetto per i credenti, che sono quelli ad essere i più offesi e perseguitati nel nostro Paese. In Italia la politica e i ceti dirigenti, infatti, producono quotidianamente morte e disumanità per tanti malati e lo Stato si comporta da braccio di un potere barbaro millenario».
Visto che da Marco Pannella ci si può aspettare di tutto, non resta che andare a vedere che cosa accade nel quartiere Don Bosco di Roma, nel piccolo appartamento da dove Welby due settimane fa registrò l’appello per il presidente della Repubblica facendo accendere i riflettori sulla sua condizione (distrofia muscolare in fase terminale) e sul problema dell’eutanasia. L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia, lui è ancora il co-presidente dell’associazione Luca Coscioni, ma l’atmosfera è diversa. «Pannella? Mai visto, non lo conosciamo» risponde la figlia. E se venisse a staccare la spina, che ne direbbe sua madre? «Mia madre è già abbastanza addolorata per tutta questa vicenda. E’ una donna anziana, non ne possiamo più, lasciateci in pace».
Difficile dire se il «lasciateci in pace» sia rivolto solo ai giornalisti o anche a Pannella e dintorni, di certo la provocazione del leader radicale non sembra aver suscitato grande entusiasmo tra i familiari di Welby e, se anche il gran Maestro dei referendum volesse sfidare ancora una volta le leggi, non è detto che chi si trova nell’appartamento del quartiere Don Bosco glielo permetterà.
Comunque sia, la provocazione è lanciata, il tutto mentre il partito di Pannella, la Rosa nel Pugno, presenta due nuove proposte di legge, una sul testamento biologico, l’altra sull’eutanasia che vanno ad aggiungersi al già nutrito numero di proposte che giacciono tra Senato e Camera. Via libera all’eutanasia - chiede l’Rnp - per pazienti maggiorenni, ma a particolari condizioni e con paletti precisi, perchè, come ricorda Emma Bonino, ministro per il Commercio Estero e compagna di Pannella in tutte le battaglie civili: «meglio una legge imperfetta piuttosto che una non-legge o la legge della giungla».
Più che le due nuove proposte di legge è la notizia che Pannella intende staccare la spina a Welby a fare il giro dei politici. C’è chi lo prende sul serio e non apprezza, senza distinzioni tra maggioranza e opposizione. «Mi auguro con tutto il cuore che Pannella non lo faccia», commenta Paola Binetti, senatrice cattolica della Margherita, «perchè Welby ha dimostrato, anche negli ultimi giorni, di avere molto da dire e abbiamo bisogno della sua testimonianza anche per affrontare temi delicati come quello del testamento biologico». E Riccardo Pedrizzi di An: «Piuttosto, sarebbe ora che i media staccassero la spina a Giacinto detto Marco e alle sue provocazioni tutt'altro che ghandiane...». Luca Volontè, presidente dei deputati Udc: «Nella sua follia strumentale può anche arrivare all'omicidio, ma le leggi che valgono per gli altri valgono anche per lui. È ora di finirla con questa salvaguardia solo nei suoi confronti». Persino Franco Grillini presidente onorario dell’Arcigay, mantiene le distanze: «Pannella ha ragione su una cosa: gli esseri umani devono essere padroni della loro esistenza e nessuno può essere condannato alla tortura di vivere un'esistenza che non è più tale». Le uniche parole di solidarietà giungono da Tommaso Pellegrino, capogruppo dei Verdi nella commissione Affari Sociali della Camera: «Ci auguriamo che la sua provocazione, al di là degli estremismi, possa servire ad aprire un dibattito serio ed approfondito».



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