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Archivio Partito radicale
Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (5) Il Pr come partito bifronte
di F. Corleone, A. Panebianco, L. Strik Lievers, M. Teodori

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

"La rabbia radicale"

Da qualche tempo si chiamano frequentemente in causa i bestiari per definire, con animali mostruosi, i partiti e le loro pretese anormalità. Sono stati invocati la giraffa, l'icocervo, il minotauro. Forse con un po' di fantasia si potrebbe trovare anche qualche figurazione animalesca in grado di raffigurare il Partito radicale, il più mostruoso di tutti. La domanda che di fronte a questo »mostro molti si pongono è: da che cosa i radicali traggono la spinta fondamentale del loro agire?

Si può ipotizzare che una delle interpretazioni possibili per comprendere la radice ultima di ogni stare a sinistra sia una sorta di rivolta contro le cose come stanno. Se si accetta, tra le tante, tale chiave di interpretazione, occorre anche riconoscere che ciò che può distinguere una certa sinistra da un'altra sinistra è proprio il fatto di indirizzare verso oggetti diversi questa rivolta primordiale. Così, nel particolare caso dei radicali, questa spinta primitiva che sta all'origine di ciò che dicono e che fanno, che li fa muovere e militare, sdegnarsi e sperare, è proprio un moto di indignazione di fronte all'ingiustizia, una sorta di "spinta rivoluzionaria" di fronte al modo di vivere di oggi e al modo in cui è concretamente organizzata la società. Pertanto, prima ancora degli istituti, i radicali vogliono rivoluzionare le cose stesse nel modo in cui si presentano nella vita d'ogni giorno; tanto che, per fare solo qualche esempio, cause come l'antimilitarismo, il sesso o l'ecologia, sono abbracciate i

nnanzitutto sull'onda del rifiuto degli insoddisfacenti rapporti umani nella società d'oggi.

Se per tanta parte della sinistra, in questa chiave, sono soprattutto i motivi economici gli oggetti sui quali è indirizzata la rivolta, per i radicali i motivi di indignazione possono essere individuati idealmente in tutto quello che calpesta la libertà e la dignità individuale: l'oppressione sociale, il clericalismo, la guerra, l'illegalità, la sopraffazione, l'autoritarismo, la corruzione, il non rispetto delle regole democratiche.

E questa carica »eversiva che è alla radice del farsi radicale si incontra, nella particolare storia e cultura del radicalismo, con alcuni nodi da affrontare e su cui battersi: il rapporto tra uomo e uomo e quello tra uomo e natura. Di qui l'individuazione di bersagli dell'azione politica che si intravedono sia nei "costumi" che nelle "istituzioni": cioè, da una parte, le incrostazioni che l'espansione delle libertà trova nei rapporti tra uomo e uomo e, dall'altra, le norme che regolano tali rapporti.

Trasformare i rapporti sociali e umani, incidere sui costumi è, per i radicali, l'imperativo che discende direttamente dalla loro rabbia, dal loro sistema di valori. Ma trasformare le istituzioni è altrettanto importante perché la mancata coerenza tra leggi scritte (Costituzione) e il loro funzionamento è un impedimento alla trasformazione proprio di quei rapporti sociali e umani nel quadro di una civile convivenza. Per questa via si scopre così che il rispetto dei principi liberali è l'unico che possa garantire spazi di libertà e di dignità. V'è per questo, nel Pr, un legame stretto tra due elementi apparentemente contraddittori che divengono però, nel concreto operare politico, tra loro omogenei e conseguenti: l'ansia che presiede l'»estremismo del diritto , da cui il "garantismo" come fine, e l'ansia di affermare nei costumi valori nuovi con strumenti di rottura rispetto allo status quo.

Dall'importanza cruciale che, in base a queste premesse, assume per i radicali il diritto a non essere violentati, a non subire sopraffazioni come il dovere di non esercitarle, nasce anche la riflessione e la pratica della "nonviolenza" come valore n sé, e quindi il possibile suo uso per affrontare i conflitti con uno strumento non passivo che consente una stretta coerenza tra fini e mezzi.

Pertanto disobbedienza civile e obiezione di coscienza coesistono nel Pr in una tensione creativa con l'affermazione dello Stato di diritto e la richiesta del rispetto delle regole del gioco. Con l'uso delle armi pacifiche della rivolta individuale e collettiva i radicali esprimono la loro carica rivoluzionaria contestando le norme in vigore in nome del proprio sistema di valori che non rinunziano a realizzare. Con l'impegno continuo per il rispetto delle istituzioni affermano il valore non strumentale ma finale delle libertà, definite dalle culture dominanti come »formali , creando così momento di conflitto irriducibile con coloro che usano le istituzioni a fini di potere.

E' per ciò che il radicalismo del Pr si distingue e si separa come altra cosa dai partiti di tipo liberale. Se il liberalismo, storicamente, non ammette che le forme liberal-democratiche si modellino su nuovi valori e, quindi, finisce per essere un recipiente del movimento conservatore, il radicalismo ne supera i limiti con la gestazione e l'impostazione di lotte basate su valori antagonisti senza rinnegare il significato positivo permanente del quadro istituzionale garantista.

Il partito che prende forma da queste istanze è un partito che si può chiamare "bifronte", in cui la coesistenza dei due volti è strettamente funzionale l'uno all'altro, pena la perdita del suo stesso tratto caratterizzante. Infatti il "partito radicale delle riforme" traduce in progetti specifici inseriti nelle istituzioni liberaldemocratiche quei valori del "partito radicale altro" che di per sé sono eversivi e antagonisti rispetto all'ordine esistente.

"Il partito delle riforme"

Travisando le ragioni della complessità radicale, ricorrentemente viene sottolineato in negativo il fatto che nel nuovo radicalismo coesisterebbero tendenze contraddittorie da cui deriverebbe una sostanziale »ambiguità . La ragione di tale ambiguità e contraddittorietà risiederebbe nel fatto che, da una parte, esiste una faccia radicale che individua i bisogni e le spinte democratiche popolari e dà loro voce con un'azione per i diritti civili che passa attraverso le istituzioni ed è profondamente rispettosa dei valori della Costituzione e delle forme proprie della tradizione liberaldemocratica e, dall'altra, invece affiora un'altra faccia che, nelle forme, si manifesta in una scomposta azione extraistituzionale e, nei contenuti, fa eco al ribellismo dell'ultrasinistra antisistema.

Alcuni da un polo della contraddizione, altri da quello opposto, chi mettendo in risalto un passato mitizzato e chi il presente: un po' tutti credono di individuare la fragilità della cultura politica radicale in questa presunta mancanza di coerenza interna. Ci siamo già riferiti a Giuliano Amato che efficacemente ha schematizzato i due aspetti del radicalismo odierno. Giulio Savelli, che ha percorso un audace itinerario politico che da trotskismo lo ha portato sulle sponde della difesa ad oltranza dei valori del sistema occidentale, ha così polemizzato dalla sua »Agenzia democratica : »Il Partito radicale che era apparso sulla scena politica italiana quasi come il più fermo sostenitore delle liberaldemocrazie di tipo anglosassone e l'oppositore delle distorsioni nostrane nel corretto funzionamento istituzionale, si è improvvisamente convertito a una linea politica estremistica, per non dire eversiva (Savelli, vedi seconda parte). E Silverio Corvisieri, che ha anche'egli navigato in molte acque della sinist

ra marxista, vecchia e nuova, scrive: »La concezione pannelliana della democrazia si riallaccia, con una riverniciatura di americanismo e di sessantottismo da rotocalco, ai pilastri della tradizione borghese: al centro non stanno né le classi né le masse organizzate, ma l'individuo (...) Alla originale concezione del Partito liberale della sua gioventù, Pannella ha soltanto aggiunto una pratica politica che definirei "iperistituzionale": egli infatti usa quasi tutte le forme extraparlamentari di lotta, con preferenza per quelle sperimentate negli anni sessanta dai movimenti non-violenti americani, ma sempre puntando a un risultato concreto all'interno delle istituzioni e, paradossalmente, mostrando una fiducia nelle istituzioni che non hanno neanche coloro i quali ne sono i veri gestori (Corvisieri, vedi seconda parte).

