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Pergameno Silvio, Stanzani Sergio - 7 aprile 1978
L'ANTAGONISTA RADICALE: (3) Il modello del partito libertario e federativo nello statuto radicale
di Silvio Pergameno e Sergio Stanzani

SOMMARIO: Gli atti del convegno sullo statuto e sull'esperienza del Parito radicale che si è svolto a Roma all'Hotel Parco dei Principi nei giorni 5, 6 e 7 aprile 1978.

("L'ANTAGONISTA RADICALE" - La teoria e la prassi del partito nuovo, socialista e libertario; e lo statuto e l'esperienza del PR nella società e nelle istituzioni - Convegno del consiglio federativo del Partito Radicale - Roma, aprile 1978)

LA QUESTIONE DEL PARTITO

DIBATTITO

Silvio Pergameno / Sergio Stanzani

IL MODELLO DEL PARTITO LIBERTARIO E FEDERATIVO NELLO STATUTO RADICALE *

Afferma Cornelius Castoriadis in un recente scritto: ``La realtà del Partito Comunista Francese è la sua organizzazione''. E' un concetto ampiamente generalizzabile, estendibile ad ogni partito e in fondo a ogni formula associativa.

Una consapevolezza di questo genere ha spinto i ``nuovi radicali'', al momento della rifondazione del partito, a darsi uno statuto totalmente diverso dai tradizionali; l'organizzazione condiziona interamente il partito, sia nel rapporto interno con gli is critti sia in quello con gli elettori e le istituzioni.

Il nuovo statuto è venuto dopo la crisi del vecchio partito, dovuta essenzialmente a due ordini di ragioni, di convinzioni dei ``vecchi radicali'': - la formazione del centro sinistra, sulla base dello ``storico'' incontro tra cattolici e socialisti, aveva ormai avviato a soluzione il problema della democrazia in Italia, dando una larga base alle forze democratiche;

- il rapporto col PCI restava irrisolto tra l'intima, anche se inconfessata convinzione che non si poteva mantenere nel ghetto la più grossa componente della sinistra e l'incapacità ad accettarla come interlocutore.

Già il vecchio Partito Radicale, sorto fra la fine del '55 e gli inizi del '56, aveva rappresentato un momento caratterizzato in senso autonomo nel quadro delle forze della sinistra; ma era una autonomia limitata alla prospettiva politica in senso ampio, non estesa al momento strutturale, organizzativo. ll partito era sorto con lo slogan: ``un partito nuovo per una politica nuova'' ed aveva svolto una politica di opposizione alla DC; non solo ai governi centristi, ma coi caratteri di un'opposizione al la DC come ``partito di regime'' (si pensi ad Ernesto Rossi e ad alcune grandi battaglie contro il parassitismo, la corruzione, il clericalismo). ll partito rimase però strutturato su basi tradizionali, articolato per sezioni: una struttura incapace anche di sostenere un'adeguata politica di opposizione intransigente. L'opposizione restava ``in odio a Malagodi''; ma la classe politica che sosteneva il partito non era disposta a pagare i prezzi che una linea di intransigenza comportava. E con l'avvento del centr

o-sinistra ci fu la confluenza, o il ritiro dalla vita politica. Sul piano strutturale il partito non aveva dunque problemi; il suo era uno statuto tradizionale, di un partito ideologico, che mirava a distinguersi dalle altre forze politiche in quanto portatore di un'ideologia ``laica'', che si contrapponeva a quella cattolica e a quella marxista. Anche nel nuovo partito l'idea fondamentale è quella dell'alternativa al "regime": democristiano pur con la sua integrazione a sinistra; dell'alternativa all'immobilismo e alle sue conseguenze. Ma vi è in più la consapevolezza che per realizzare l'alternativa, per dar vita a un sistema politico articolato in cui l'opposizione svolga la sua insostituibile funzione, per realizzare una vera democrazia, cioè una democrazia di base, occorre un modo alternativo di fare politica, e quindi in primo luogo un'organizzazione politica alternativa.

