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Ghersi Luigi - 21 maggio 1967
Radicali: una fuga in avanti
di Luigi Ghersi

SOMMARIO: L'autore, dopo aver riconosciuto i meriti dei radicali per le loro battaglie sul divorzio, contro l'ENI, per le campagne anticlericali e antimilitariste, si chiede quale sia la riserva ideologica che possa giustificare la scelta di costituirsi in partito autonomo piuttosto che confluire nelle organizzazioni politiche esistenti. Cosa può proporre il Partito radicale per pretendere di rilevare così orgogliosamente il fallimento di una sinistra laica che non è riuscita a darsi una forza concreta, organizzativa ed elettorale proporzionata al suo prestigio culturale? Il radicalismo che esplode nelle manifestazioni divorziste »non basta ancora a produrre un'alternativa plausibile ai partiti esistenti. E il congresso di Bologna invece di affrontare questi problemi ha preferito saltarli con una fuga in avanti, quella della proposta di una nuova struttura democratica del partito.

(L'ASTROLABIO, 21 maggio 1967)

Quando l'On. Flaminio Piccoli parla dei radicali sembra evocare un fantasma dai contorni indistinti ma nondimeno oscuro e perverso. Per il vicesegretario della DC, il radicalismo si configura non più o non tanto come espressione del linguaggio politico quanto come categoria del demoniaco, una nuova variante linguistica che viene ad aggiungersi al repertorio già ricchissimo della demonologia ecclesiastica, che nei più autorevoli trattati del XV secolo contava ben trentamila nomi di diavoli. In verità i radicali che si sono riuniti a Bologna nei giorni scorsi per il loro congresso nazionale erano molti di meno: i 200 delegati rappresentavano una base che si può calcolare al massimo su poche migliaia di iscritti, senza dubbio il più piccolo partito italiano.

Piccolo ma non certo remissivo. Pur non disponendo di nessun rappresentante in Parlamento, di nessun quotidiano o settimanale, neanche fiancheggiatore, i radicali sono riusciti in questi ultimi tempi a montare un vespaio che ha superato i confini nazionali su due questioni scottanti: il divorzio e le evasioni fiscali della Santa Sede. I temi su cui hanno voluto qualificare la loro presenza politica possono apparire in effetti sproporzionati all'eseguità delle loro forze. La polemica contro l'ENI e quella anticlericale, la campagna antimilitarista e quella divorzista, la lotta contro la NATO e l'impegno per l'unità delle sinistre, tutto ciò si tinge di donchisciottismo se appena si considerino le dimensioni del partito che agita queste bandiere, Ma il donchisciottismo è il confine inevitabile sul quale le minoranze coraggiose e intransigenti finiscono per trovarsi quando la loro azione d'avanguardia si proietta troppo oltre l'evoluzione politica del paese. Fu la condizione del meridionalismo e dell'antig

iolittismo salveminiano e, per lunghi anni, quella dell'antifascismo; fu, o almeno apparve, il limite delle stesse campagne di Ernesto Rossi, che pure in più di un caso ebbero uno sbocco concreto sul piano legislativo (basti pensare alla legge sugli idrocarburi o alle nazionalizzazioni dell'industria elettrica e dei telefoni). Resta da stabilire se questo limite sia davvero tutto implicito nel contenuto stesso dei temi che i radicali agitano o se non sia piuttosto, almeno in una notevole misura, un effetto del loro volersi porre ad ogni costo, in un paese così ricco di articolazioni politiche, di partiti e di correnti, come forza autonoma, come partito fra gli altri partiti della sinistra.

Perchè un partito? Certo, riconosciamo che c'è qualcosa di filisteo in quest'accusa d'essere pochi e dunque velleitari che anche noi tante volte ci siamo sentiti ripetere, in questa derisione qualunquista del coraggio, e non possiamo negare il nostro rispetto a quanti operano sfidandola continuamente. Tuttavia non possiamo nasconderci che una ripulsa anche nettissima di questo tipo di polemica non scioglie l'interrogativo tutt'altro che qualunquistico che si ripropone ad ogni passo di una forza politica così povera di seguito e di mezzi: perchè un partito? Il capitale d'energia che i giovani dirigenti del PR impegnano con una generosità così ammirevole è davvero impiegato nel modo più proficuo? O non troverebbe migliore utilizzazione in altre forme, in altri partiti?