E' vero che il Partito radicale è connotato nel sistema politico e nelle istituzioni da una doppia serie di elementi, tali da farne un "partito bifronte": ma questi sono generalmente di tipo ben diverso da quelli che gli vengono polemicamente attribuiti, e la loro consistenza rappresenta la forza e l'originalità del nuo

vo radicalismo piuttosto che la sua contraddittorietà. Impostare in modo adeguato il discorso su questo tema è in realtà essenziale se si vogliono comprendere in modo non distorto le intenzioni e le impostazioni politico-culturali effettive che ispirano le azioni dei radicali. E' quel che qui di seguito si cercherà di fare, discorrendo partitamente delle supposte »due anime del radicalismo, per cogliere così il senso del loro convivere, o meglio del vivere l'una nell'altra.

Il primo voto del Pr, quello generalmente indicato come l'aspetto positivo di una politica che si presume seguita solo fino a ieri, è il "partito delle riforme" che si muove sempre sulla base della concretezza e limitatezza di proposte che tuttavia appaiono come dirompenti in quanto non soggette a mediazione. Lo abbiamo già notato in altra sede: »alla `ragione politica' intesa come un feticcio sul cui altare sacrificare l'urgenza di specifiche riforme, viene contrapposto il valore, l'urgenza e la necessità delle riforme in se stesse. In un paese che è abituato a vivere nell'immobilismo, l'azione spinta all'estremo per una riforma è potuta apparire addirittura paranoica mentre si configura come una pura realizzazione di un'azione riformatrice secondo le regole della democrazia politica. Solo che queste regole sono assunte nel loro valore e meccanismo originario e non già secondo l'uso che ne hanno fatto i maggiori partiti italiani. I radicali, sotto questo aspetto, assolvono il ruolo di ``partito'' che dà sbo

cco politico a quelle istanze che sorgono o che sono attivate, per ragioni ideali e politiche, nella società civile traducendo in norme, leggi e mutamenti istituzionali ciò che si manifesta sotto forme di domanda e di bisogni alla base del paese. Una tale capacità di interpretazione e traduzione avviene senza la pretesa di inquadrare tutto ciò in più complessi equilibri di alleanze e di occupare sezioni della società. Ha preso corpo, perciò un partito che opera in pieno nella società politica ma al tempo stesso non si fa portatore dall'altro verso il basso degli interessi del sistema politico. Da questo punto di vista la differenza sostanziale con le forze di nuova sinistra marxista è la fiducia nella trasformazione dello Stato attraverso le procedure classiche della democrazia. E' l'adesione piena e non strumentale allo Stato di diritto come valore permanente. Mentre la lontananza dalla sinistra storica, oltre che da profonde ragioni di contenuto che riguardano il Pci, deriva dalla non mediazione delle spin

te riformatrici con la loro subordinazione alla logica della conquista del potere, intendendo con questo anche la lotta per maggiori spazi all'interno del sistema politico (Massimo Teodori, relazione al convegno »La teoria e la pratica del partito nuovo, socialista e libertario, e lo statuto e l'esperienza del Pr nella società e nelle istituzioni , Roma, 5-6-7 maggio 1978).

La più compiuta esplicazione di questo carattere dell'agire dei radicali la si è avuta con l'iniziativa per la promozione dei referendum; e non per nulla l'ampio dibattito che ha finito per sorgere intorno all'uso che essi hanno fatto di quell'istituto serve esemplarmente a illuminare il valore dell'opera del Pr come »partito delle riforme . Infatti, i referendum, che hanno rappresentato il cardine politico-operativo della strategia radicale nell'ultimo quinquennio, rispondono appieno all'esigenza di dare sbocco politico concreto a specifiche iniziative riformatrici. Il loro carattere abrogativo, così come è previsto dalla Costituzione, è un limite relativo in quanto, attraverso il processo referendario, e quello che esso comporta, non solo è possibile annullare leggi dal contenuto antidemocratico (o si possono confermare quelle dal contenuto democratico) - ciò che nel contesto italiano rappresenta già una riforma in sé -, ma si esercita anche una funzione di stimolo e di pressione di cui tutte le forze poli

tiche devono tener conto.

Non è un effetto casuale il fatto che nel corso della lunga procedura che ha portato alla caduta di sette dei nove referendum richiesti nel 1977-78, tre nuove leggi (manicomi, aborto e inquirente) sono state varate (poco importa qui se con contenuti positivi o negativi) da un Parlamento per lungo tempo inerte.

Amato ha più volte osservato che i referendum sono uno strumento il cui uso ha un valore democratico positivo e appropriato nella misura in cui serve a risolvere singole questioni e non si carica di un significato politico generale di approvazione o di riprovazione di un determinato equilibrio politico. Dello stesso tono è la assai ampia pubblicistica di coloro che sommariamente hanno ripetuto, quasi come un ritornello, che ci sono i referendum »giusti e quelli »sbagliati , che alcuni momenti sarebbero »opportuni e altri »inopportuni (»l'uso strumentale, esasperato e distorto del referendum, per l'esorbitanza del numero, l'eterogeneità dei temi, la complessità delle proposte abrogative , Natta, in »Rinascita , 13 gennaio 1978); e che una cosa è il singolo referendum e un'altra, ben diversa, sono molti referendum proposti tutti insieme. Di quest'ultimo parere è anche Federico Stame che pure concorda, per lo più, con l'impostazione dell'azione radicale: »La indeterminata astrattezza delle iniziative referen

darie, la molteplicità delle norme che, confusamente, si è posta all'attenzione del popolo, evidenziano, secondo me, una sostanziale disattenzione alle condizioni politiche in cui la cosa si è sviluppata, una insufficiente considerazione del rapporto tra i vertici del Pci (...) e la sua stessa base, largamente favorevole all'abrogazione delle materie in cui si proponeva la prova referendaria . (Stame, vedi parte seconda).

Tutte queste critiche che si fondano su due ordini di

argomentazioni - l'opportunità politica e l'unicità/molteplicità del norme abrogande - sono in realtà cariche, quando non partono da motivi pretestuosi, di una notevole dose di astrattezza. Infatti il mutamento di significato del referendum (inteso in senso generale e in particolare di quelli del '78), da prova laica e puntuale su una specifica norma a giudizio generale su un determinato assetto politico, non dipende in prima istanza dai promotori ma proprio da quel quadro politico che sovente si invoca. Anche nel 1974 una buona dose di voti che confluirono sul mantenimento della legge del divorzio significò - come poi si è visto - non solo l'approvazione di quella riforma ma anche un modo per condannare il predominio politico e culturale democristiano e cattolico-clericale ben al di là delle specifiche norme. E nel 1978 non è stata forse la »nuova maggioranza a insistere preventivamente sul carattere »destabilizzante dei referendum, solo perché si è temuto che si aprisse un canale costituzionale di espres

sione delle tensioni del paese fuori dalle consuete prove elettorali?

