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Pannella Marco - 1 maggio 1970
La più rossa delle schede
Marco Pannella

SOMMARIO: Nel giugno del 1970 si tennero le prime elezioni regionali. Questa consultazione (che interessava la gran parte del paese) assunse da subito un carattere di confronto politico nazionale.

Il partito radicale pur avendo preso una posizione astensionista e non presentando proprie liste, stipulò un accordo con il Partito socialista. Il Pr garantiva il proprio appoggio alle liste del Psi in cambio di una serie di impegni in tema di diritti civili e particolarmente per il divorzio, contro il concordato e sui criteri dell'informazione radio-televisiva.

(Notizie Radicali - Maggio 1970 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

L'accordo politico-elettorale fra Partito socialista e Partito radicale è preciso, da ciascuno giudicabile.

Se il Partito socialista esce rafforzato da questa prova, saranno rafforzati i seguenti obiettivi: divorzio entro agosto, lotta unitaria del mondo laico contro il Concordato, riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza entro un anno, revisione dei criteri di informazione politica alla Rai-Tv.

Solo con una crisi di governo nelle settimane successive alle elezioni, Vaticano e DC potranno scongiurare il voto sul divorzio al Senato. Solo con il tradimento clamoroso di una forza politica laica - che starà a noi, con la LID, impedire - questo voto non sarà positivo.

Non basterà più la proterva volontà di un incontro di potere con la DC dell'attuale gruppo dirigente comunista per impedire all'immensa maggioranza dei compagni comunisti di base di ingaggiare con noi e i socialisti, con i divorzisti e i laici repubblicani e liberali, la sola storica battaglia che possa far isolare e battere dal movimento democratico di classe il vero fondamento del regime, l'interclassismo DC, clericale e populista, cooperativista e autoritario, tutelato e gestito dall'esistenza del Concordato.

La battaglia antimilitarista trarrà dal dibattito stesso sul riconoscimento dell'obiezione di coscienza, che dopo 22 anni sarà imposto in Parlamento dal PSI, la concretezza politica necessaria, preparata dalla finora solitaria predicazione radicale. La vergogna della prigione per gli obiettori, vergogna per la Repubblica e per la democrazia, verrà cancellata; e negli atti del Parlamento repubblicano certamente verranno iscritte le prime chiare parole antimilitariste e libertarie della sua storia.

Un primo colpo sarà portato a quel vero e proprio racket del suffragio universale organizzato dal sindacato dei partiti di regime, da noi già denunciato, fondato sull'accaparramento dell'informazione pubblica, sull'infeudamento della Rai-Tv ai sogni e alle pratiche del peronismo fanfaniano e dei suoi clienti e sicari di destra e di sinistra.

Bisognerà certo, anche in caso di superamento positivo della prova elettorale da parte del PSI, difendere questi accordi, assicurandone il rispetto e lo sviluppo, potenziandone sempre più, con la nostra autonoma forza di partito, i contenuti unitari, riformatori, alternativi al regime. Agli anticlericali, agli antimilitaristi, ai libertari che noi siamo, nessun altro successo elettorale garantirà quel che l'affermazione del PSI garantisce. Nessun premio maggiore verrà alla nuova sinistra in formazione attorno al PR di quello assicurato dalle scelte del VII Congresso radicale e da queste poche settimane di lotta.

Ci si dirà che, in queste elezioni, altro, ben altro, è in gioco; che le urne elettorali sono troppo poco capienti per farvi entrare e passare le forti esigenze della rivoluzione e dello scontro di classe; che si deve pur scegliere fra governo e opposizione, fra "centro-sinistra" e nuova maggioranza, fra imperialismo e internazionalismo proletario, fra regioni chiuse e regioni aperte. Può darsi.

Potremmo cominciare con il rispondere che il PSI, in questo periodo, è stato elemento determinante per approvare lo Statuto dei lavoratori, l'amnistia, le leggi di attuazione delle regioni, che si è pronunciato fermamente sulle aggressioni americane; che il PSI va difendendo fra mille attacchi una nozione "aperta" delle regioni, contro quelle pur diversamente ma egualmente "chiuse" dei fascistelli del PSU e dei "normalizzatori" amendoliani. Non lo diremo: non saremmo radicali se tutto questo non ci apparisse limite grottesco, rispetto alla gravità dei problemi di fondo da risolvere, anche perché poco aggiunge o toglie alla irreparabile mediocrità della politica del PCI e alla minaccia delle "nuove maggioranze" che va preparando.