Dietro questa analisi politica, i radicali constatavano che il modello tipico del partito della sinistra era uno strumento invecchiato di fronte ai problemi di una democrazia in una società tardoindustriale, caratterizzata da un forte complesso di mutamenti rispetto alle situazioni che originariamente i partiti della sinistra avevano dovuto affrontare. Eravamo negli anni '66-'67; una marea montava dal basso; l'esperienza divorzista già in atto ce ne aveva dato un saggio eloquente; le università americane erano già in fermento da anni; il potenziale democratico di base era vivissimo. Muovevamo poi da una considerazione che si è rivelata esatta: una lotta politica centrata sull'operaismo, che privilegia la fabbrica, si rivelava schematica e riduttiva e tutt'altro che scevra dai pericoli del rivendicazionismo spicciolo, mentre si evidenziava sempre di più l'esistenza di una pluralità di nuove rivendicazioni che passano non solo attraverso il momento dell'occupazione e il luogo di lavoro, ma attraverso tutte le

dimensioni della vita associata: il tempo libero, i consumi, la famiglia, la sessualità, la sanità, l'assistenza, la cultura, la scuola, le organizzazioni militari e quelle carcerarie, le strutture burocratiche dello Stato, i mezzi di comunicazione di massa, le istituzioni religiose (uno stato nello stato, il nuovo potere temporale della chiesa cattolica)... Ne conseguiva l'emergere di una vasta gamma di possibili canali di iniziativa e di scontro politico, che attraversava orizzontalmente i partiti. Inoltre il momento istituzionale e la lotta al livello istituzionale (sovrastrutturale) si rivelavano fondamentali. La sinistra tradizionale privilegia lo scontro sul terreno sociale ed economico, il momento del ``rapporto di forza''. l radicali sono sempre stati animati invece dalla meditata convinzione della validità della lotta ai livelli istituzionali e per le innovazioni istituzionali, capaci di consolidare gli spazi di libertà che si conquistano giorno per giorno, in singole lotte specifiche. E proprio in

questo hanno individuato la funzione del partito: consolidare le pressioni del ``movimento'', facendole reagire ai livelli politici e traducendole in fatti istituzionali. E' questo il solo modo di fissare stabilmente gli esiti delle lotte; perché grande è sempre stata la sfiducia dei radicali, dopo tante esperienze storicamente fallite, nella rivoluzione globale di tipo giacobino, che ha per risultato la sostituzione di un gruppo di potere ad un altro. Accanto alla sempre maggiore improbabilità della conquista rivoluzionaria del potere con la rivoluzione, all'improduttività della violenza rivoluzionaria, emergeva la consapevolezza che una struttura concepita per la conquista rivoluzionaria del potere diventa la caricatura di se stessa in tempi di ordinaria gestione; quando la burocrazia del partito rivoluzionario diventa una struttura corporativa, che opera per la conquista di spazi di potere, si accorda su piani di lottizzazione dei pubblici poteri e mezzi finanziari e strutture operative, al solo fine di e

stendere trasformisticamente la propria influenza, tendendo ad inserirsi, a sostituire, a conpenetrarsi colla burocrazia pubblica.

D'altra parte occorreva precisare la funzione del partito rispetto al movimento operante nel sociale, nell'economico, nel culturale...; evitare che il movimento venisse strumentalizzato dai partiti, rispettarne l'autonomia e salvarlo dal suo stesso pericolo intrinseco: quello della labilità del facile deperire, dell'esaurimento nell'assemblearismo con tutti i rischi connessi, la genericità, l'inconcludenza, il settarismo, la demagogia.

In altri termini: le differenze tra la società del 1890 e del 1920 e quella del 1960 (una società industriale matura, caratterizzata dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa), l'impatto tra una società civile animata da una forte tensione partecipativa e la sclerosi burocratica delle organizzazioni tradizionali, rendevano insomma indispensabile un modello diverso di partito: oggi constatiamo che questa esigenza è diffusa in tutta l'Europa.

C'era un bilancio da compiere rispetto alla storia dei partiti, un bilancio dei risultati conseguiti dai partiti della sinistra di fronte alle vecchie formazioni moderate, ed insieme dei limiti della nuova realtà istituzionale che essi ormai rappresentavano. Le formazioni socialiste e comuniste avevano superato i vecchi partiti di comitato, strumenti operativi di gruppi di notabili che si organizzavano una clientela personale per essere rieletti, con un coordinamento minimo realizzato attraverso i gruppi parlamentari; ai partiti di comitato si erano sostituiti partiti di massa, che inquadravano milioni di iscritti, perché si proponevano in primo luogo il riscatto morale e politico delle grandi masse escluse dalla vita politica. Queste grandi organizzazioni erano tuttavia a loro volta, ormai, diventate partiti di apparato, che escludevano di fatto i militanti (in luogo delle élites di notabili si avevano ora i quadri professionali).