E' il blocco della grande intesa tra il 94% dei partiti a trasformare inevitabilmente i referendum in strumenti di dialettica politica quando questa viene a mancare negli istituti che le sono propri. I comunisti sono andati sostenendo che il referendum sul finanziamento ai partiti significa un giudizio su tutto il sistema politico - salvo poi a rettificare il giudizio "dopo" i risultati - e che quella sulla legge Reale rappresentava la prova suprema dell'ordine pubblico nel nostro paese.

La distinzione tra referendum in cui si decide con cognizione di causa "solo" su una questione (l'uso americano e svizzero dell'istituto) e quello che si carica di "giudizi generali", non è un problema di regolamentazione istituzionale. Discende direttamente dal contesto politico specifico in cui la prova si inserisce e da come le forze maggioritarie consentono che venga impostata: cioè da quel clima politico che è il risultato, tra l'altro, dell'uso dei mezzi di comunicazione di massa, e dell'impostazione della campagna elettorale in modo drammatizzato oppure, al contrario, di carattere informativo-esplicativo.

Quanto più i normali canali di dialettica politica risultano

mortificati, tanto più il referendum acquista il significato di istituto di verifica alternativa degli equilibri esistenti.

Quanto poi alla questione della molteplicità e disomogeneità delle norme - come secondo alcuni sarebbe stato il caso dei nove referendum del 1977-78 - la discussione è aperta. In una situazione di sostanziale complessiva inosservanza costituzionale, l'abrogazione di leggi che, pur in settori diversi, si contrappongono tutte allo spirito della legge suprema, trae l'ispirazione e consegue un risultato politicamente unitario: quello della restaurazione o instaurazione di una repubblica costituzionale emendata da escrescenze troppo a lungo tenute in vita.

Nella concreta situazione di questi ultimi anni i referendum sono stati costantemente ostacolati non già per il loro numero e le loro presunte »disomogeneità ma "solo" per il loro significato di strumenti di mediazione politica esterni ai partiti. Anche se nel 1977 il referendum richiesto fosse stato unico, l'opposizione al suo svolgimento sarebbe stata dello stesso tipo, come del resto è avvenuto nel 1976 con il referendum pendente sull'aborto, che non è stata certo l'ultima delle ragioni per sciogliere anticipatamente le Camere.

Non c'è dubbio che una minoranza che vuole svolgere costituzionalmente la funzione di opposizione e di critica ad un assetto che vuole sconfiggere e di cui si intravedono i tratti autoritari derivanti proprio dalla mancanza di effettivi pluralismo e alternanze, tenda ad usare, come fanno i radicali, i referendum sia come "battaglia specifica" che come "battaglia democratica" generale. Ma - lo ripetiamo - a quale dei due aspetti la prova referendaria finisce maggiormente per rispondere dipende non dalla volontà dei promotori ma dalle obiettive condizioni politiche generali e dalle soggettive intenzioni della maggioranza parlamentare. Dilatare o restringere il significato referendario, fare opera di informazione e quindi opera di maturazione oppure drammatizzare, consentire degli svolgimenti regolari oppure sconvolgere tutta l'agenda politica e costituzionale: la scelta del secondo corno del dilemma (l'eccezionalità in luogo della normalità democratica) è dipesa dal 1972 in poi (due elezioni anticipate...) da

tutti quei partiti che, mentre si proclamavano appartenenti all'»area democratica , sconvolgevano tempi, modi e procedure del gioco democratico al fine principale di salvaguardare le proprie posizioni e i propri disegni sempre più interni al sistema partitico "contro" il dispiegarsi delle forme di una democrazia aperta.

"Il partito »altro "

Oltre che per i referendum e per la sua presenza nelle istituzioni, il Partito radicale è conosciuto e riconosciuto anche - e da alcuni soprattutto - come un qualcosa di diverso nella politica e dalla politica delle consuete organizzazioni partitiche. E' il partito - come si suole dire - che raccoglie in sé i diversi, gli emarginati, le minoranze d'ogni tipo, e il cui impegno si esplica anche su argomenti di rottura come il sesso, la droga e i problemi esistenziali. Coltivate a lungo in solitudine, come eccentricità, queste tematiche »rivoluzionarie si sono incontrate negli anni Settanta con i grandi fenomeni sociali, facendo sì che i radicali potessero divenire in alcuni casi portavoce, in altri organizzatori, in altri ancora, cassa di risonanza di queste realtà nel loro incontro con la politica.

Molti sono stati i fattori che hanno contribuito a determinare un'immagine e una realtà del Pr appunto come "partito altro", il partito alternativo, che esprime delle valenze pre-politiche e post-politiche e prefigura in sé i caratteri di una società diversa: un certo tipo di cultura non-violenta; un'attitudine di lontananza dalla politica dei politici; una diffidenza istintiva verso i valori di quello sviluppo che è portatore di degradazione e di crisi; la tematica propria di chi sente la necessità di stabilire un rapporto diverso tra individuo e natura e tra individuo e storia che non passi attraverso i grandi aggregati burocratici; la rivendicazione della libertà sessuale; la diffidenza verso i grandi sistemi ideologici totalizzanti; la contestazione in blocco dei carattere della tecno-democrazia insita nello Stato e nei partiti; un'aspirazione libertaria alla vita che viene assai prima delle questioni relative all'organizzazione politica libertaria.

Su tali tematiche si sono raccolte nel Pr e intorno al Pr persone che le avvertivano come esigenze profonde, o le percepivano come parte della propria sensibilità o partecipavano in qualche modo a esperienze a esse riferite. Ciò che ha favorito che questi ambienti controculturali o »eversivi ruotassero intorno al Partito radicale è stato forse la sua naturale adozione di un modo di essere, di un linguaggio o magari di una gestualità che hanno facilitato il legame tra forme di azione politica e spinte e bisogni avvertiti come non politici.

Ma sarebbe errato ritenere che quella dei radicali è stata una sorta di colonizzazione sui movimenti. Il rapporto tra la politica è stabilito proprio grazie a una profonda omogeneità che trova nelle radici eversive e libertarie del radicalismo il vero terreno di incontro. E anche quando si sono stabiliti dei rapporti organizzativi, come nel caso dei movimenti federati, alcuni riusciti altri no, alcuni in via di sviluppo altri in esaurimento, essi si sono fondati sulla chiara distinzione fra i momenti autonomi del movimento e la porzione delle loro istanze che poteva essere tradotta in battaglia politica da tutto il partito. Così è avvenuto che, in generale, il rapporto dei radicali con il femminismo e il movimento delle donne, con l'ecologismo e i movimenti ecologici e antinucleari, con la questione omosessuale e il relativo movimento, con gli obiettori di coscienza e il movimento pacifista ha avuto un senso perché stabilitosi a livello dei valori e non per ragioni strumentali.

Il vero e per tanti versi irriproducibile legame tra Pr e tutto quello che di cultura e di modo di vita alternativi è cresciuto in questi anni in Italia si fonda su questa consonanza che ha fatto in modo che i radicali assegnassero a questi elementi un posto preminente nella immagine e nella realtà del loro partito caricandolo di quella spinta di rottura di cui si sostanziano comportamenti e modi di vita altrove ritenuti marginali o irrilevanti.

Non è stato sempre facile il raggiungimento di un equilibrio tra politico e non politico, tra necessità dell'azione efficace e modo di vivere consonante alle qualità controculturale della vita, tra ricerca di coerenza, integralità e rifiuto del totalismo.

