Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
dom 21 lug. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Pannella Marco - 1 agosto 1966
"Radicalizzare" una sinistra "socialdemocratizzata"
Intervista a Marco Pannella

SOMMARIO: Nell'estate del 1966, Pannella rilasciò un'intervista al giornale "Nuova Repubblica", organo dell'omonimo movimento fondato da Randolfo Pacciardi. Pacciardi, già combattente antifascista della guerra di Spagna e nel dopoguerra segretario del partito repubblicano, aveva - in quel periodo - lasciato il Pri e fondato questo movimento politico che si batteva per una repubblica presidenziale.

Per questa intervista Pannella subì un attacco durissimo dal partito comunista che lo accusò di collusione col "fascista" Pacciardi.

(Nuova Repubblica - Agosto l966 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Nuova Repubblica - L 'evoluzione del PCI verso un sempre maggiore inserimento nel sistema appare a molti come uno degli elementi di maggiore interesse del quadro della politica italiana. Se da una parte, a intermittenze, proseguono i tentativi di dialogo del PCI con i cattolici, dall'altra si accenna sempre più insistentemente a una sua progressiva "socialdemocratizzazione".

Noi, da lontano, siamo sempre stati portati a valutare e forse a sopravvalutare la carica rivoluzionaria del PCI. Tu che spesso hai partecipato a iniziative comuni della sinistra col PCI, hai avuto certamente modo, meglio di noi, di valutare cosa vi sia veramente dietro al possibilismo dei suoi dirigenti: puro espediente tattico o, con l'andar dei tempi, una seconda natura?

Pannella - Credo, in effetti, che abbiate sopravvalutato la carica rivoluzionaria del PCI, e sottovalutato la sua carica democratica e anche conservatrice.

Non era infatti "rivoluzionaria" nemmeno la scelta stalinista, nel dopoguerra, che ha pesato in modo catastrofico sull'intera sinistra italiana ed europea, in tutte le sue componenti. Fu - invece - una scelta conservatrice e passiva, sostanzialmente rinunciataria all'interno dello stesso schieramento socialista e comunista, e che esprimeva di già l'abbandono di una prospettiva di conquista di potere in Italia per autonoma lotta del movimento socialista e operaio.

Per il resto, la "svolta di Salerno", l'atteggiamento verso la monarchia, le amnistie del guardasigilli Togliatti verso i fascisti, la "strana" condotta di processi come quello di Roatta certo non sgradita alla maggior parte dei nostri militari, la votazione dell'art. 7 della Costituzione, la collaborazione con il partito vaticano ricercata in ogni modo e a qualsiasi prezzo, la polemica continua e dura (parallela a quella clericale e conservatrice) contro le concrete volontà riformatrici che si facevano strada nel Partito d'Azione (specie nella cosiddetta "destra" di "stato Moderno" ), nel Partito Repubblicano, nella Sinistra Liberale, nell'ala moderna e laica del PSIUP, i "colloqui" dello stesso Togliatti con Giannini e il suo messaggio qualunquista al Congresso, la rivendicazione al PCI contro il PLI di Villabruna della continuità con le battaglie e "le bandiere" risorgimentali, le stesse obiezioni di stampo nazionalistico contro il "Patto Atlantico", non possono essere spiegate come una serie di autonomi

atti di opportunismo individuale, o come mera "tattica" senza concreto valore, senza con ciò uscire dal campo dell'analisi politica e storica per entrare in quello di uno psicologismo sterile e superficiale.

Sul piano delle stesse strutture dello Stato, è ormai impossibile negare che i comunisti siano stati anch'essi attori di quella che, con enfasi ma anche con involontaria precisione, i centristi chiamarono "ricostruzione".