Si era superata la stagionalità del partito di comitato (che esisteva solo in momento elettorale e con finalità elettorali), ma si era conseguita una permanenza di tipo burocratico, che non significava affatto costanza di iniziativa politica, e di iniziativa politica dal basso. ll predominio raggiunto dagli apparati di partito sui gruppi parlamentari aveva superato il personalismo deteriore e il trasformismo spicciolo, ma aveva portato per altro verso allo svilimento delle istituzioni parlamentari, dominate dagli accordi tra le segreterie dei partiti, facendo delle assemblee nazionali meri luoghi di registrazione di tali accordi, svuotando di significato sostanziale le elezioni e generando un trasformismo più profondo (anche se mediato da dati ideologici e culturali spesso di non spregevole livello, con la prevalenza del momento tecnocratico su quello politico).

Si erano superati i partiti finanziati da forze economiche esterne; ma dopo una fase ``eroica'' di finanziamento militante, i partiti di apparato volgevano sempre di più verso forme di finanziamento legate ad attività economiche di partito o vicine al partito, o mediate dallo ``spoil system'' ovvero caricate direttamente sul bilancio dello stato, distruggendo in tal modo la caratteristica essenziale del partito di massa, e del partito di militanti, che è di non porsi come qualcosa al di sopra di essi, un'entità che può essere finanziata dall'esterno, ma di essere i militanti stessi, in quanto associati e operanti insieme e quindi con le proprie forze e i propri mezzi finanziari.

L'adesione al partito di comitato era un fatto di interesse o un'abitudine; l'adesione al partito di massa era invece un grosso impegno morale: era la volontà di essere parte di una battaglia di emancipazione e di riscatto e di compiere i sacrifici necessari a tale fine. Tuttavia alla libertà di iscrizione propria del partito di comitato, si era sostituita l'iscrizione vagliata dal partito; necessaria in tempi in cui si temevano le infiltrazioni provocatorie delle polizie, motivata anche con la necessità di selezionare i migliori e di tenersi pronti in ogni caso all'azione clandestina, ma che giungeva a forme antidemocratiche di selezione, incompatibili con la libertà degli iscritti: il sistema era completato dai meccanismi disciplinari, dai tribunali interni, dai provvedimenti espulsivi, dal linciaggio morale dei dissidenti.

Ecco perché tra i radicali nasceva l'idea di un partito di militanti, un partito libertario ad articolazione federativa, strutturato cioè sul principio di discontinuità e di coordinazione di gruppi di militanti e non su quello di subordinazione gerarchica, comunque camuffata attraverso meccanismi di elezione interna e di delega.

Nasceva l'idea di un partito laico, cioè non ideologico (l'ideologia è il pilastro di una burocrazia del partito totalizzante, onnicomprensivo, che deve dare una risposta a tutto); di un partito che voleva esistere solo sulle cose che faceva.

Nasceva l'idea di un partito/servizio, al servizio del movimento, capovolgendo il meccanismo tradizionale della cinghia di trasmissione; di un partito che sperimentalmente cerca di combattere battaglie di libertà e di liberazione, di liberazione umana da vessazioni autoritarie, da risposte autoritarie e repressive che i vigenti ordinamenti davano e danno ai problemi dell'uomo e della società. Non quindi un partito dottrinario, fondato su un bagaglio culturale, su una filosofia generale da contrapporre a quelle degli altri movimenti politici, dalla quale mutuare la risposta - astratta appunto - ad ogni e qualsiasi problema, su un patrimonio da custodire gelosamente e da amministrare attraverso una struttura chiusa, tendenzialmente burocratica e settaria.

Il partito ebbe subito la consapevolezza di dover essere un partito di militanti, un partito nel quale tutto fosse rimesso all'iscritto e a chi comunque lavorava per il partito, si sacrificava per il partito, pagava di persona per il partito, faceva sacrifici finanziari per il partito; un partito insomma legato ai dati di presenza e di impegno politico, non burocratico e non permanente, orizzontale e di associazioni, sia interne (in cui esso si fosse articolato) sia esterne, che ad esso si fossero rivolte per ricevere un aiuto politico (libertario); un partito aperto e senza preclusioni verso nessuno. Un partito che in fondo voleva essere non certo una comunità e nemmeno un ordine, ma, come già detto, un servizio, un'organizzazione al servizio della società civile, per consentire il consolidamento al livello istituzionale delle spinte di libertà provenienti dal basso.