E' stato nel modo in cui si è stabilito il rapporto tra i due poli della questione che un equilibrio si è via via stabilito: da un lato i movimenti non stati racchiusi necessariamente in strette formule organizzative che in qualche modo configurassero una posizione egemonica e imperialista del momento partitico su quello del movimento; e dall'altro non si è condannato nel Pr il movimento a rimanere puto fenomeno sociale e culturale senza la possibilità di sbocco a singole sue istanze.

Così il Pr è sempre vissuto tra squilibri più che in un equilibrio raggiunto una volta per tutte, come ne è prova il modo in cui tuttora vi è affrontato il rapporto tra personale e politico.

Intorno a questo nodo sorge uno dei grandi problemi che travagliano i radicali, come in modo diverso travaglia tutta la sinistra nel suo rapporto con le nuove generazioni e con il movimento. Nello stesso Pr si manifestano due tendenze diverse.

Da una parte, c'è la richiesta »movimentista di molti militanti di fare dell'azione politica e quindi del partito il momento collettivo in cui si esplica e si risolve pienamente e completamente anche la vita personale (in opposto a quanto è nella tradizione marx-leninista di dissoluzione e soppressione del privato nel politico, ma pur sempre con una riduzione a unità dei due termini).

Dall'altra, emerge la rivendicazione di una piena libertà del personale di trovarsi le proprie sedi di esplicazione garantite proprio dagli spazi di libertà conquistati dall'azione partitica: dove il rapporto tra personale e politico esiste sì in pieno, ma in quanto non si ignora la dimensione del personale e si fa carico al politico di salvaguardare la sua autonomia.

Ancora oggi nel partito queste due tendenze coesistono ma, mentre la prima porta a ripercorrere quei processi che hanno condotto tante esperienze »alternative al ripiegamento (autocoscienza nel femminismo, piccolo gruppo controculturale, comunità...) oppure all'illusoria risoluzione della contraddizione nel militantismo rivoluzionarista, la seconda sembra essere la sola che tutela le esigenze profonde espresse da quanti si arrovellano sul tema del personale e politico. E, anzi, più ampiamente raccoglie quella grande esigenza di liberazione che in tante e variegate forme si esprime nella »rivolta contro la politica , o insomma nel presunto »qualunquismo di cui si è parlato.

Certo, la questione del personale/politico non ha vie facili di soluzione, non solo tra i radicali ma in generale in tutti i movimenti che si sono posti tali problemi. Lo ha notato anche una militante femminista americana che lungamente si è interrogata su questo tema, con riferimento al rapporto tra movimento femminista e sinistra. Ha scritto Barbara Ehrenreich: »Una persona morale in senso politico non solo non sporca per terra ma opera anche per adeguare l'ordine sociale alla propria concezione morale (...) Qualche anno fa si poteva sperare che l'interazione tra femminismo e sinistra avrebbe portato a diffondere una simile moralità politica in tutto il movimento... Lo slogan ``il personale politico'' non aveva il significato riduttivo che ha oggi, per cui ogni cosa che si fa è una forma di azione politica. Esso significava che le scelte personali dovevano corrispondere ai nobili principi politici (... Ma) la politica radicale non offre vie facili. Non possiamo promettere che fare politica farà sentire ben

e

e neppure che ci aiuterà a capire cosa fare esattamente domani. Ma so che, se potessimo integrare la nostra politica con la nostra moralità, noi potremmo almeno offrire alla gente ciò che i movimenti politici hanno sempre offerto finché sono stati vitali: cioè il senso di appartenenza sociale e di importanza individuale che è alla base di una moralità politica . (Barbara Ehrenreich, "Politica della sinistra e moralità della politica", in »Argomenti Radicali , 3-4, agosto-novembre 1977).

"Il partito del progetto"

Una realtà così singolare, come quella che abbiamo descritto del Partito radicale, in cui coesistono elementi diversi e per tanti versi disomogenei, può essere ed essere considerata un partito? Oppure non si tratta forse solo di uno strumento temporaneo e accidentale attraverso cui sono passate e passano iniziative disparate che non si saldano tra loro in una visione generale? La »cosa radicale , dunque, è realmente partito oppure è solo facciata posticcia di un movimento?

Queste domande, i radicale se le sentono porre da quindici anni, e ancora oggi aleggiano tra politicizzati e non, come interrogativi che riguardano la stessa natura di quello che si ostina a chiamarsi un partito. Ancora altre obiezioni sono state sollevate nel momento in cui i radicali sono entrati in Parlamento, osservando molti che una funzione positiva il Pr l'ha avuta finché era rimasto uno stimolo e un pungolo nel paese, ma che ha poi snaturato la sua stessa forza mettendosi in competizione elettorale con il resto della sinistra... »A dieci anni dalla sua rifondazione, dopo aver guidato e unito - più come movimento che come partito - (...) alcune battaglie importanti (...) il Pr versa in una crisi (...) di identità. Quasi certamente sconta l'errore di essere entrato in (...) Parlamento , (Mino Monicelli, "L'ultrasinistra in Italia", 1968-1978, Bari, Laterza, 1978, p. 207).

In realtà, sia pure in modo singolare, il Pr è sempre stato partito, se di questa categoria non si dà un'interpretazione meccanicistica, organizzativistica e riduttiva. In altra sede, con il volume "I nuovi radicali", si sono analizzate le vicende e il particolare tipo di intreccio tra soggettività del gruppo che raccolse, rinnovandole, le bandiere del radicalismo all'inizio degli anni Sessanta, e la rispondenza che le analisi e le ipotesi già in quegli anni effettuate hanno trovato successivamente nella realtà italiana. Ma tra tutte le ragioni che depongono a favore della tesi del Partito radicale come partito a pieno titolo, la fondamentale è quella basata sull'esistenza di un "progetto politico generale" che fa da sfondo a singole battaglie e iniziative.

Quegli osservatori che hanno insistito sul carattere di movimento del Pr non si sono mai preoccupati di chiedersi se i vari spezzoni che di volta in volta sono apparsi non dovessero essere ricondotti a una visione generale del regime italiano che ha consentito ai radicali di individuare contraddizioni e di intervenire su di esse. Anche quando il Pr era costituito da un gruppo di non più di cinquanta persone, esso ha agito sentendosi forza politica complessiva sia pure in una accezione rifiutata da chi confonde il progetto politico con l'organizzazione e l'ideologia.

Il disegno politico portante in tutti questi anni è stato quello dell'"alternativa, unità e rinnovamento delle sinistre". Era un disegno che, certamente, all'inizio si fondava tutto su un'intuizione soggettiva e sulla pura enunciazione, in un momento in cui le altre forze della sinistra si muovevano - tutte, se pure da ottiche assai diverse - in altre direzioni non giudicando né positivo né possibile nessuno dei tre termini di quella strategia.

Dell'alternativa non si pronunciava neppure il termine, o al massimo lo si confondeva con il frontismo di buona memoria. E tanto meno si ponevano problemi di unità, in un momento in cui i socialisti perseguivano come mezzo e forse come fine la collaborazione con la Dc, e i comunisti non pensavano neppure che il grande compromesso storico che a loro si chiedeva dal movimento riformatore era quello con le forze partitiche e sindacali della tradizione socialista e socialdemocratica europea. Anche l'istanza del rinnovamento, prima del '68, pareva una pia astrazione rispetto alle abitudini consolidate e alle sicurezze burocratiche che avevano pervaso nel rapporto con la realtà sociale il Pci, il Psi e allora anche lo Psiup.