Diremo invece che solo chi non compia un'analisi rigorosa delle strutture della nostra società, solo chi non individui quanto davvero "sovrastrutturali" rischino di essere in questa fase la "politica" ufficiale e il momento parlamentare, solo chi continui o si rifugi in una condizione subalterna nella lotta in corso, può ritenere arretrata la nostra decisione di votare e di far votare per il PSI rispetto al voto per il PCI, e considerare le schede bianche comuniste o psiuppine più "rosse" di quella socialista.

Vale la pena, a tre anni di distanza, di ricordare, citandone alcune parti, la mozione di Firenze approvata dal IV Congresso nazionale del PR.

"L 'opposizione parlamentare è raramente o troppo marginalmente espressione di una lotta verticale e rigorosa nel Paese, di confronto democratico e di alternativa: partecipi e spesso partecipanti subalterni delle strutture del regime, classi dirigenti e organizzazioni burocratiche della sinistra anche di opposizione appaiono sovente quali appendici di questo Stato, piuttosto che avanguardia e classe dirigente del movimento democratico.

Ministri "socialisti" di Stato, o "ministri" comunisti del governo ombra che tenta di amministrare con sistemi autoritari il monopolio della opposizione, sono sul piano oggettivo del potere di classe della nostra società imbelli e velleitari ostaggi che la sinistra fornisce al nemico interclassista clericale.

Consapevole di questa realtà il Congresso ne prende formalmente atto e la denuncia recisamente. Altrettanto recisamente afferma, dinanzi al pericolo e alla pratica delle speculazioni anti unitaria e settaria, che questa politica non è determinata né della scelta dei militanti né dalle aspirazioni della generalità della classe dirigente del movimento democratico e operaio; che i partiti del PCI, del PSIUP, del PSU e del PRI non possono essere ridotti alla sola realtà di questa politica; che le stesse classi dirigenti nazionali di queste organizzazioni non sono nella loro maggioranza riducibili alla pur pesante realtà del prevalere dei gruppi burocratici di apparato..."

Cos'è accaduto da allora? il PSU (era il nome assunto dal PSI e dal PSDI unificati) ha di fatto espulso dal suo seno, con la scissione del gruppo di Tanassi, Ferri, Preti, la sua destra peggiore e, oggi, lo scontro più duro sul piano elettorale avviane proprio fra PSI e socialdemocratici. Il PCI ha invece annientato la sua sinistra, espellendo quella parte di essa che si è rivelata difficilmente riducibile alle norme del centralismo burocratico e autoritario nuovamente trionfante in via Botteghe Oscure, e contro di essa si è garantito escludendola da qualsiasi possibilità di presenza nello scontro elettorale in corso, vietandone l'accesso alla Rai-Tv.

Il PSI appare più sensibile, non solo alla base, ma nei suoi gruppi dirigenti, alla necessità di ingaggiare in fondo questa battaglia per i diritti civili che costituiscono l'essenziale della politica del Partito radicale. Reagisce con durezza agli attacchi vaticani e alle esigenze clericali contro il divorzio, fornisce alla lotta anticoncordataria un'adesione solida, qualificata, ampia; e vano sarebbe tentare di riscontrare una funzione e una presenza socialista più arretrate di quella comunista o psiuppina a livello delle grandi organizzazioni sindacali.

La verità è che il PSI non è ancora, in questa società, un partito di potere, anche se lo è - per ora - di governo. Non partecipa alla gestione di strutture fondamentali, primarie della organizzazione economica produttiva, statuale; o, se vi partecipa, vi partecipa marginalmente, rispetto al PCI e alla DC. Il suo inserimento nel regime è di conseguenza pressoché impossibile: o accetterà di esserne schiacciato o dovrà attaccarlo a fondo.

Partito di potere, di questo potere, di questo regime, di questa organizzazione dei rapporti di classe, è invece - e ampiamente - il PCI.

Il PCI è Stato, ad esempio, in Emilia-Romagna. Il PCI spesso gestisce, indirettamente, ma sicuramente, anche i momenti produttivi, l'organizzazione dei rapporti di lavoro, l'immenso bordello classista del parastato e del capitalismo di Stato. Il sindacalismo dei settori corrispondenti spesso lo conferma.

Amministra l'opposizione, come la DC la maggioranza, in modo autoritario e violento, per un nuovo e definitivo assetto capitalistico. La DC ordina e riordina la grande Destra, così come il PCI porta e assicura "ordine" nella Sinistra vecchia e "nuova" - in realtà paleolitica - degli operaisti e dei marxisti-leninisti.

L'apparato burocratico e "statuale" in cui sempre più si riduce la classe dirigente del PCI prefigura - nei modi e nelle strutture organizzative, in cui cerca di controllare, determinare e reprimere la vita nel Partito della immensa maggioranza dei compagni comunisti - metodi e strutture riservati allo Stato e al cittadino, alla produzione e al lavoratore, se raggiungesse il suo obiettivo di una "nuova maggioranza" per un incontro di potere con il mondo clericale e populista, interclassista e antisocialista rappresentato dalla DC.

