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Héraud Guy - 21 aprile 1992
EUROPA DELLE ETNIE - FEDERALISMO POLITICO E FEDERALISMO LINGUISTICO
di Guy Héraud

INTRODUZIONE DI GIORGIO PAGANO: Dopo gli interventi di Bandinelli e Cucco mi sembra interessante sottoporre ai lettori di questa Conferenza la Relazione del Prof. Guy Héraud su FEDERALISMO POLITICO E FEDERALISMO LINGUISTICO

SOMMARIO: Il Prof. Héraud, disquisendo sulle varie forme di Stati federali esistenti o esistite -di origine storica, geografica o economica- propone per l'Europa un modello federale, in cui la rappresentanza politica sia ordinata su un duplice livello: regionale e linguistico. Si eviterebbe in tal modo il rischio di generare l'emarginazione o, peggio, la scomparsa delle minoranze locali, attraverso l'attribuzione alle regioni delle competenze politiche ed economiche e alle comunità linguistiche delle competenze culturali, o personalizzabili. Elemento fondante e irrinunciabile di tutta la struttura dovrebbe essere una lingua neutrale -con funzione di seconda lingua- e facile: l'esperanto.

Federalismo politico e federalismo linguistico: conviene precisare il senso di questa opposizione: ogni federazione nel senso di Stato federale (Stati-Uniti, Germania, Svizzera, Canada, Australia, etc...) è politica. Il federalismo linguistico lo sarà, anch'esso, benché in modo attenuato. Dove risiede quindi l'opposizione?

In quello che si chiama federalismo politico, gli stati federati, membri della Federazione, non sono definiti e delimitati dal criterio linguistico ma da un ben altro criterio: geografico (come nel caso di isole, per esempio), economico e soprattutto, come nelle federazioni esistenti: storico. Gli States americani, i Lander tedeschi, i cantoni svizzeri, le province canadesi o australiane sono delle entità, alcune molto vecchie, altre più recenti, che procedono, non da una suddivisione linguistica, geografica o economica, ma dall'evoluzione storica. Eccezionalmente (nel caso dell'Alaska e delle Hawaï) la geografia ha assunto un ruolo; in Svizzera, la religione spiega la scissione del cantone Appenzel in mezzi-cantoni e, per una buona parte, la creazione del cantone del Giura. Ma nell'insieme, la formazione degli Stati federati non procede da alcun principio peculiare, ma risulta dal caso e dai giochi di forza della Storia.

I. LA SUPERIORITA' DEL FEDERALISMO LINGUISTICO

L'inconveniente del principio storico è che consacra come Stati federati delle entità politiche eterogenee dal punto di vista della lingua e della cultura, e genera quindi delle minoranze. La parte etnicamente maggioritaria dello Stato federato dominerà la parte etnicamente minoritaria; perché l'inclusione in uno Stato federale dell'entità federata non potràfare altro che addolcire la dominazione e non sopprimerla. Se si prende l'esempio dello Stato francofono nel cantone di Berna (1/7 della popolazione complessiva prima della creazione del cantone del Giura), si constaterà che l'esistenza della Confederazione sopra il cantone di Berna non è riuscita a contentare gli abitanti del Giura. Probabilmente, il fatto che il cantone di Berna non fosse sovrano, ma incluso in uno Stato federale dove esistono anche dei cantoni francofoni e italofoni, addolciva la sorte del Giura, ma non perveniva a decolonizzarlo completamente. Il Giura rimaneva, in effetti, sottomesso al potere bernese, e cioè a delle leggi

e a dei regolamenti emanati da una maggioranza svizzera-tedesca. Il federalismo storico - cioè politico nel senso di questa relazione - non ha nessun effetto nocivo in una Federazione unilingue (del tipo degli Stati-Uniti, della Germania o dell'Australia) ma, nelle Federazioni plurilingue (Svizzera, Canada), si accompagna a minoranze linguistiche (indigeni); e la Federazione, rispettosa delle competenze dei suoi membri, non può difenderli come si deve. E' la ragione essenziale per cui si è incitati a proporre una Federazione europea di tipo linguistico.