Certo, se preso alla lettera, quel progetto che ha sotteso l'azione radicale per quindici anni, poteva sembrare ridicolo. E non erano poche neppure le stesse contraddizioni interne e le difficoltà (rapporti con il Pci, tradizioni della sinistra, quadro internazionale) che si frapponevano nel passare dall'enunciazione alla politica. Quando si parlava, per esempio, di antimilitarismo non pochi erano i problemi concettuali, prima ancora di quelli politici, da risolvere.

Ma se si considera la politica come dialettica di forze e di posizioni, ci si accorge che quel disegno ha camminato, magari attraverso mille rivoli o per opera di mani che non sono state soltanto quelle radicali, e che comunque esso ha guadagnato un posto centrale nel concreto dibattito degli ultimi anni.

Per quanto riguarda più direttamente l'azione radicale del Pr quel disegno ha costituito la radice delle singole battaglie, considerate erroneamente dagli osservatori come opera di un gruppo di pressione, e non già, come erano, le incarnazioni parziali e realistiche di progetto di governo della società.

Se si enunciano uno dopo l'altro i bersagli delle lotte di quindici anni - corporativizzazione, funzione del clericalismo nelle strutture di potere, ruolo del settore pubblico nell'economia al di là dei miti, trasformazione autoritaria delle istituzioni, partiti e Stato, ruolo del complesso militare nella lotta politica - si scopre che esse nascevano tutte da una analisi della realtà italiana non tanto frammentaria e non tanto irrealistica, se puntualmente i temi sollevati sono divenuti dopo qualche tempo nodi di attualità e terreni di battaglia politica.

Il fatto che oggi si discuta di tutte queste cose, e su di esse si debbano misurare le altre forze politiche, è anche indice di un processo di laicizzazione - rendendo palesi temi in altri tempi ignorati o occulti - alla cui apertura e maturazione il Pr ha contribuito, talvolta in maniera determinante.

Dai primi anni '60 l'analisi radicale si è incentrata sul ruolo portante che, nella realtà italiana, era venuto ad assumere il regime democristiano come un sistema di potere a forti connotati corporativi omogenei alle attitudini clericali della sua classe dirigente insediata tra partito, Stato e capitalismo statale (fanfanismo e pratica dorotea).

Caratteristiche di quella situazione apparivano la traduzione dei contrasti politici in compromessi lottizzatori, la pratica delle inamovibilità nell'immobilità, e la totale mancanza di qualsiasi prospettiva di alternanza. Con la sua occupazione, la nuova classe democristiana aveva operato per l'espansione dell'intervento dello Stato e la riduzione di ogni aspetto della vita collettiva alla logica dell'accaparramento privato tramite l'uso della mano pubblica.

La non applicazione della Costituzione rappresentava il corollario di quella situazione in cui anche le »sovrastrutture istituzionali dovevano essere funzionali all'inquinamento dello Stato di diritto.

In quella realtà italiana così fatta, da una parte, i radicali individuavano gli elementi di un intreccio tra economia e politica come il portato di una grande candidatura autoritario-corporativa-populista di gestione, a suo modo moderno, che si era iniziata con il fascismo e perfezionata con la Dc; e dall'altra sottolineavano la permanente importanza di vecchi dati conservatori e autoritari (che l'ottimismo tecnocratico neopositivista della sinistra dava per superati), come il clericalismo e l'apparato di potere clericale, le abitudini parassitarie, la tradizione di corruzione della classe politica e burocratica e l'interferenza dell'apparato militare nelle istituzioni dello Stato.

All'intreccio, pertanto, di vecchi elementi del conservatorismo e di nuovi elementi dell'autoritarismo, i radicali contrapponevano non solo un disegno politico alternativo ma anche valori diversi e opposti che avevano il loro punto di forza proprio nella non adesione all'ottimismo razionalizzatore dell'intervento statale e nel rifiuto del mito di una apparente e fragile società del benessere e dei consumi che a molti sembrava poter debellare conflitti di fondo.

In questo senso si vedeva nel regime Dc la continuazione di molti dei tratti sostanziali del regime fascista: soprattutto la vera realizzazione della logica corporativa e la riduzione di un Parlamento, in cui languivano scontri e lotte per l'alternanza, a una camera corporativa di contrattazione delle reciproche concessioni. Analisi questa formulata già fin da 1963; anche se ormai alcuni di quegli elementi su cui essa si fondava si sono trasformati.

La risposta radicale ha poggiato su un progetto che aveva al suo centro quei contenuti, quei valori e quelle battaglie che erano i soli alternativi e irriducibili a tutti gli aspetti negativi e autoritari di quel regime - sia quelli vecchi che quelli neocorporativi - e cioè i "diritti civili".

I radicali individuavano fin dall'inizio nella politica dei diritti civili lo strumento idoneo a conseguire in Italia una serie di libertà vecchie e nuove, per il cittadino. Con essa veniva propugnata l'espansione dei diritti e delle libertà individuali contro tutti quei vincoli imposti alla società dalla iper-regolamentazione dei pubblici poteri e dalla corporativizzazione dei gruppi organizzati. Già prima delle grandi spinte sociali del '68, i radicali avevano intuito che uno dei tratti autoritari della società contemporanea risiedeva nel modo in cui i grandi corpi organizzati esercitano il loro potere limitando di fatto la sfera di azione individuale.

Pertanto, la promozione di battaglie per le libertà e per i diritti civili significava, secondo i radicali, mettere in moto un meccanismo in grado di liberare energie dalle antiche soggezioni clericali provocando, al tempo stesso, un tipo di scontro politico difficilmente riducibile alla logica della contrattazione corporativa. Garantendo i diritti dell'uomo e del cittadino, indipendentemente dalla loro collocazione in un determinato aggregato di interessi garantiti, l'azione radicale tendeva a creare un momento di antagonismo rispetto alle regole del gioco del regime, e ad accelerare il processo di laicizzazione della società.

Del resto con i diritti civili come proposta centrale, i radicali intendevano contribuire a dar corpo a una ipotesi di alternativa che veniva prospettata alla intera sinistra. E' proprio da questo operare nella sinistra e, contemporaneamente in autonomia dai suoi corsi politici prevalenti, che nasceva la necessità di una dura polemica nei suoi confronti. La sinistra, infatti, nel suo insieme, da una parte era considerata timida e subalterna, inserita nei loculi che il sistema politico le aveva riservato, e comunque riconoscente come legittimo il predominio della Dc; e, dall'altra, inadeguata culturalmente e teoricamente a comprendere appieno (con il suo leninismo e il suo giacobinismo) le necessità della società italiana e i pericoli su di essa incombenti. Tali le ragioni, in definitiva, per cui i radicali proponevano il rinnovamento delle sinistre e, per questa via, il ritrovamento di un'unità non frontista che potesse essere anche una candidatura all'alternativa alla direzione del paese.

"I fondamenti ideali del Pr"

Se l'esistenza di un consolidato progetto politico fa del Pr un partito nel senso più autentico del termine, c'è da chiedersi se esso si basa anche su dei fondamenti teorici primi che lo pongono in rapporto con una tradizione culturale. E, se vi sono, dove devono essere rintracciati?