Le prestazioni al partito dovevano essere gratuite; nessuna carica pagata. L'iscritto doveva poter conservare capacità di iniziativa e di controllo, essere in grado di promuovere le deliberazioni del partito e divenire parte integrante, essenziale delle conseguenti fasi attuative, potendo trasfondervi le proprie capacità, grandi o piccole che fossero; l'organizzazione doveva muovere il senso di partecipazione, esaltate le capacità individuali: l'esatto opposto dell'appiattimento burocratico, della sfiducia dell'uomo di apparato, che tende ad emarginare chi vuole ficcare troppo il naso dentro le cose.

ll partito nasceva infine con una duplice impronta, con una duplice istanza interna: direi con una duplice prospettiva, quanto a quello che si proponeva di essere nel futuro:

- essere il partito dei diritti civili, nel senso molte volte illustrato;

- essere non una formazione minoritaria, ma al contrario fornire quanto meno un modello di sinistra unita. Certo, di una unità non realizzata attraverso il predominio di una delle sue componenti, attraverso il trionfo di un apparato sugli altri, quale è l'unità della sinistra cui sta arrivando il PCI, attraverso la marginalizzazione delle altre forze politiche. Ma la vocazione dei radicali è sempre stata tendenzialmente maggioritaria: l'indicazione che lo statuto sottintende è quella di una sfida unitaria lanciata all'intera sinistra; alle forze, alle componenti della sinistra; non agli apparati. E dietro questa prospettiva, quest'utopia, questa follia se si vuole c'è la profonda amarezza derivante dalla condizione della sinistra in Italia (e fuori), divisa in apparati carichi di rivalità, priva di democrazia, di dibattito e di fecondità, di alternanze al proprio interno, verso i propri iscritti, sostenitori, simpatizzanti non meno che all'esterno verso la generalità dei cittadini.

Occorre chiarire ancora il senso di questa prospettiva. Si voleva un'unità articolata, che esaltasse le differenze, la peculiarità di ciascuna delle sue componenti, che arricchisse il dibattito e il dialogo politico, attraverso una pluralità di istanze politiche, partitiche e non partitiche, presenti e attive. Si sosteneva il principio della doppia tessera che era innanzitutto l'invito a frequentare i luoghi dove si incontravano i radicali, luoghi appunto di dibattito aperto, di confronto, luoghi in cui appunto il socialista poteva confrontarsi con gli altri socialisti e con i democratici socialisti e venirne fuori magari, alla fine, più socialista di prima; così il comunista e tutti quanti.

Si cercava così di trarre la lezione della storia della sinistra; una storia intessuta del dramma della ricerca di un'unità impossibile perché sempre e soltanto cercata a scapito della diversità, nella miseria burocratica dell'appiattimento; e dell'altro dramma, l'altra ricerca, di una diversità altrettanto impossibile, perché articolata in una sequenza di inutili scissioni e di altrettanto inutili riunificazioni, di correnti tutte ideologiche, tutte totalitarie, tutte burocratiche (legittime o clandestine che siano); tutte centralizzate e totalizzanti, tutte settarie. Il modello leninista, adottato in fondo anche dalle socialdemocrazie.

Il partito si poneva dunque, con lo statuto, nella prospettiva di quel partito unico della sinistra visto come la sola forza capace di smuovere il paese dalle acque stagnanti e regressive dell'ultimo trentennio, sempre più pericolosamente regressive.

Dopo oltre dieci anni, vediamo che quel ``partito dell'alternativa'' è riuscito ad esistere come partito dei diritti civili; è riuscito a portare a compimento in tutto o in parte grandi riforme politiche e civili; è riuscito a mobilitare il paese in una lotta sui referendum che anche se si concluderà con una sconfitta, marca il prezzo che la classe politica del regime paga, sul momento in cui costringe il Parlamento a legiferare male e in fretta su problemi di enorme portata umana e civile, non per attuare riforme, ma per evitare quei referendum, cioè per lo stesso motivo per il quale si anticiparono le elezioni nel 1972 e nel 1976.