Abbandonata ogni forma di rivendicazione rivoluzionaria o anche seriamente riformistica (autogestione, cogestione, controllo operaio, socializzazione, ecc.), il PCI ha sostenuto, senza rilevanti differenze o alternative, la ricostruzione e l'estensione delle strutture corporative e del capitalismo di Stato, quali furono volute dal fascismo e sviluppate dai governi centristi. Qualche esempio può essere necessario. L'INPS per quasi vent'anni è stata amministrata in buon accordo da sindacalisti di sinistra e di destra, burocrati ministeriali e di istituto, rappresentanti del padronato, tutti nominati dal Ministero, su pratica indicazione del Partito. L'IRI sorto per socializzare le perdite e garantire la privatizzazione dei profitti della nostra industria settentrionale, ha proseguito, senza eccessive molestie da parte comunista, la sua politica iniziale degli anni '30. L'ENI è stata a tal punto rispettata e amata a sinistra che molto spesso, poi, sono avvenuti, a livello tecnico, passaggi di "quadri" del PCI d

irettamente all'Ente stesso. Nè il maggior monopolio italiano, che è ridicolo continuare a considerare come forza "privata", la Fiat, si è vista riservare sul piano di fondo trattamento peggiore, e i bilanci pubblicitari di certi giornali di estrema sinistra possono indirettamente confermarlo.

Sul piano della difesa nazionale, che non va naturalmente dimenticato, è sufficiente riandare ai dibattiti della Costituente e agli atti parlamentari, alle mozioni politiche, alla politica delle organizzazioni giovanili comuniste: il PCI ha subito compiuto e poi mantenuto una scelta anti-pacifista e tradizionalista, limitandosi come ogni partito moderato a chiedere una maggiore "democraticità" dell'esercito. E' sintomatico che l'unico partito laico che non ha mai presentato, in questo ventennio, una sola proposta di riconoscimento dell'"obiezione di coscienza" sia il PCI. Posso assicurare che chi impedisce tuttora in Italia la nascita di un forte movimento pacifista e antimilitarista, che in molti, a sinistra, auspichiamo, è innanzitutto il PCI, che mobilita in tal senso tutta la sua burocrazia, addetta dal 1950 all'"attivismo per la pace". Lo stesso on. Boldrini, il principale esperto comunista di "difesa nazionale", che fu uno dei principali e più coraggiosi capi della Resistenza, riconosceva di recente, i

n un nostro convegno, che il Partito comunista ha compiuto in assoluta convinzione una scelta tradizionalista in questo settore, al di là dei motivi "tattici" che potevano consigliarla.

Per finire, è importante ricordare le caratteristiche consapevolmente burocratiche e funzionariali che si è dato il PCI, accantonando gran parte della vecchia classe dirigente formatasi in clima e con metodi rivoluzionari. Togliatti e i suoi collaboratori non ignoravano certo che una classe dirigente non può che tendere ad amministrare il potere nel senso delle esperienze in cui si è formata e affermata. Per vent'anni, i funzionari comunisti si sono formati nelle grandi lotte per condizioni più umane e civili di vita di ceti che non potevano attendere che "la logica di mercato" portasse loro "automaticamente" lavoro, pane e dignità, hanno chiamato a raccolta i lavoratori italiani attorno a bandiere che furono sempre anche liberali e democratiche: libertà ovunque, anche nei luoghi di lavoro, certezza del diritto anche per gli umili, uguaglianza dinanzi alla legge senza discriminazioni politiche o confessionali, diritto allo studio, difesa della scuola di stato, tutela dell'autonomia della vita pubblica dal pe

rsistente assalto delle "baronie" moderne e dei "padroni del vapore". L'avranno fatto male, con errori, in modo insufficiente, in contraddizione con le scelte internazionali che il "vertice" aveva compiuto a volte forse con la velleitaria riserva di condurre una battaglia strumentale... Ma questo è un altro discorso, che non intacca il valore democratico che ugualmente queste lotte hanno rappresentato. Ed è comunque oggi indubbio quanto ripetevamo in pochi già negli anni '50: che Togliatti e i suoi compagni avevano lentamente formato un apparato di governo, non il partito rivoluzionario, un partito per molti aspetti profondamente moderato, a tal punto da costituire, contro tutto e tutti, una forza filo-clericale, con accenti populisti. Si trattava, insomma, e si tratta, di un grande partito di tipo socialdemocratico, che si era trovato a non poter che scegliere il blocco stalinista.

Da quando l'onda della "guerra fredda" si è venuta man mano ritirando anche dal nostro Paese, allora, lentamente s'è cominciato a vedere che sotto il drammatico, ma contingente, scontro fra un partito americano e un partito sovietico, si era affermata una realtà più profonda e duratura. Le nostre classi dirigenti, di governo e d'opposizione, per quel che avevano di "nazionale" e di autonomo, avevano in gran parte operato concordi e s'erano sovente integrate .