In effetti i radicali hanno sviluppato e tenuto vivo, in una chiave originale, non riducibile se non in parte alla tradizione passata, il fiume carsico del grande pensiero del "liberalismo radicale". Per certi versi ha ragione Baget-Bozzo quando dice che i radicali sono attenti assai più al valore dell'individuo anziché ai valori del collettivo. E ciò in contrapposizione al collettivismo della tradizione cattolica (solidarismo) e di quella marxista (classe). Non che non sia essenziale per il pensiero e per i costumi dei nuovi radicali il valore dell'esperienza comunitaria (socializzazione del privato nel gruppo): ma ciò che è loro irriducibile caratteristica è il riconoscere come soggetti della vita e della storia gli individui e non delle entità astratte e collettive.

Dove invece Baget-Bozzo forse non coglie appieno i caratteri dei radicali del Pr, anche se per certi versi e per certe componenti le sue analisi trovano dei riscontri reali, è nel parlare di individuo ridotto integralmente e completamente alla sua corporeità (»(...) bisogna dare atto ai radicali di aver scoperto ``quello che rimane'': l'individuo. Un individuo che non ha per sé nessuna prospettiva di soluzione universale, ma che vuole la sicurezza di possedere la sua peculiare irriducibile realtà: la realtà del suo corpo Baget-Bozzo, vedi parte seconda); mentre quasi istintivamente i radicali fondano la loro riflessione e la loro azione su un'idea di individuo quale titolare di diritto.

(Si tratta di un rinnovato giusnaturalismo? C'è un'ignoranza dei tanti superamenti che in sede filosofica queste posizioni negli ultimi due secoli hanno subìto? Può darsi; ma si tratta di cogliere il fatto che il Pr non nasce da una scuola filosofica e non pretende a se stesso coerenze ideologiche e filosofiche, ma, semmai, trova i propri motivi ispiratori nelle rivendicazioni di una moralità così fondata).

Questi atteggiamenti e sensibilità si collocano, in realtà, nel grande filone della tradizione e della civiltà liberale. E, in questo steso senso, si possono intendere aspetti fondanti della »cultura dei radicali. "Il valore positivo del conflitto" come dato permanente della storia e della vita e del mutamento contro le concezioni che vedono nel conflitto lacerazioni da superare e peccati da lavare (cattolici); il riconoscimento, la comprensione e anzi la valorizzazione della molteplicità (e complessità) della

realtà sociale e storica.

In altre parole, si ha un rifiuto radicale di quel valore che - ideale mediatore Franco Rodano - accomuna le culture comunista e cattolica che hanno saputo imporlo culturalmente e politicamente a pressoché tutte le espressioni politiche-culturali italiane: e cioè il considerare positiva in sé la riduzione a unità, la composizione in tutto organico e coerente di ogni realtà sociale. Politicamente una tale concezione porta, per esempio, a quella visione che, dal compromesso storico alle grandi intese, dalle ricomposizioni unitarie alle convergenze, domina la scena politica, e che è anche l'ideologia fondante del partito, della chiesa e della grande organizzazione entro cui accorpare egemonizzandole le molteplici spinte.

Insomma contro le tante culture politiche che, attraverso la mediazione, vogliono arrivare alla piena affermazione di un unico dio, i radicali riconoscendo e esaltando le diversità, si professano »politeisti , con l'affermare la legittimità e positività dell'esistenza di tanti dei.

Ecco così venir fuori lo »scandalo del modo di porsi in politica dei radicali, così alieno da quelli universalmente diffusi nella sinistra: il disinteresse per la sistematicità dottrinale, per il dibattito ideologico come prioritario e fondante dell'azione, la mancanza delle aspirazioni a risistemare l'intero assetto sociale secondo un unico principio ispiratore.

Il che spiega il fatto che fra i radicali si sono avuti dibattiti, convergenze e scontri solo su temi politici e mai su temi ideologici e dottrinari; e chiarisce come i radicali abbiano spesso saputo realizzare un'"unità laica" tra uomini e forze di estrazione e orientamenti ideologici diversi e abbiano potuto affermare come elemento cardinale del proprio operare la conquista di una convivenza laica in cui esistono »diversi , avversari, ma mai nemici perversi demonizzati da esorcizzare.

In questa chiave il grande valore della "laicità", centrale per due secoli di lotte rivoluzionarie democratiche e liberali, ha potuto rivivere in un'accezione nuova nella cultura politica italiana e divenire ormai protagonista di un confronto serrato con altri valori e altre impostazioni proprie della sinistra storica e di quella nuova.

Si delinea così l'immagine di una »cultura , di modi di pensare, atteggiamenti profondi che trovano scarso riscontro in quelli prevalsi dagli anni '50 in poi in Italia. E' probabilmente questa »estraneità che ha reso per un quindicennio difficilmente comprensibile, o addirittura incomprensibile, i radicali a quanti ragionavano secondo i parametri delle culture politiche dominanti: tanto che anche osservatori non ostili non solo non hanno colto questi motivi ispiratori di fondo, ma - come già si è ricordato - spesso si sono accorti soltanto delle singole battaglie radicali, dei singoli gesti, e non del legame che li univa e spiegava, cioè del progetto politico; si sono accorti dei radicali, delle loro lotte, e non del radicalismo.

Quanto fondamentale sia la differenza fra la logica, i motivi ispiratori dei radicali e quelli più diffusi lo si può misurare se si affronta il nodo dell'atteggiamento rispetto ai "problemi economici". Differenza di fondo: mentre pressoché tutti, almeno a parole, pongono la dimensione economica al primo posto nella scala delle preoccupazioni e, passando invero di fallimento in fallimento, discutono di proposte, di modelli e di piani, e si vantano perciò interpreti dei primari interessi dei lavoratori, i radicali di fatto mostrano ben scarso interesse per tutto ciò. Occorre riconoscerlo: al di fuori di singoli momenti o episodi, nella pratica e nella riflessione politica del Pr è stato ed è pressoché assente un contributo originale, o anche solo una costante ed effettiva presenza, in campo economico.

Come è ben noto, questo è stato per lungo tempo un motivo quasi più che di polemica, di ironia e di altezzosa, o paterna, commiserazione nei confronti dei radicali: e in diversi casi ha provocato qualche complesso di inferiorità in qualcuno di loro. Il partito nel suo insieme non ha mai impostato un dibattito approfondito sull'argomento: la risposta che di norma esso ha dato ai suoi critici è stata che, in realtà, in una situazione come quella italiana, in cui la crisi economica è così ampiamente provocata da ragioni politiche, dar battaglia al livello dell'assetto politico del potere è il modo più efficace per investire i problemi economici. Risposta che, se indubbiamente contiene molto di vero difficilmente però può soddisfare appieno; anche se ad essa si aggiunge la più sostanziosa notazione che in una società come quella italiana contemporanea la lotta economica è politicamente poco produttiva di scontri qualificanti perché gli interessi sono organizzati strettamente e, molto spesso, corporativamente; si

cché una forza politica che si vuole tenere fuori dalle pratiche negoziatorie deve prestare attenzione piuttosto al come si intrecciano economia e politica nel potere, e quindi alle istituzioni, che non ai puri meccanismi economici.

Bisogna dunque, a nostro avviso, cercare oltre per intendere il motivo più autentico di questo »disimpegno dalla dimensione economica; motivo di cui probabilmente gli stessi radicali - condizionati dalle ideologie dominanti - sono in genere poco consapevoli, e che perciò non sanno valorizzare a sufficienza. E occorre appunto cercare nella sfera dei valori di fondo e primari di cui ora si discorreva.