Ma soltanto in un momento lo statuto del Partito Radicale ha veramente vissuto nel suo significato pregnante: nella primavera del 1974, durante la campagna per il referendum sul divorzio, quando la sinistra, sia pure non per espressa delibera, ha combattuto unita per la difesa della nuova legge del divorzio, in vista di un comune obiettivo, pur operando ciascuna componente secondo la propria peculiarità e il proprio genio.

"Oggi la prospettiva politica iniziale del Partito Radicale non può che mutare: lo spazio per comuni battaglie della sinistra non c'è più; e trarre le conseguenze di questa constatazione è uno degli obiettivi ultimi di questo convegno".

Vediamo come il progetto politico radicale del partito nuovo, laico e libertario, maturato fra la fine di ottobre del 1966 (convegno di Faenza) e i primi di novembre del 1967 (congressi del maggio 1967 a Bologna e del novembre 1967 a Firenze), si traduce in formule statutarie.

L'iscrizione al partito è libera; in un partito libertario nessuna forma di filtro ideologico è ammissibile; né un partito come quello radicale può nascere sul sospetto delle infiltrazioni, perché è un partito che non gestisce potere, e quindi non c'è potere da conquistare. Nell'epoca più recente partiti politici non sono sorti altro che per scissione da precedenti partiti o da una riunificazione. Un'aggregazione da movimento è presente in ``Lotta Continua'', che però riesce poco ad essere partito politico. Tentativi di infiltrazione nel PR non ce ne sono stati; ove ne ce fossero, chi li compisse si troverebbe in fondo con un pugno di mosche in mano, e coloro che volessero proseguire il ``Partito Radicale'' non avrebbero che da cambiare sede, forse qualche elemento di identificazione esterna; perché l'unico patrimonio del partito è l'impegno politico dei suoi militanti. Ma iscrivereste anche un fascista? E' un problema che non si pone. ll partito non sa se chi si iscrive è un fascista, né richiede l'adesione

a un credo ideologico. L'iscrizione è dunque un'adesione libera, valida per l'anno per il quale è formulata. L'iscritto si impegna a pagare le quote e ad associarsi, cioè a gestire collettivamente con altri iscritti, le ragioni della sua adesione, a gestire con gli altri il partito stesso. La democrazia invece, come si diceva all'inizio, è la libertà nel momento in cui riesce ad operare attraverso l'azione unita di tutti. E' questo il fondamento dell'associazionismo radicale, di questi gruppi, associazioni, collettivi, comitati che ne costituiscono statutariamente l'unità di base; fenomeni aggregativi sorti dal basso, per volontà degli iscritti, secondo le ragioni, gli scopi, i motivi più vari, durevoli o contingenti, non legati da vincoli di subordinazione ma che si coordinano tra loro, si confrontano, si riuniscono per discutere e deliberare a seconda delle necessità e con modalità libere ed aperte; fenomeni associazionistici che non escludono la contemporanea partecipazione dell'iscritto a più gruppi o c

omitati. Siamo lontanissimi sia dai comitati elettorali dei partiti moderati e conservatori, dai "caucus" della tradizione anglosassone, sia dalle sezioni dei partiti della sinistra storica, definite in base al territorio e con competenza territoriale, che già Gobetti criticava perché ricalcate sull'organizzazione amministrativa dello stato e lontane dalla problematica politica reale, sia infine dalle cellule, che privilegiano le aggregazioni sui luoghi di lavoro e sui temi di lavoro. La caratteristica delle associazioni radicali è invece quella di essere luoghi collettivi e militanti attraverso i quali il partito pensa e opera.

Il partito ha rifiutato i meccanismi disciplinari, le punizioni, i probiviri; ha rifiutato cioè il concetto di una giustizia di partito, un sistema attraverso il quale poi le posizioni dominanti nel partito schiacciano le minoritarie. Se tra gli iscritti esiste contrasto politico è in sede politica che va affrontato e risolto, in aperti confronti: è il significato dell'essere non tanto un partito di diversi, quanto il partito che rende possibile la diversità e la potenzia. Quanto alla dimensione non politica, essa non appartiene, non trova il luogo della sua espressione nel partito. Né il partito può conoscere ``indegnità'' di appartenenza, funzionare cioè come meccanismo di emarginazione di chicchessia dalla vita politica; anzi esso ha l'orgoglio di tenere una porta aperta anche a coloro che sono incorsi nelle sanzioni della società.