La nostra classe politica non si è infatti affrontata, fino ad ora, su concreti temi di sviluppo della nostra società, si è troppo spessa limitata a scegliere, nella situazione internazionale dei blocchi contrapposti, l'allineamento su uno di questi. Si trattava, probabilmente, di una necessità che è stata però ricevuta poveramente da una classe dirigente improvvisata e ben presto interessata solo al potere.

Noi radicali lottiamo, da anni, per rompere questa situazione.

Il problema vero è di "radicalizzare" questa sinistra italiana, cosi "socialdemocratizzata", rinnovandola per costituire una grande alternativa laica e democratica al regime clericale e paternalista, profondamente corruttore e corrotto, in cui viviamo.

Sfatare il mito di una opposizione totale e rivoluzionaria del PCI al sistema, per analizzarne invece anche la storia di compromissioni e di "inserimenti", in questo ventennio, è necessario, se vogliamo rendere al gioco democratico italiano nuovo respiro, e nuove, civili, responsabili scelte.

Nuova Repubblica - Negli anni passati si è parlato molto e con clamore dei "comunistelli di sacrestia" e del filocomunismo della sinistra cattolica. Ma se, come tu dici, il PCI è entrato già da tempo a far parte integrante del sistema, forme di collaborazione assai più impegnative dovrebbero essersi instaurate anche tra il PCI e i centri di potere cattolico ufficiali. Ci sembra a volte di poter e di dover distinguere due funzioni diverse del PCI nella vita politica italiana. Una è quella che gli è tipica e per la quale raccoglie l'adesione dei comunisti convinti. L'altra è quella che gli è venuta naturalmente con gli anni per il solo fatto di essere il più forte partito politico all'opposizione e pertanto seguito, come possibile vendicatore dei torti commessi della partitocrazia dominante, anche da molti che in realtà comunisti non sono. Ora cominciamo ad avere l'impressione che la spinta del PCI verso l'inserimento si stia incanalando attraverso il passaggio obbligato dei compromessi con le forme politiche

di potere. E che quindi i dirigenti del PCI, nello sforzo di stabilire un possibile clima di collaborazione soprattutto con le forze cattoliche, stiano già rinunciando a quel ruolo moralizzatore che, sia pur soltanto per ragioni contingenti e strumentali, parevano assolvere negli anni passati, denunciando scandali, situazioni anormali ecc... Che te ne pare?

Pannella - Certamente. Le campagne radicali, da quelle di Ernesto Rossi contro i "padroni del vapore" e le bardature "corporative" dello Stato, fino alle più recenti contro la politica dell'ENI, contro il sacco della previdenza sociale e dell 'assistenza pubblica da parte di istituzioni confessionali, contro la corruzione degli enti locali e in particolare della classe dirigente della DC romana, hanno infatti raramente avuto una eco soddisfacente da parte comunista. Il PCI è come paralizzato ogni volta che una campagna di moralizzazione può direttamente investire centri di potere vaticani, o comunque interessi di alti dignitari della Chiesa e dei loro più diretti clienti. Ma in genere non si tratta di effettive e piene corresponsabilità istituzionali realizzatesi "nel" sistema, anche se avrebbero potuto divenirlo; è una connivenza "per omissione" di attacco e di lotta. C'è inoltre l'errata convinzione di certuni che in tal modo indirettamente si difendano anche alcune delicate posizioni di potere acquisite n

ella società di sinistra, come le strutture cooperativistiche contro le quali il potere esecutivo ha sempre possibilità di ricatto, o, ancora, gli ambigui finanziamenti che i Ministri del Lavoro elargiscono al patronati sindacali, o il sistema di corruzione della stampa che funziona su tutto l'arco politico, dal fascista al comunista...