Ma c'è una seconda ragione che, essa stessa, si sdoppia. E' l'importanza della Comunità linguistica (CL) che - prima della Rivoluzione francese, che le sostituì il popolo indifferenziato e, poi, inevitabilmente, lo Stato - rappresentava in tutto l'Occidente cristiano la vera nazione. Dei pensatori seri, nati da diverse discipline: filosofiche, sociologiche, etnologiche, psicologiche, linguistiche, sono arrivati a mostrare la correlazione che esiste tra la lingua e il modo di citare i nomi; sono tanti, da Herder e Fitche ai socio-linguisti anglosassoni, passando dagli araldi del Risorgimento o da Georges Mounin e François Fontan. Se la CL è legata da legami intellettuali, affettivi, spirituali così potenti, sarebbe vano trascurarla nella costruzione istituzionale dell'Europa. Vediamo bene del resto la sua forza d'affermazione in questa corrente che ha travolto l'Europa centrale ed orientale, e che chiamiamo il risveglio dei nazionalismi. Ma la consacrazione istituzionale dei CL non è motivata unicamente

da una constatazione fattuale; lo è anche normativamente, se vogliamo ben renderci conto che le lingue sono dei valori; sono dei valori in se stesse e per la diversità delle culture che generano. Grandi menti lo hanno scoperto e proclamato. Del resto nessuna CL maggioritaria pretenderà il contrario. L'indifferenza e il disprezzo non vanno che alle lingue degli altri, e particolarmente alle lingue minoritarie.

Ecco le ragioni di una Europa delle lingue. E questa Europa non fa parte del regno delle utopie, perché, con il nome di federalismo etnico il mondo conosce già delle Federazioni di entità linguistiche: l'Unione indiana, la Cecoslovacchia e, dopo le ultime riforme, il Belgio. Manca solo a questo Stato, per divenire una Federazione perfetta, di organizzare la partecipazione al potere centrale delle sue regioni e comunità, le quali, costituite secondo il principio linguistico, dispongono della più grande autonomia.

Certo, si dirà, due federazioni etniche hanno fallito sotto i nostri propri occhi: l'Unione sovietica e la Jugoslavia. Si potrebbe discuterne a lungo. Limitiamoci a dire che l'Urss, perché era una dittatura totalitaria, non poteva essere altro che una falsa federazione; inoltre, il predominio della Russia sullealtre 14 Repubbliche federate era così forte che, anche democratica, l'Urss non avrebbe potuto costituire una vera federazione. La Jugoslavia era più equilibrata e, dopo lo scisma di Tito, più democratica. Ma sappiamo che la Serbia dominava l'esercito e la funzione pubblica federale. E soprattutto la grande linea di frattura tra la parte cattolica, influenzata dall'Europa centrale e l'Italia, e la parte ortodossa, propriamente balcanica, oggi alla maniera di un rift geologico, capace di dislocare i continenti. L'Urss e la Jugoslavia non potevano servire da modello al federalismo linguistico. E questo, l'avrei anche detto prima che non crollassero queste due false federazioni.

Rimane perciò una obiezione al federalismo linguistico. Perché ricorrervi allorché la Svizzera, che non è una federazione etnica, ma una federazione politica, funziona così bene? Ho evocato il problema del Giura, che non è completamente risolto. Il Ticino si lamenta della influenza svizzera-tedesca; e la lingua romancia (38.000 locutori) è minacciata di morte... Ma constatando che in questo mondo è difficile raggiungere la perfezione, questi difetti della Svizzera appaiono comunque minori. Ciò non toglie che sarebbero eliminati se una rifondazione della Federazione, prendendo l'idea dal postulato Maspoli, trasformasse la Svizzera dei 26 cantoni in una Svizzera delle 4 etnie: Svizzera-tedesca, francese, italiana, romancia. Aggiungerei che la Svizzera si è costruita in 700 anni e che non abbiamo 700 anni per costruire l'Europa.

Se concepiamo l'Europa come una Federazione politica (Federazione degli Stati Attuali), una quantità di minoranze scompariranno. Se quindi vogliamo salvare questa diversità che fa la nostra ricchezza -e anche, innanzitutto, riconoscere ad ogni singolo gruppo di popolazione il diritto alla vita e alla libertà- diventa urgente dare alla luce la Federazione europea delle CL.

La seconda parte di questa relazione vuole proporre uno schema e sviluppare le procedure capaci di metterla in opera.

II. SCHEMA E PROCEDURE DI MESSA IN OPERA

A. SCHEMA

Un federalismo linguistico, per non rimanere una costruzione chimerica, e riuscire, deve tenere conto delle aspirazioni degli europei di oggi. Tra queste figura, oltre il rispetto delle lingue e delle culture, l'aspirazione a una democrazia vicina all'uomo; e questa democrazia non può che essere regionale e comunale. Si dovrà dunque combinare l'Europa delle CL con l'Europa delle Regioni. Precisamente queste due prospettive non si oppongono ma si completano. E ciò per la ragione seguente: le vere federazioni sono equilibrate o non sono. Quando uno Stato membro domina con la sua massa gli altri Stati federati - come la Prussia in Germania o la Russia in Unione soviética - la federazione non ha più di federale che il nome. Certo, gli Stati europei non presentano - salvo se si include la Russia - delle sproporzioni tanto grandi, ma non può che giovare il fatto di diminuire l'ineguaglianza tra i grandi e i piccoli.