ll partito ammette, oltre alle adesioni di singoli, anche quella di gruppi e movimenti, che restano estranei al partito (non si tratta infatti di un partito indiretto, costituito da un'aggregazione di movimenti). E' uno dei modi attraverso i quali il partito si pone al servizio del movimento, e si concreta nell'ingresso di rappresentanti del movimento in seno al consiglio federativo. Lo statuto dovrebbe essere precisato forse su questo punto: l'adesione dei movimenti dovrebbe essere stabilita sulla base di precisi obiettivi di iniziativa politica, in relazione ai quali precisare anche l'entità del contributo finanziario che il movimento aderente versa al partito.

Prima di passare a parlare dell'articolazione interna del partito è opportuno soffermarsi sul finanziamento, uno dei dati centrali della struttura statutaria. Tutti i partiti della sinistra erano alle origini autofinanziati: era questa l'unica forma possibile di reperimento di fondi, l'unica che consentisse l'autonomia del partito. Era anche la misura del partito come partito di massa. Il partito di massa è caratterizzato dalla finalità di organizzare grandi masse di cittadini e lavoratori da rarre un'élite politica, e dall'esistere in quanto organizzazione di questi cittadini e lavoratori, dall'essere la loro associazione. ll partito funzionariale e di apparato, come organismo e meccanismo al di sopra dell'associazione non è più in realtà ``partito di massa''. ll finanziamento non militante è la negazione del partito di massa; ciò che viene finanziato attraverso canali esterni (siano elargizioni di forze economiche o l'intervento statale o i proventi di attività economiche del partito o vicine al partito) è

sempre e soltanto l'apparato. Solo l'autofinanziamento militante corrisponde al partito di massa, la cui caratteristica è che in fondo gli iscritti non aderiscono al partito, ma "sono" il partito, che non esiste al di fuori di essi.

Per questo lo statuto radicale dà particolare spicco alla figura del tesoriere, che è il garante del finanziamento democratico delle attività del partito, nella distinzione di due ordini di spese e di due sistemi di entrata: spese per la struttura del partito, che possono essere coperte dai soli contributi dei militanti, e spese per le iniziative politiche, che si avvalgono del contributo di tutti coloro che le condividono; il Partito Radicale ha rifiutato il finanziamento pubblico, si batte per l'abolizione dell'art. 156 del T.U. delle leggi di Pubblica sicurezza, che vieta le raccolte di fondi in pubblico senza autorizzazione, sostiene la necessità che Stato, comuni, regioni favoriscano e mettano a disposizione delle forze politiche, sotto forma di servizi, quanto necessario allo svolgimento dell'attività politica. ll patito, infine, non ammette cariche retribuite, e questa è una delle più importanti disposizioni antiburocratiche presenti nello statuto.

Fondamentale è ora illustrare l'articolazione del partito, il meccanismo di convergenza verso le istanze centrali, le modalità attraverso le quali esso si dà obiettivi comuni. Perché chiara è sempre stata la necessità che i momenti operativi unitari dovessero essere forti, anche se forti democraticamente e non burocraticamente. Questo aspetto deve essere ampiamente illustrato.

I partiti della sinistra storica hanno strutture piramidali. In particolare i partiti comunisti contrastano l'aggregazione in senso orizzontale, la coordinazione; le unità di base si ritrovano solo in sede di istanza superiore (le cellule nella sezione, le sezioni nella federazione, le federazioni al centro).

Quando si parla dell'articolazione nei partiti politici occorre fare distinzioni: l'articolazione può essere delle o forte; nel primo caso, che è quello dei partiti di comitati, le unità di base sono indipendenti e slegate; nel secondo esiste invece un legame più o meno stretto; in senso orizzontale (coordinazione) o verticale (subordinazione); con caratteri accentrati o decentrati (questa seconda distinzione non si confonde con la prima). ll vincolo orizzontale o verticale esprime il modo nel quale le unità di base si legano tra loro; il decentramento o accentramento esprime invece la ripartizione dei poteri fra istanze centrali e istanze non centrali (queste ultime non debbono essere necessariamente locali, possono essere anche di altra natura: ideologica ad esempio, come nei partiti socialisti, dove il potere è ripartito tra correnti ideologicamente caratterizzate e con organizzazione propria e nei quali quindi c'è decentramento sì, ma i vincoli sono verticali, perché all'interno di ogni corrente l'ordina

mento è piramidale e burocratico, gerarchico oppure ci può essere un decentramento di tipo corporativo, cioè per gruppi di interessi, categorie professionali, ecc... come nelle formazioni partitiche cattoliche).