Per due vie, se è lecito schematizzare, l'idea di un primato dell'economico si impone e predomina nel senso comune politico in Italia, almeno al livello delle razionalizzazioni teoriche (ché a quello dei comportamenti le cose sono ben diverse): per la via dell'influenza delle ideologie variamente marxiste-socialiste, soprattutto nelle loro volgate, e per quella del »buonsenso , in realtà cinico, conservatore, bottegaio (diremo anche noi qualunquista?), che vede in ogni e qualsiasi agire, anche culturale, politico o religioso, solo la molla del puro e diretto interesse materiale. In entrambi i casi, e sia pure in modi diversissimi, il tentativo è quello di spiegare, sistematizzare la realtà in base a un solo principio essenziale, fondante, »strutturale ; è quello cioè di ridurre a uno il reale mediante "una" chiave di lettura principale e determinante.

L'atteggiamento radicale, diffidente verso tutti i »monoteismi , entra necessariamente d'istinto in conflitto con simili concezioni. Tanto più in quanto esse vengono a menomare gravemente valori vitali per la sensibilità radicale.

E' stato il marxismo, è vero, a porre il problema della liberazione dell'uomo, del proletario, della sua forza-lavoro dalla condizione di merce cui il capitalismo lo condanna. Ma la volgata marxista che considera »strutturali gli aspetti economici e »sovrastrutturali tutti gli altri, pretendendo di ridurre tutta la vita sociale, in ultima analisi, alla dimensione economica, finisce per riconoscere il primato del sistema di valori centrato sullo scambio economico; in altre parole in base ad essa il lavoratore deve convincersi che, almeno fino all'avvento del comunismo, quel che soprattutto conta è la sua condizione di merce, che solo su quel piano egli può condurre lotte e conquistare vittorie davvero importanti, e che tutto il resto è accessorio (vedi le mitizzazioni delle lotte e delle scadenze sindacali come sempre e comunque più importanti di ogni altra).

A questa idea i radicali si ribellano. I loro riflessi profondi li inducono a ritenere che altre dimensioni possano avere almeno altrettanto rilievo e importanza fondante di quella economica. Le istanza del diritto, nel cui ambito si afferma un principio di radicale uguaglianza fra gli uomini, quelle delle libertà culturali, artistica, religiosa sono istituzionalmente conflittuali con la logica del'utile economico, si rifanno come valore primario a quello della dignità umana della dignità di ogni singolo uomo. A questo valore i radicali guardano, e rifiutano di ritenerlo subordinato e subordinabile ad altri; affermano la necessità di dargli questo posto qui e ora, senza attendere mitici rovesciamenti della prassi. E il loro essere socialisti deriva dalla consapevolezza che il capitalismo tende appunto, nei fatti e non in teoria, a calpestare questo valore in nome dell'utile economico.

In base a queste spinte i radicali, di fronte a culture politiche che dichiarano di privilegiare il dato economico, finiscono per estremizzare la propria »lontananza da esso. Ciò che, senza dubbio, costituisce un limite, come ogni unilateralismo: ma un limite prezioso e fecondo, in un clima come quello italiano. Esso infatti entra in sintonia con il sentire di milioni e milioni di uomini e di donne, che non vogliono lasciarsi ridurre alla mera dimensione economica, e che non vogliono essere definiti soltanto dalla propria collocazione economica e di classe. A costoro la capacità dei radicali di imporre scontri sui temi dei diritti e delle libertà, violando le priorità dell'economicismo, ha offerto e offre occasioni di esprimersi e di contare.

Più ancora probabilmente ne sta per offrire ora che, con il crescere del peso e delle responsabilità del Pr, esso sta cominciando ad affrontare a suo modo la realtà pesante dell'economia, della produzione e dello scambio. Ma a suo modo, appunto: che è quello di sollevare il problema ecologico. Ancora una volta è la stessa istanza profonda che emerge: di contro alle ragioni del profitto, dello sviluppo, dell'espansione produttiva, proprie di una logica economica, i radicali si impegnano a far valere quelle antagoniste del diritto dell'uomo alla salute e a un rapporto equilibrato e sano con la natura.

"L'organizzazione politica e le sue contraddizioni"

Direttamente conseguente ai fondamenti teorici su cui si basa il Pr (individuo come soggetto di diritto, accettazione delle molteplicità e diversità senza riduzione a unità, visione laica), è anche la concezione del partito per ciò che riguarda la struttura dell'organizzazione politica. Ad essa veniva data una forma istituzionale verso la metà degli anni Sessanta allorché i radicali adottarono una nuova carta statutaria nella quale intesero indicare le linee portanti di quello che avrebbe dovuto essere un partito laico, non ideologico, capace di essere alternativo al partito di massa, nelle versioni allora e ancora oggi dominanti, burocratiche, centralizzate di ispirazione socialdemocratica e comunista oppure rifacentisi in qualche modo al modello leninista-avanguardistico.

Lo statuto che ancora oggi regge il Pr contiene in sé un'implicita polemica con il modo in cui il partito di massa ha finito nella sinistra con l'assimilare le proprie strutture a quelle della società corporativa strettamente inquadrata per ridurre differenze, conflitti e diversità a unità organizzativa o a disciplina ideologica. Il prospettare invece un organismo in grado di contemperare le autonomie con l'agilità operativa ristretta a pochi atti ritenuti qualificanti, significa rifiutare, non solo nella società, ma anche nel modo in cui la sinistra organizza se stessa, i moduli chiesastici e illiberali che generalmente sono accettati come un tributo a quel tipo di efficienza ritenuta indispensabile nella società di massa. Ma vediamo quali sono i principali caratteri di una tale visione alternativa di partito.

L'organizzazione aperta e federativa poggia su alcuni cardini: i partiti regionali rappresentano entità autonome sovrane che delegano al partito nazionale solo una limitata e temporanea parte delle loro prerogative di iniziativa politica; le formule associative di base sono improntate alla massima libertà, sicché l'adesione al partito può essere individuale o collettiva, di gruppo funzionale o territoriale, comunque in forma limitata nel tempo e negli obiettivi; i congressi nazionali federativi deliberano su pochi punti considerati vincolanti per tutti gli iscritti se votati dalla maggioranza qualificata dei tre quarti dei presenti; gli eletti alle assemblee rappresentative (dal comune al Parlamento) non hanno vincoli rispetto al partito e ai suoi esecutivi; il congresso elegge solo dei responsabili di una determinata politica per un anno: il segretario che deve attuare i mandati congressuali, il tesoriere responsabile della gestione finanziaria rigorosamente pubblica, oltre a un consiglio federativo che rap

presenta la pluralità dei dati costituenti l'organismo politico, emanazione in parte diretta in parte indiretta dei dati stessi.