Facendo diventare le regioni dei membri diretti della Federazione, si attenua la disproporzione tra grandi e piccole CL, e nel contempo si fornisce agli europei questo quadro di vita democratico "alla misura dell'uomo". Ricapitoliamo le condizionidi una buona Federazione:

1Fare scomparire il più possibile la condizione minoritaria: ciò esige degli Stati federati linguisticamente omogenei.

2Istituzionalizzare le CL.

3Assicurare un buon equilibrio tra Stati membri.

4Offrire ai cittadini un quadro di vita democratico vicino alle loro preoccupazioni e dall'orizzonte umano.

E' confrontando queste quattro esigenze che passerò in rivista le diverse articolazioni possibile della Federazione europea.

a) Una Federazione politica, meglio, una Federazione degli Stati così come sono attualmente. Non soddisfa nessuna delle quattro esigenze:

1. Non sopprime la condizione minoritaria.

2. Spezzetta le stesse comunità linguistiche maggioritarie. 3. E' segnata dall'estrema ineguaglianza dei suoi membri.

4. Non dà intera soddisfazione alle esigenze regionaliste (malgrado i progressi compiuti sul piano interno in numerevoli Stati).

b) Una Federazione di Comunità linguistiche (CL).

1. Soddisfa la 1a esigenza, deminorizzando le minoranze. Rimarranno soltanto le minoranze sparse, minoranze per forza di cose, alle quali, con la migliore volontà, è impossibile accordare una autonomia territoriale. Queste godranno dell'autonomia culturale, fondata sulla personalità degli statuti.

2. Soddisfa la 2a esigenza, e ampiamente, poiché la Federazione è la casa comune che si sono offerte le CL.

3. Ma lo schema trascura l'esigenza di equilibrio: quanto pesano politicamente le CL albanese, danese, estone, slovena, di fronte a quelle italiana, tedesca, russa?

4. Trascura anche l'esigenza regionalista poiché le regioni non diventano membri diretti dell'Europa.

c) Una Federazione di regioni linguisticamente omogenee (Regioni monoetniche).

Lo schema è quasi perfetto: soddifa tre esigenze su quattro: deminorizzazione, equilibrio della federazione, regionalismo. Ma sacrifica le CL, per lo meno quelle grandi (la tedesca, l'anglofona, l'italiana, la spagnola, la francese) poiché queste esplodono in regioni multiple.

d) Una Federazione di CL e di Regioni (linguisticamente omogenee) Questo schema mantiene i vantaggi del precedente e fa scomparire l'inconveniente che presentava.

Ci resta da comprendere come la Federazione può comportare due categorie di membri diretti: le CL e le Regioni.

Questa possibilità è offerta dalla ripartizione delle competenze in: competenze politiche e economiche da una parte, culturali dall'altra. La Federazione europea e le Regioni saranno elementi pesanti, materiali; le CL saranno l'elemento leggero, essendo incaricate della difesa delle lingue e della promozione delle culture nazionali. Si potrà eventualmente aggiungere loro ciò che in diritto belga si chiamano competenze personalizzabili, cioè gli affari sociali che richiedono delle soluzioni adattatealle sensibilità e pratiche diverse.

Il legame diretto tra Regioni e Europa - in materia politica ed economica - si combinerà ovviamente con un legame indiretto, mediato, per gli affari culturali. In questo campo infatti, la Regione dovrà passare dalla sua Comunità linguistica.

B. PROCEDURE

In un primo tempo, la Federazione politica - Federazione degli Stati attuali - appare inevitabile. Ed è attraverso la Comunità europea che ha, di gran lunga, le migliori chances di realizzarsi. Come fare per andare oltre?

La risposta è data nell'applicazione generalizzata del diritto d'autodeterminazione dei popoli (AD), un diritto consacrato da più di uno strumento internazionale (per esempio, l'articolo 1 dei Patti internazionali dei diritti dell'Uomo), ma che la pratica delle cancellerie, sino al crollo dell'Urss e della Jugoslavia, aveva riservato ai paesi di oltremare. La Costituzione federaledell'Europa dovràprevedere tutte le procedure necessarie perché il diritto d'AD sia alla disposizione dei popoli e delle minoranze. E' attraverso l'esercizio dell'AD che i limiti degli Stati si adegueranno a poco a poco sui limiti delle CL. E' evidente, in queste condizioni, che degli Stati come la Svizzera potranno sussistere. Non si può ne si deve costringere nessuno. La Federazione dei CL comporterà quindi eccezionalmente un certo numero di Stati plurietnici. In questo caso, le diverse CL cui si compongono si vedranno offrire una partecipazione alle CL di livello europeo alle quali la lingua li lega.