Posso assicurare che, in questi casi, sempre, l'interlocutore non è dato da "comunistelli di sacrestia", ma proprio da coloro che usano denunciarli con maggior vigore. Gli stessi dignitari cattolici che hanno usato il bastone - consentitemi la espressione - della "scomunica facile" hanno sempre difeso in realtà le proprie posizioni con la carota della corruzione e del paternalismo. Sono essi che hanno bisogno della complicità degli avversari per difendere i loro enormi interessi mondani, e che perciò hanno la possibilità di fornire qualcosa in cambio. E, arroccati su forme di anticomunismo cosiddetto viscerale (sulla cui "onestà" è inutile soffermarsi), hanno consapevolmente cercato di esaltare le tradizioni anti-statuali, antidemocratiche e antirisorgimentali presenti nel mondo socialista, a spese della civiltà e del progresso nel nostro Paese.

Ma è questo un disegno (oltre che una pratica) che proprio la continua, coraggiosa, solitaria e misconosciuta opera dei radicali può far fallire. Simili mostruose convergenze hanno bisogno di silenzio e d'ombra per vivere: portate alla luce, vengono presto sconfitte. Un episodio tipico è quello delle recenti elezioni amministrative romane in cui i dirigenti burocrati del PCI sono andati al "colloquio" del teatro Adriano, cercando di soffocare nella sinistra la nostra dura e documentata polemica contro i Petrucci e la DC romana. Oggi, se le elezioni dovessero rifarsi, la base e i quadri intermedi del PCI, a grande maggioranza, imporrebbero una linea opposta e anche un cambio dei dirigenti. Nel PCI si sa infatti che a Roma non pochi voti comunisti sono confluiti su dei candidati del Partito radicale, e moltissimi altri si sono espressi con schede bianche o nulle.

La grande garanzia contro il regime, e contro i "colloqui" fra clericali e stalinisti, risiede innanzitutto, dunque, nelle grandi masse democratiche che si accingono ormai a dare il 50% dei suffragi ai partiti laici di sinistra, malgrado i gravi errori dei loro dirigenti.

Nuova Repubblica - Tra le varie campagne che tu hai promosso o a cui ti sei associato, particolarmente vigorosa e insistente è parsa quella sul divorzio. Anche in questo campo l'atteggiamento del PCI è parso ambiguo. Mentre l'opinione volgare concepisce il comunismo come il "partito del libero amore", esso in realtà sembra assai più vicino alla definizione di partito dell'art. 7.

Pannella - In parte è vero. Ma proprio la vicenda della lotta divorzista, se seguita nei suoi ultimi sviluppi, autorizza speranze di positivo rinnovamento. Come è noto Togliatti era contro il divorzio e altre rivendicazioni "borghesi" (in realtà profondamente aderenti alla coscienza e alla vita delle grandi masse lavoratrici, che contano cinque milioni di "fuorilegge del matrimonio"). Le stesso Nenni ha avuto serie incarnazioni anti-divorziste, nel corso delle sue metamorfosi. L'Unione Donne Italiane è stata per quindici anni, accanitamente contro questa riforma, e solo due anni fa una nuova maggioranza, formatasi in un congresso nazionale dell'UDI, che venne qualificata come radicale, cominciò a imporre una diversa posizione, tuttora contrastata, ad esempio, dall'on. Cinciari-Rodano, vicepresidente comunista della Camera, che è sostanzialmente contro il divorzio.

Ma quando la nostra campagna, dopo anni di apparente insuccesso, si è concretata in vere e proprie manifestazioni di massa, ed è sorta la Lega Italiana per il Divorzio, le forze progressiste all'interno del PCI hanno potuto far prevalere finalmente l'attuale indirizzo. Negli ultimi mesi, il PCI ha avuto una netta posizione laica, espressa, a più riprese, con chiarezza e coraggio, specie dall'on. Jotti. Per non intralciare il dibattito sul progetto dell'on. Loris Fortuna, il PCI ha anche rinunciato a presentare un suo disegno di legge per la riforma del diritto familiare, già pronto da questo inverno.

Cosi, padre Lener va in giro in Italia dicendo che i veri nemici sono "i quattro gatti radicali" che rischiano di trascinare "contro il Concordato" anche "i più responsabili e seri" dirigenti comunisti e socialisti!

 
Argomenti correlati:
pci
socialdemocrazia
antimilitarismo
compromesso storico
intervista
stampa questo documento invia questa pagina per mail