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Pavolini Paolo - 19 maggio 1959
LA STAMPA DEL REGIME
di Paolo Pavolini

SOMMARIO: Sottolinea il successo ottenuto dalle "lezioni sulla lotta antifascista promosse dal partito radicale e dedicate ai giovani". I giovani hanno avvertito il senso del pericolo fascista. Ma alcune delle loro domande hanno fatto sorgere il dubbio che "in certi casi la nostra epoca sia perfino peggiore di quella fascista". Ad esempio, il paragone fra i giornalisti italiani del primo perido fascista e quelli dei giornali italiani "di oggi" è "addirittura umiliante per questi ultimi". All'inizio del fascismo esistevano quattro giornali di opposizione: il "Mondo", il "Corriere della Sera", la "Stampa", e il "Paese": oggi "nemmeno uno".

L'articolo analizza le caratteristiche della grande stampa italiana e sostiene che l'assoggettamento dei giornali al potere, al governo, non è dovuta ad uno stato di necessità, perché i grandi giornali sono "grandi aziende" ricchissime di utili. E dunque la responsabilità di questo stato di cose ricade sui giornalisti, divenuti "veri e propri funzionari di regime", almeno nella loro larga maggioranza, nei confronti dei quali la "libertà di stampa" non deve "alcuna riconoscenza".

(IL MONDO, 19 maggio 1959)

Fra le poche consolazioni che ci offre questa primavera è da ricordare il successo ottenuto dalle lezioni sulla lotta antifascista promosse dal partito radicale e dedicate ai giovani. I giovani, presenti in buon numero a queste lezioni, sembrano comprendere perfettamente tutto il male che ai suoi tempi il fascismo rappresentò per il nostro paese, e la loro attenzione si fa più vigile ogni volta che certi aspetti del regime fascista si rivelano simili a quelli del regime in cui stiamo vivendo. Alcune delle loro domande hanno potuto addirittura far sorgere il dubbio che in certi casi la nostra epoca sia perfino peggiore di quella fascista. Sicuramente peggiori dei fascisti sono intanto da considerare quanti dovrebbero essere naturali avversari del regime democristiano, e non lo sono: ad esempio, un paragone fra i giornalisti italiani del primo periodo fascista e i giornalisti italiani di oggi è addirittura umiliante per questi ultimi. Nei primi tempi del fascismo, fin quando fu possibile a chiunque esprimere i

l proprio pensiero, la stampa socialista, comunista, popolare e degli altri movimenti contrari al regime, fu, come è noto, fermamente ostile a Mussolini e al suo governo: ognuno di quei giornalisti faceva certo il suo dovere di militante, e lo faceva bene, ma non meglio dei sindacalisti o degli oratori del suo partito, quando organizzavano scioperi di protesta o affrontavano il regime in parlamento o sulle piazze. Più del loro dovere fecero invece molti giornali e giornalisti indipendenti che potevano divenire fascisti, antifascisti o agnostici, a loro scelta, e che spontaneamente scelsero la causa dell'antifascismo, e contrastarono il regime di Mussolini per coerenza con le proprie convinzioni e per amore della libertà. Non è forse inutile ricordare che in quel tempo i giornalisti all'opposizione doverono in primo luogo rinunciare a tutti i vantaggi che sempre i governi elargiscono generosamente alla stampa amica; rischiarono poi continui sequestri, più onerosi dei sequestri di oggi, e continue bastonature

da parte di teppisti in camicia nera e magari anche da parte di poliziotti non sempre travestiti da teppisti; giocarono infine le proprie carriere, i propri stipendi, le direzioni e le proprietà dei giornali. In questa battaglia Amendola perse la vita; altri vi persero il pane per sé e per i propri familiari; molti dovettero espatriare e vivere in esilio, o rimanere esuli in patria, una patria divenuta fascista. In definitiva tutti furono costretti a correre rischi infinitamente più gravi e pericolosi di quanti potrebbero e dovrebbero affrontare coloro che oggi amano chiamarsi giornalisti indipendenti.

Esistevano allora quattro grandi quotidiani indipendenti di opposizione: il "Mondo", il "Corriere della Sera", la "Stampa" e il "Paese": oggi nemmeno uno. Tutti i giornali di adesso o esaltano il regime clerico-conservatore o almeno lo fiancheggiano. La maggior parte dei nostri quotidiani lodano apertamente le più gravi colpe del regime, le manomissioni della libertà, il clericalismo, la protezione dei ceti privilegiati, la pessima e disonesta amministrazione. I giornali meno peggiori, o forse soltanto i più scaltri, sembrano preoccuparsi esclusivamente di politica estera, di fatti di cronaca, di varietà, di spettacoli, di sport, di medicina, magari della giornata delle mamme, o di curiosi problemi sul destino dell'uomo moderno; oppure mirano soltanto a battersi rudemente per difendere una frazione democristiana contro gli assalti delle altre. Mai che nelle loro pagine compaia per protesta, un'accusa, un lamento per tutto ciò che il regime fa o non fa, e le occasioni davvero non mancherebbero. Molto opportun

amente la "Voce repubblicana" qualche giorno addietro ha affermato: "Come è possibile continuare con un'organizzazione di stampa il cui ideale si muove fra il partito liberale dell'on. Malagodi e la DC? Come è possibile articolare una reale vita democratica, se a quel mondo chiuso si intende al massimo dare una piccola coloritura rosa, attinta ai repubblicani e ai socialdemocratici, tanto per dire che l'Inghilterra, o gli Stati Uniti, o i paesi scandinavi non sono lontani come la luna?". Si deve purtroppo rispondere al giornale del PRI che nessun grande quotidiano sembra avere il minimo interesse "ad articolare una reale vita democratica".