I partiti comunisti hanno un ordinamento centralizzato e verticale, ma con un correttivo: il loro centralismo non è autocratico, in cui le decisioni sono prese dall'alto, senza discussioni e la loro esecuzione è commessa a fedelissimi di partito, meri rappresentanti (fiduciari) del vertice; il loro centralismo è democratico, si caratterizza cioè attraverso un complesso di istituzioni e meccanismi per portare al vertice la conoscenza esatta del punto di vista della base per pote prendere decisioni e per assicurare l'applicazione rigorosa delle decisioni del vertice, con la comprensione e l'adesione della base. l dirigenti locali sono i gangli essenziali di questo sistema: loro compito è di tradurre con fedeltà le aspirazioni della base e di spiegare a questa con pazienza le decisioni di vertice per ottenerne l'adesione. Il meccanismo di partito consente di mediare le decisioni del vertice con l'opinione del la base.

ll Partito Radicale, partito di militanti, ha voluto una articolazione opposta; proprio per questo ha voluto portare direttamente i militanti in congresso. Ma è chiaro che essi ci debbono arrivare non quali portatori delle loro peculiarità individuali, come tanti momenti slegati, ma attraverso un processo di maturazione politica sviluppatasi nelle associazioni e nei partiti regionali. Il congresso è un congresso di iscritti, in modo da assicurare alle decisioni la volontà e la partecipazione degli iscritti, ma è però aperto a chiunque voglia parteciparvi, con diritto di parola e di mozione e anche di voto sulle questioni procedurali; solo il voto sulle mozioni politiche e sull'elezione delle cariche è riservato agli iscritti, in modo che le decisioni non siano astratte e fittizie, ma frutto di processi reali di convergenza e venga assicurato il potenziale militante per la loro realizzazione. Questa necessità viene anche tenuta pronte nella disposizione per la quale le mozioni sono vincolanti per tutto il par

tito nelle sue varie articolazioni solo se approvate dal congresso con la maggioranza dei tre quarti.

ll problema del numero degli iscritti sinora non si è mai posto; i congressi sono stati sinora governabili e produttivi; quando dovesse porsi, occorrerà risolverlo evitando il pericolo di dare rappresentanza a dati fittizi, incontrollabili, settoriali: se delega ci dovrà essere, sarà delega di iscritti, fisicamente presenti in assemblee locali. ln questo senso occorrerà correggere lo statuto, che parla invece di rappresentanze delle associazioni (ed è un residuo dei vecchi delegati delle sezioni e federazioni).

Il congresso delibera l'ambito di azione degli organi esecutivi, della segreteria nazionale, che non è più vertice onnipotente di una piramide funzionariale, in concreto. Il congresso è infatti annuale, momento fisiologico normale della vita del partito (certi anni se ne sono tenuti anche due), collettivo di tutto il partito e non fatto straordinario, grande parata.

Il coordinamento attuativo e la responsabilità dell'esecuzione sono affidate a un segretario eletto dal congresso (si avvale di una giunta, da lui proposta e ratificata dal congresso, come organo con rilevanza interna soltanto). Questo segretario unico, che risponde al congresso e non a una direzione, è stato oggetto di continue critiche e di polemiche nel partito. Ma è nella logica stessa che il partito si è data; i momenti di mediazione precedono la deliberazione; occorre poi un responsabile che faccia le cose che si è stabilito di fare. ll fondamento delle polemiche va cercato piuttosto nel fatto che il partito è nato centralizzato e la vita locale associativa e i partiti regionali hanno avuto sinora scarso sviluppo, con la conseguenza che la segreteria è divenuta di fatto anche l'organo propulsore del partito, il luogo di elaborazione delle iniziative che poi sono passate in congresso, al quale tutti i militanti arrivano per lo più alla spicciolata, ognuno con il suo problema, alimentando una pioggia di

mozioni che poi non riuscivano nemmeno a essere discusse e alla fine la presidenza respingeva o accettava come raccomandazioni. La questione non è statutaria; è di dare progressivamente corpo ai partiti regionali e nel loro ambito alle associazioni come luoghi di elaborazione e di iniziativa politica.