Dietro a questa architettura si intravedono alcune linee di forza concettuali che tentano di tradurre in forma organizzativa una visione laica, pluralistica e libertaria della società e del partito. La necessità di garantire la contemporanea presenza istituzionalizzata di dati autonomistici e associativi di base con l'impegno comune su alcune battaglie, sì da eliminare ogni motivo ideologico, sistematico e permanente di adesione al partito. Il valore dell'agire politico insieme pur mantenendo le diversità di appartenenza ideale sicché la propria elaborazione e visione del mondo non si trova nel partito-chiesa ma appartiene alla sfera privata nella reciproca autonomia del momento politico e di quello culturale. La valorizzazione delle esperienze autonome e il conseguente rifiuto di ogni disciplina di partito che possa essere imposta dall'alto, come forma antitetica ai processi di centralizzazione propri della società moderna è penetrata anche nella ideologia e nella pratica della sinistra. Il recupero della l

ibertà individuale nelle assemblee elettive - l'autonomia del parlamentare -, che è stata sì un istituto dello Stato liberale, ma che assume un nuovo significato di polemica antipartitocratica nell'odierna dislocazione del potere che si è spostata in direzione delle "élites" dominanti i partiti. Il rifiuto della delega permanente e totale al partito così come alle sue burocrazie in una visione che tende ad annullare il professionismo politico come attività separata e a vedere nel partito solo uno strumento laico in grado di dare risposte limitate e specifiche e non globali su tutti gli aspetti della lotta politica. Insomma si tratta non solo di una visione antitetica a quella del partito-istituzione che riproduce in sé i carattere burocratici della società che vuole combattere ma anche a quello dell'avanguardia che viene investita e delegata a compiere una qualche missione politica e storica.

Ma se questi sono i lineamenti teorici di quella organizzazione politica che i radicali hanno adottate per sé, occorre domandarsi quale più generale rilevanza essi assumono e quali ne sono le contraddizioni. Infatti quella carta statutaria approvata nel 1967 si è solo parzialmente incarnata in un maturo corpo politico, innanzitutto perché la proposta di organizzazione in essa contenuta si configurava e si configura tuttora piuttosto come una proposta politica all'intera sinistra - o, meglio, a quella sua parte che fa propri i valori socialisti e libertari - che non come una formula adatta a un partito di esigue dimensioni. Gruppuscolo, certo, il Pr non è e non lo è mai stato, ma le condizioni del suo operare da estrema minoranza non hanno consentito che esso potesse appieno divenire il partito federatore di autonomie e di movimenti, così come lo sarebbe potuto essere, e ancor oggi lo può essere, una rinnovata larga e moderna forza socialista.

In quanto proposta teorica rivolta alla sinistra libertaria, l'ipotesi radicale conserva quindi la sua carica alternativa capace, forse, di dare forma e sbocco politico proprio a quei processi di ricerca di identità sociale che sono in corso e di cui si sta discorrendo come uno dei fenomeni di crisi del rapporto tra società e partiti.

Sembra che oggi siamo solo all'inizio di un processo di liberazione di energie politiche che si muovono in questa direzione, e i risultati dei referendum ne sono un primo consistente segno. La riuscita piena di un progetto di organizzazione politica come quello radicale può verificarsi così solo nel momento in cui dalla società nascono momenti di aggregazione capaci di dare, "loro", corpo al vero, grande organismo radicale o socialista libertario; e, contemporaneamente, nella misura in cui si mettono in moto intenzioni soggettive tra le forze politiche che accettano in pieno l'ipotesi federativa, autonomistica e libertaria contenuta nello statuto del Pr come quella valida a trovare soluzioni nuove adeguate e alternative ai vecchi moduli della sinistra tradizionale e nuova. Anche su ciò, a breve, si misurerà l'effettiva capacità del Psi di passare dal dibattito ideologico agli esperimenti politici e politico-organizzativi.

Ciò detto, tuttavia, non poche sono le difficoltà e le contraddizioni che questo Partito radicale vive oggi nel suo stesso modo di essere e non facili si presentano i modi del loro superamento. E' in corso un dibattito sulla regionalizzazione del partito, cioè sul modo in cui è possibile tradurre in operanti realtà autonome le strutture regionali prefigurate teoricamente.

Infatti non si può ignorare il fatto che finora il Pr è vissuto prevalentemente su impulso dal centro e che quindi le iniziative e i meccanismi di intervento regionale autonomi ne sono rimasti sacrificati. Ma il nodo non sta tanto in un conflitto tra centro e periferia, quanto nel fatto che l'attacco al potere e le battaglie di libertà che i radicali hanno finora condotto sono state tutte riferite ai dati centrali e nazionali e quindi su di essi è cresciuto lo stesso modo di funzionare dell'organismo partitico radicale.

Passare da un centro che manda impulsi alla periferia, a una molteplicità di impulsi che provengono da più aree - territoriali ma anche e soprattutto istituzionali e sociali - significa anche saper individuare la molteplicità e complessità delle strutture di potere e, rispetto a esse, far crescere le battaglie, i militanti e i relativi gruppi dirigenti in grado di saperle condurre, e gli strumenti di lotta a misura della gente nei luoghi in cui essa vive quotidianamente.

La contraddizione, tra, da una parte, la centralizzazione inerente alla vita e alla lotta politica d'oggi a cominciare dagli stessi strumenti che è indispensabile usare per ottenere efficaci risultati anche nella diffusione delle lotte e, dall'altra, l'aspirazione anticentralista radicale è anche la chiave reale di comprensione del rapporto tra il Pr ed il suo leader Marco Pannella. Sono stati in molti ad avanzare obiezioni sul ruolo preminente - a venature carismatiche - che il leader storico assolve rispetto al partito, e sul suo significato. L'obiezione non è priva di fondamento ma essa non tiene conto dello specifico contesto storico e politico in cui la minoranza radicale agisce.

Vi sono delle ragioni storiche e soggettive di continuità di impegno totalmente assorbente, di intelligenza politica della situazione e di doti personali in grado di sommuovere uomini e cose che potrebbero bastare, già di per sé, a spiegare il rapporto che si instaura tra un individuo e un gruppo allorché quest'ultimo non ha grandi dimensioni e si trova a operare isolato, in un clima di ostilità e di difficoltà come quello in cui i radicali hanno agito per quindici anni. Ma oltre a tutto ciò, che fa parte della normale dialettica politica, occorre guardare ad altro per meglio comprendere la questione: cioè al rapporto tra politica e mezzi di comunicazione di massa.

Oggi non c'è reale gioco democratico senza informazione. E una forza politica che rifiuta i moduli dell'insediamento sociale e del vincolo organizzativo ha come questione centrale del proprio agire - e delle sue stesse possibilità di esistere - la "comunicazione". La stessa diffusione delle lotte passa attraverso punti di riferimento e messaggi che giungono direttamente dal centro agli individui-cittadini: la televisione con i suoi connotati intrinsecamente autoritari e centralizzatori di strumento che invia messaggi in una sola direzione è anche -che lo si accetti o no - il canale essenziale attraverso cui si possono comunicare i valori avversi a quelli del Centro. Politicamente parlando, oggi, si è configurato il seguente paradosso: è l'inestricabile legame tra la schiavitù che i mezzi di comunicazione impongono per far vivere determinati valori che sono antagonisti anche allo strumento, e l'uso dello strumento stesso.

Ebbene la configurazione del ruolo di Pannella nel Pr e nel paese deriva anche da questo paradosso. Non era possibile in questi anni lottare per un processo di laicizzazione diffondendo le lotte nella società e suscitando la liberazione di energie in una molteplicità di luoghi del paese - quindi ambire a esercitare un ruolo determinante nella vita politica - senza passare attraverso il messaggio centralizzato della televisione. E questo, per i caratteri stessi del mezzo, e per l'immagine che esso crea, ha bisogno di personalità e personaggi che personifichino, unifichino e simboleggino una determinata immagine politica e la rendano immediatamente comprensibile. E' questa la forza, anche, che ha avuto il messaggio radicale ormai riconoscibile ben al di là dei circoli politicizzati, attraverso Pannella, il quale possiede certamente, in termini sostanziali, tutti i requisiti per rappresentare in se stesso il patrimonio di valori, di lotte e di conquiste affermati dal Pr nella recente stagione politica.

 
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