Non si affermerà mai abbastanza l'importanza della stampa. Fra tutte le libertà, la libertà di stampa è forse la prima, più necessaria perfino di un libero parlamento o di una libera competizione fra i partiti. A cosa si riduce infatti la libertà parlamentare o la polemica fra i movimenti democratici senza le libertà di stampa? I discorsi dei deputati di opposizione, i comizi, gli scioperi politici verranno completamente ignorati se i giornali tacciono, o falsano le notizie, o le nascondono in poche righe tra le pagine e le colonne di secondo piano. E non bisogna dimenticare che le responsabilità della stampa nel nostro paese sono ancora più gravi e più insostituibili di quanto non lo siano le responsabilità dei paesi stranieri, poiché da noi la radio e la TV sono ormai ridotte a puri e semplici portavoce dei governi.

Qualcuno potrà chiedersi perché la stampa italiana è divenuta esattamente l'opposto di ciò che dovrebbe essere. A questa domanda nessuno potrà onestamente rispondere che i nostri maggiori quotidiani hanno accettato di servire il regime clericale-conservatore per necessità, per mancanza di mezzi, per insuperabili esigenze di bilancio. Sono grandi aziende, i cui utili si contano a centinaia di milioni all'anno, con pagine e pagine di pubblicità ottimamente pagata: e non si tenti di dirci che buona parte della pubblicità verrebbe a mancare il giorno in cui i giornali si decidessero a fare il proprio dovere. Un quotidiano che ha raggiunto la potenza, il prestigio, la diffusione del "Corriere della sera", del "Messaggero", della "Nazione", del "Resto del Carlino", si è posto al riparo da ogni ricatto. Pensiamo piuttosto a cosa fanno i direttori dei nostri maggiori quotidiani. Essi destinano i migliori frutti delle loro energie e del loro intelletto alle tavole dei potenti; servono la Confindustria e la DC meglio

di quanto i paladini di Francia servissero Carlo Magno o Luigi il Santo; appena nominati direttori, i liberi pensatori si confessano e si comunicano, i progressisti si trasformano in forcaioli, i maestri di diritto scoprono improvvisamente il fascino della forza: tutti sembrano subito ammalarsi di una specie di pestilenza che sbriciola le coscienze e si propaga molto facilmente fra i loro collaboratori, redattori, cronisti, impaginatori, corsivisti ed inviati. Di questo morbo finora non è guarito nessuno; è un specie di malattia che sostituisce magnificamente l'esortazioni, le sollecitazioni e le "veline"; per opera sua il giornalismo indipendente viene meno a tutte le ragioni che ne giustificano l'esistenza, e il regime ottiene con poca fatica ciò che potrebbe conseguire soltanto con rischiose leggi repressive.

In conclusione, appaiono più che evidenti le responsabilità personali e dirette dei giornalisti che hanno scelto volontariamente di divenire veri e propri funzionari del regime, come i deputati democristiani, i quadri stipendiati della confindustria, gli attivisti dell'azione cattolica, gli impiegati degli enti di riforma, i questurini, i vescovi e i parroci. Qualcuno di loro è riuscito perfino a raggiungere il grado e l'influenza goduta da un ministro e da un cardinale, rinunciando però al più nobile compito della sua professione: a giudicare cioè in piena libertà fatti e notizie che è stretto obbligo riferire esattamente ed integralmente. Il regime ostacola l'espressione d'ogni libero giudizio, cerca di nascondere le notizie incomode? Bisognava resistergli, lottare e rischiare: nel periodo che va dal 1922 al 1925, molti giornalisti, ripetiamo, affrontarono per gli stessi motivi lotte ben più dure e pericolose. Qualcuno fra i giornalisti, siamo felici di riconoscerlo, ha accettato anche oggi la sfida, non i

ntende rinunciare ai suoi diritti, né tradire i propri obblighi; evidentemente la causa della libertà di stampa deve molto a questi suoi campioni. La maggioranza dei giornalisti non ha invece seguito il loro esempio ed ha preferito servire il regime: a costoro la libertà di stampa non deve alcuna riconoscenza, anzi ha soltanto da dolersi della loro condotta. Questo molto probabilmente, non turberà i sonni dei giornalisti obbedienti, almeno per adesso, anche se nessuno può escludere che in un tempo futuro, e forse, chissà, non troppo lontano, qualcuno poi dovrà pentirsi della propria volontaria servitù.

 
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