Eppure la risposta che già sembrerebbe implicita nella formulazione stessa della domanda non è così semplice come si potrebbe credere. Non va sottovalutato anzitutto quanto, in condizioni così disperate, il piccolo raggruppamento radicale è riuscito ad agitare e smuovere nella polemica politica italiana: il divorzio, le compiacenze eccessive verso il dialogo coi cattolici, le tasse del papa, l'antimilitarismo. Vorremmo aggiungere il discorso sull'alternativa democratica alla DC, che è poi la cornice politica in cui s'inquadrano le altre battaglie, ma non sapremmo dire che questo sia un contributo proprio o anche soltanto preminente del partito radicale alla discussione della sinistra italiana. In verità, se proviamo a guardare più a fondo nella tematica radicale, ci accorgiamo che quei temi che più caratterizzano il partito della Minerva giacobina non bastano a definire una necessità perentoria di autonomia politica: In fondo quasi tutta l'azione del PR si è svolta fuori dello schema strettamente parti

tico, nella "Lega per il divorzio", nelle polemiche che l'"Agenzia radicale" è riuscita a suscitare, nell'adesione attiva alle manifestazioni per la pace.

E se la ragione fosse soltanto in un accorgimento pratico dettato dalla coscienza della debolezza attuale delle forze non ci sarebbe nulla da eccepire: agire all'interno di altre formazioni o subire tutte le amarezze dell'isolamento fu, all'inizio, della storia delle minoranze che avevano per sè l'avvenire. L'elezione dei primi deputati socialisti nelle liste radicali, l'incubazione del leninismo nella socialdemocrazia, il noviziato politico del gruppo dirigente del P.C.I. nel socialismo massimalista, i primi passi dei grandi partiti che avrebbero cambiato la storia si svolgono quasi sempre in questa penombra. Ma qual è la grave riserva ideologica che, in questo caso, giustifica un'impresa così disperata, quale la società futura che i radicali conservano nel cuore? Possiamo davvero illuderci che l'anticlericalismo, ancorchè gridato con tanta violenza verbale, o l'antimilitarismo più limpidamente intransigente possano bastare a riempire quel vuoto ideologico?

Un'espressione di disagio. Diciamoci la verità: la sinistra laica italiana, dopo la diaspora del Partito d'Azione, non ha avuto più ipotesi attendibile d'esistenza autonoma. Non fu tale Unità Popolare, esplosione nobilissima di sdegno destinata ad estinguersi con la vittoria sulla legge truffa, non lo fu poi il Partito Radicale sorto dalla confluenza della sinistra liberale e di una parte di Unità Popolare: nato sulla critica al centrismo e proiettato poi sulla prospettiva dell'accordo tra cattolici e socialisti doveva dissolversi nel momento in cui si realizzava il centro sinistra; lo stesso Partito Repubblicano, che pure ha una sua modesta ma solida consistenza elettorale, è in fondo, un momento interlocutorio di un processo di sviluppo della sinistra italiana ed è ben consapevole di questo suo limite. E se la sinistra laica non ha potuto darsi una forza concreta, organizzativa ed elettorale, proporzionata al suo prestigio culturale e alle ipotesi di soluzione dei problemi del paese che sapeva produr

re e sulle quali quasi sempre erano costretti a misurare i grandi partiti di massa, se molti dei suoi uomini migliori hanno finito per confluire nelle formazioni di ispirazione socialista, non è per un capriccio del destino, ma perchè la sinistra di classe aveva fatto gradualmente proprie le ragioni democratiche e riformatrici della sinistra laica.

Che cosa può proporre, che propone di fatto il Partito Radicale per rilevare così orgogliosamente questo fallimento? Molto poco ci pare, se non ci facciamo prendere dall'empito sentimentale, dal consenso e persino dall'ammirazione per certe iniziative condotte con tanta generosa intransigenza. Il radicalismo che esplode nelle manifestazioni divorziste dei teatri romani o nel pacifismo beat dei giovani di Milano è certamente un'espressione del disagio che serpeggia nell'opinione di sinistra troppo spesso scoraggiata ed avvilita dal tatticismo e dal burocratismo dei grandi partiti, ma non basta ancora a produrre un'alternativa plausibile ai partiti stessi nè a proporre un discorso che in questi non abbia già o almeno non possa avere altrettanto efficacemente una sua voce.

Ci è sembrato che il congresso di Bologna invece di affrontare questi problemi abbia preferito saltarli con una fuga in avanti, quella della proposta di una nuova struttura democratica del partito. Proposta senza dubbio stimolante, che non risolve però il problema dei contenuti e delle giustificazioni storiche di una presenza autonoma radicale. Su questo problema insoluto e forse insolubile dovrà misurarsi la nuova dirigenza del partito.

 
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