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NR - 1 aprile 1989
Jugoslavia, nazionalismo l'equivoco del non-allineamento

SOMMARIO: La Jugoslavia non ha più i motivi né le possibilità di un non-allineamento. Le "vie nazionali" non sono più percorribili in nessuna parte del mondo. I governi occidentali preferiscono "Stati cuscinetto" a vere democrazie. Spingono così la Jugoslavia verso la catastrofe culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. E' urgente che la Jugoslavia entri a far parte della Comunità europea. ("Numero unico" per il 35· Congresso del Partito Radicale - Budapest 22-26 aprile 1989 - Edizioni in Inglese, Ungherese, Serbo Croato)

Un fatto apparentemente marginale è stato ripreso e trattato dalla stampa di tutte le tendenze in un modo molto sintomatico. L'episodio della repressione di intellettuali in Jugoslavia, tra i quali Milovan Gilas, è stato messo in relazione con le difficoltà economiche e sociali della Repubblica jugoslava, ma senza cogliere la vera sostanza delle sue difficoltà. La Jugoslavia ha un governo che affronta con coraggio una politica di rigore nel tentativo di evitare la bancarotta, di meritare e mantenere crediti e fiducia a livello internazionale. Le indicazioni della Banca Mondiale, ufficiose, e quelle della CEE, sempre discrete, sono praticamente rispettate, o almeno i tentativi per rispettarle sono perseguiti con una ammirabile tenacia. Ma se la bancarotta è per ora evitata, lo si deve ad una politica occidentale di aiuti di grandi dimensioni, a cominciare da quella americana, anche se spesso si presenta sotto altre sembianze, ``svizzere'' per esempio. L'ossessione jugoslava del non-allineamento - dogma e tote

m di tutte le generazioni dirigenti senza eccezione dal 1949 - costituisce l'ideologia pienamente favorita e diffusa dai paesi della Nato e della Comunità. Nello stesso tempo le menzogne e l'illusione della ``indipendenza nazionale'', della ``via jugoslava'' intesa come prospettiva e non solo come storia e cronaca passata, ipotecano la cultura, la politica ed ogni prospettiva a medio e lungo termine che non sia prospettiva di insicurezza. La verità è che una via nazionale non è più proponibile senza esporsi al ridicolo, e questo vale anche per società come la tedesca e l'inglese; e che il non-allineamento è l'espressione di una disastrosa sottocultura che è -non a caso- coltivata e alimentata tanto dall'Est quanto dall'Ovest del mondo. La Jugoslavia non ha più i motivi nè la possibilità di un non- allineamento. D'altra parte, come il Burkina Faso o il Mali, l'Italia o la Spagna, la Grecia o la Svezia. I vertici militari-industriali del sistema ``occidentale'' manifestano l'interesse a lasciare libero corso -

o meglio, corso obbligato- a questa ``balla'': la democrazia politica ed un allineamento ideale su di essa, complicherebbe loro l'esistenza. E' meglio, molto meglio, che ad Ouagadougou, o a Bamako, Belgrado o Bagdad, non ci si ``allinei'' sul fronte democratico, all'interno come all'esterno, ma ci si serva di ``cuscinetti'' o di ``terre di nessuno'' e si governi questi popoli senza rispetto ``occidentale'' dei diritti della persona e dei diritti politici. Durante tutta la legislatura del Parlamento europeo, ci siamo confrontati con la volontà ostinata della CEE e delle forze conservatrici e socialdemocratiche presenti in Parlamento. Volontà di ``rispettare'' l' ``indipendenza'' della Jugoslavia come quella del ``Terzo Mondo''. Volontà di applaudire, generosamente, al suo ``non- allineamento''; volontà di proclamare il disinteresse, l'incredulità e la sostanziale ostilità verso gli sviluppi di democrazia politica e di organizzazione non statuale dell'economia (con l'eccezione dell'iniziativa privata straniera

) in questi paesi. E' così che si accompagna e si spinge, molto rapidamente, la Jugoslavia verso la catastrofe, culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. Inutilmente chiediamo che la Jugoslavia sia ufficialmente informata del desiderio della Comunità di vederla un giorno parte integrante, e da subito ``associata''. Inutilmente abbiamo sottolineato che il rispetto dei diritti umani, sociali, etnici, politici, che implica, o dovrebbe implicare, l'adesione alla Comunità, appartiene alla storia e alla cultura, al desiderio e ai profondi convincimenti dei popoli jugoslavi, e anche delle sue classi dirigenti. Inutilmente abbiamo ripetuto che non si doveva, per questo, compiere alcuna violazione della sovranità e dell' ``indipendenza'' di questo paese amico, ma che bisognava rispettarlo almeno quanto rispettiamo noi stessi, e proporgli di dividere con noi l'avventura storica di un'Europa politica, per una politica di giustizia, di libertà e di pace. In questo modo noi avremmo sia alimentato e arri

cchito il dibattito interno dei gruppi dirigenti, sia consentito a tutte le correnti di pensiero, scientifico e politico, che non possono essere - in Jugoslavia come altrove - nazionaliste, nazionalizzate e ``neutraliste'', di vivere in maniera non clandestina e sminuita. Il dibattito interno sarebbe stato e sarebbe certamente drammatico, ma vivo e vitale. Al contrario, diviene sempre più drammatico, sicuramente nevrotico, ma anche inconsistente ed inutile. Si continua al contrario a far circolare una ``cultura'' che non vede altro che l'Est e l'Ovest, assunti come uguali nei loro antagonismi, appiattiti l'uno sull'altro, l'uno contro l'altro, nemici potenziali nel nome stesso dell' ``originalità'' e dell' ``indipendenza'' del paese. Insomma, la CEE e il Parlamento europeo come, d'altra parte, ognuno dei nostri Stati, sostengono l'irrilevanza, se non addirittura il pericolo, di una svolta democratica e liberale, all'interno, e antisovietica all'esterno, nella crescita del paese. E' l'Europa partitocratica, c

on forti tendenze e tentazioni antidemocratiche, che ha, in definitiva, cattiva coscienza di sè, e degli altri. Al contrario, noi dobbiamo avere e fare fiducia. La Jugoslavia lo merita. Viva, dunque, la Jugoslavia europea, democratica ed ``allineata'' in una politica strutturale di pace, di vita, di alleanza storica Ovest-Sud. Questa utopia è, tra l'altro, la stessa che noi proponiamo all'Europa degli Stati e delle nazioni di oggi.

 
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