E come non vedere che il modulo emiliano di regione "aperta" rappresenta proprio l'anticipazione possibile di una chiusura più autoritaria e più classista della nostra società? Una piccola e media industria con solidi legami con il PCI che da un momento all'altro si trova nella condizione tragica di aggravare lo sfruttamento del lavoratore non più solo per assicurare più alti profitti ma per sopravvivere. L'organizzazione del partito tenuta già ora a mezzadria fra comunisti e democristiani; le grandi, tradizionali strutture cooperative mutate in macchine sforna-profitti per il partito e per le sue organizzazioni, le associazioni del tempo libero controllate nelle loro attività culturali per impedirne ogni iniziativa che rischi di turbare i colloqui vaticani e di curia...

Ma è ovunque che lo scontro di classe in atto da un ventennio nel PCI è oggi in una fase allarmante: le proposte socialiste non passano, vengono dirottate, necessariamente snaturandole, verso il sindacato o respinte al di fuori del partito.

E penoso, purtroppo, è lo spettacolo offerto da quelle linee extraparlamentari di classe pronte a crocifiggere ovunque ogni fantasma di revisionismo e di riformismo, che si rassegnano oggi a chiedere il voto per il PCI e il PSIUP - o anche semplicemente a darlo - premiando così proprio quest'ultima e peggiore edizione degli Amendola e dei Vecchietti contro il Manifesto e la base militante comunista aggredita e imbavagliata, o contro i Basso e i Foa.

Nel Partito socialista, e non solo nella sua sinistra, ma in tutto l'arco delle sue correnti, le contraddizioni oggettive vivono tutt'altre fasi. La ripresa democratica di lotta, la ricerca di una nuova politica sono evidenti. E' in realtà - e una volta di più - la minaccia dal "salto della quaglia" di stampo togliattiano, che vi indebolisce le potenzialità di rinnovamento.

Così come Nenni non ebbe che da passare sul ponte che Togliatti aveva prematuramente gettato per la collaborazione anche a livello "savrastrutturale" con la DC, segnando in realtà un passaggio obbligato per tutte le grandi organizzazioni tradizionali della sinistra, così oggi si cerca di colpire - per un incontro diretto con il partito di regime - il rinnovato tentativo di autonomia socialista e di ostacolare ogni nuova proposta laica e libertaria che tenda a creare una politica di alternativa anziché quella di una nuova maggioranza concordataria.

Si ripete e continua insomma, verso i socialisti, la politica condotta dal PCI contro azionisti e "nuove sinistre" del dopoguerra, contro le istanze di liberazione religiosa e laica e di rinnovamento civile dei credenti italiani, attribuiti per necessità di "dialogo", come un gregge, ai pastori pacelliani di una chiesa controriformista, classista e reazionaria.

Un voto di rinnovamento, di alternativa, di radicale riforma, di avanzamento proletario e democratico nella lotta di classe, passa oggi attraverso la duplice necessità di colpire, anche con il voto, la politica del partito di regime, la corrispondente proposta di "nuova maggioranza" avanzata dall'apparato democratico del PCI.

I termini dell'accordo Partito radicale e Partito socialista sono, senza equivoci, in questa direzione. Non si rafforzano ed esaltano obiettivi concreti di liberazione umana e civile senza, con ciò fare, già ora e qui, dell'autentico socialismo. Anticlericalismo e antimilitarismo trovano oggi una nuova occasione di crescita, hanno già conseguito, con ciò, una consistente affermazione.

Non affermiamo, con questo, che comunque il PSI continuerà e accentuerà il processo positivo di cui l'accordo con noi radicali è certamente indice, più che fattore determinante o consistente. Ma sosteniamo che, per ora, per queste settimane e per i prossimi mesi, questo accordo è prezioso e unitario per tutti i compagni della sinistra, dai comunisti al socialproletari, dai socialisti ai radicali, per tutti i laici, per la lotta democratica in Italia.

Chiederemo a chi condivide la lotta anticlericale e antimilitarista che conduciamo, a chi sa quanto determinante, convinta, appassionata è stata la nostra battaglia per il divorzio e dura quella per l'obiezione di coscienza, a quanti seguono il nostro tentativo di creare in Italia un partito davvero nuovo, per l'unità, il rinnovamento, l'alternativa della sinistra, per un metodo laico e libertario di edificazione e prefigurazione di una società autenticamente socialista - a questi compagni chiediamo di fornire a favore del voto al Partito socialista italiano tutto il loro impegno, tutto il loro slancio.

Votare PSI è il solo modo possibile, oggi, di votare radicale. Ed è questa la più rossa delle schede.

 
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