Come si è detto, il partito è articolato in partiti regionali, con statuti autonomi. l partiti regionali convergono nel Consiglio federativo, cui inviano i propri segretari; nel Consiglio federativo confluiscono anche i delegati dei movimenti federati e - sinora almeno - anche membri eletti direttamente dal congresso (in quanto i partiti regionali sono scarsamente organizzati, e in molti luoghi non esistono, pur in presenza di alcuni embrioni radicali, da collegare quindi al centro). ll Consiglio federativo è l'organo di ``permanenza'' politica tra due congressi; fornisce la necessaria mediazione nell'attuazione della deliberazione congressuale, affronta i problemi nuovi che si presentano nel corso dell'anno, presenta una propria relazione al congresso. Tutto questo va ben compreso nella sua portata caratterizzante.

I partiti regionali non sono i luoghi ove si elabora la politica ``regionale'' del partito (sia pure autonomamente) oppure organi di esecuzione locale delle deliberazioni del congresso del partito federale. I partiti regionali sono il partito in quanto fisicamente con i suoi problemi complessivi, vive nelle varie regioni.

Congressi regionali e forme periodiche di riunione degli iscritti sono comunque possibili con più facilità che al centro, ma appare anche del pari importante che le forme associative più stabili del partito vi abbiano una presenza, proprio perché esse esprimono le tendenze politiche e le aspirazioni di riforma, le esigenze e i problemi di libertà che provengono dagli iscritti. Sia la voce del partito nelle deliberazioni del Consiglio federativo nazionale, sia le elaborazioni rispetto ai problemi nuovi, perché non arrivino in congresso come dati sporadici, isolati gli uni dagli altri, irriflessi, spesso necessitano del filtro attraverso i partiti regionali. Non si tratta quindi di pensare a una congerie di elezioni di vario grado per nominare delegati locali ad organi federali di provincia o di regione, ma di individuare momenti e luoghi di confronto e di dibattito. I partiti regionali debbono pertanto definirsi funzionalmente in questo quadro se non vogliono restare permanentemente asfittici o con funzioni m

eramente esecutive delle deliberazioni del congresso nazionale.

Resta un ultimo punto. l rapporti del partito con i propri eletti. Tali rapporti sono caratterizzati dall'indipendenza dei gruppi degli eletti dal partito e dei singoli eletti nell'ambito del gruppo. Non c'è mandato, né disciplina di partito, né disciplina di gruppo. Gli eletti rappresentano, come dice la Costituzione, il paese (o il comune o la regione) cioè tutti i cittadini, a qualunque partito appartengano, abbiano o non abbiano votato. E si regolano in conseguenza. Essi sono investiti di funzioni pubbliche e sono pagati con pubblico denaro: la loro indipendenza dal partito che li ha messi in lista deve essere totale. Nessuna disciplina di partito o di gruppo può pesare sulle loro decisioni.

C'è quindi un regime di separazione e un problema di coordinamento, nella previsione - probabilmente - di luoghi e di occasioni di confronto e di dibattito, di maturazione e di riesame. Resta la designazione dei candidati e la formazione delle liste elettorali a cura del partito, ma non è detto che in prosieguo di tempo non si possano individuare altri meccanismi di presentazione. D'altro canto l'intervento del partito assicura oltre a dati di collegamento anche la provenienza e il legame con la base militante più attiva.

Un giudizio politico complessivo sulla validità di tutto il modo di concepire e fare la politica che è sottinteso al Partito Radicale nella sua struttura non può essere dato in astratto, non avrebbe senso. Quello che si può dire è che si tratta di un meccanismo che funziona se c'è una spinta dal basso che lo alimenta e se ci sono le premesse per coagulare e incanalare questa spinta; contrastando e disperdendo la spinta dal basso, troncando i canali di informazione, sottraendo i mezzi di azione politica diretta, come il referendum, il regime ha inferto un grosso colpo al Partito Radicale. I prossimi mesi diranno se esiste ancora lo spazio per una strategia politica, se il partito saprà individuarla e tradurla in azione politica, oppure se una pagina della storia del movimento libertario nel nostro paese deve essere definitivamente voltata.

 
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