In diversi articoli, abbiamo sviluppato nei dettagli le procedure a base d'AD, ma, per riguardo del mio auditorio, non posso dilungarmi.

Un'Europa delle CL e delle Regioni è veramente, se non il migliore, il meno peggio degli schemi. E aderisce alla realtà, la crescita dei nazionalismi provando che è vano sperare lo scioglimento delle nazioni.

I sostenitori degli Stati storici dicono talvolta che questo modello si ispira all'apartheid. Vuol dire che non hanno capito niente o che non vogliono capire niente. Gli Stati storici, le loro frontiere sacre, la loro sovranità, i loro eserciti, stanno tanto nel loro cuore!

Lo schema proposto è il più democratico perché si basa su autonomie regionali, nel quadro di una Federazione europea, dove ogni cittadino, ogni uomo, godrà di una perfetta uguaglianza di diritto e della possibilità di circolare liberamente e di radicarsi dove lo gradirà. Questo schema troverà il suo posto per via di autodeterminazione. Cosa sperare di più? Inoltre, rompe spietatamente il nazionalismo facendo della nazione un'entità puramente culturale e spirituale. La difesa, la diplomazia, l'economia, la pianificazione del territorio, l'ecologia - sottolineamolo energicamente - non saranno più il fatto delle nazioni ma della Federazione oppure insieme dell'Europa, delle regioni e dei comuni. Non si può proporre un modello che vada più lontano nel disincarnarsi della nazione.

E' così che si compie un passo decisivo verso la Rivoluzione federale, secondo la dottrina del federalismo globale o libertario, il cui nemico numero uno rimane il potere politico.

La premessa di una buona intesa nelle Comunità linguisticheeuropee non risiede soltanto nel fatto che ciascuna di esse prosperi senza ostacoli nel proprio spazio geografico tradizionale, senza sconfinare sulle altre e dominarle, ma implica anche degli scambi facili e numerosi, adeguatamente al mondo contemporaneo. Le Comunità linguistiche non devono - e d'altronde non possono - vivere rinchiuse una sull'altra, ma per ragioni pratiche e di cultura, devono abbordare il XXI Secolo nello spirito di una cooperazione accentuata.

E' quindi necessario uno strumento di comunicazione che consenta questi necessari e accresciuti interscambi.

A nostro avviso, questo strumento deve essere una lingua neutrale e facile.

Neutrale perché, se tutti gli europei adottano come seconda lingua comune una lingua come l'inglese, si pongono ipso facto in una situazione di semi-colonizzazione linguistica e culturale. Quando un popolo intero addotta la stessa lingua straniera, ha già fatto la metà del cammino verso l'imbastardimento e l'assimilazione. E non parliamo dell'influenza esterna che gli Stati Uniti d'America continuerebbero ad esercitare maggiormente attraverso una lingua che è anche la loro.

Facile perché la lingua passe-partout può compiere la sua funzione solo se ogni abitante dell'Europa è capace di apprenderla rapidamente e senza difficoltà. Ordunque, la soluzione è a portata di tutti, grazie all'Esperanto. Il genio di Zamenhof è stato quello di edificare, con un vocabolario essenzialmente latino-germanico e slavo, una lingua razionale che si apprende in qualche settimana. Basterebbe insegnarla obbligatoriamente in tutte le scuole d'Europa affinché ogni bambino ne avesse una conoscenza totale.

E che non si venga a dire che l'esperanto non è poetico, che è secco, che è disincarnato ecc... Non so se l'esperanto ha già dato vita a una poesia originale. Ma questa non è la sua funzione: ci sono, per questo, le lingue etniche, le lingue delle nazioni. Secco?, disincarnato? Un passato nazionale, ovviamente non aderisce all'esperanto. Ma è un vantaggio quando ci si vuole capire senza pregiudizi. L'esperanto è fatto per la vita di tutti i giorni e per gli scambi scientifici. Da questo punto di vista, il suo eventuale carattere inodore e incolore è, non un inconveniente, ma un grande vantaggio.

Rimane agli Stati, alle etnie e alle organizzazioni internazionali di capirne l'interesse e di spingerne attivamente la diffusione.

 
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