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Archivio Partito radicale
Galli Giorgio, Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (9) Il ruolo dei radicali
"di Giorgio Galli"

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

Il ruolo dei radicali

di Giorgio Galli

(»Argomenti radicali , n. 1, aprile-maggio 1977)

Di tanto in tanto qualche nome si aggiunge alla lista di coloro che considerano di destra il Partito radicale. Aveva cominciato un deputato del Pci (Antonello Trombadori: »estremisti sì, ma di destra ); avevano proseguito altri comunisti e alcuni socialisti (Pannella agente della Dc per sottrarre Gui e Tanassi alla Corte Costituzionale, implicando Leone nell'affare Lockheed); si era ricordato che i deputati radicali non avevano votato alla Camera la legge sull'aborto (per la quale esisteva una maggioranza esigua: la sua mancata approvazione sarebbe stata un altro favore reso dai radicali alla Dc).

In realtà, il Partito radicale è tanto evidentemente un movimento della tradizione culturale laica, libertaria e socialista, che ci si deve chiedere non se quelle valutazioni siano anche minimamente fondate, ma perché vengano fatte, nonostante la loro palese infondatezza.

Sotto il profilo elettorale, è vero che possono aver votato per il Partito radicale anche elettori che in precedenza votavano più a destra. Ma si tratta di un fenomeno che ha avvantaggiato anche il Pci e per il quale la sinistra in complesso è passata dal 40% del voti (elezioni del '72) a quasi il 47% (il 20 giugno scorso).

Quanto alla legge sull'aborto, Mellini ha spiegato con chiarezza che essa, nella formulazione attuale, è caratterizzata da un grado di controllo amministrativo-burocratico tanto elevato, che la sua utilizzazione sarà praticamente impossibile (soprattutto da parte delle donne delle classi proletarie, come ha sottolineato il deputato di Lotta continua Mimmo Pinto). E questa legge dovrebbe essere ulteriormente peggiorata (con ulteriori controlli) a seguito della posizione di senatori cattolici eletti nelle liste del Pci.

Quando alla vicenda Lockheed, è evidente che se si accertasse che il presidente Dc della repubblica (eletto con voti dc e missini in contrapposizione al candidato di tutta la sinistra Pietro Nenni) è coinvolto nella corruzione in quanto amico e protettore della banda Lefèbvre, il colpo per la Dc sarebbe durissimo.

Se questi sono i fatti, da dove deriva l'insistenza a discriminare i radicali come partito di sinistra? A mio avviso da un motivo: la sinistra (e soprattutto il Pci che ne rappresenta tre quarti) cerca una giustificazione alla politica delle astensioni adottata dopo il 20 giugno; questa giustificazione sarebbe nel fatto che la sinistra non ha avuto un sufficiente successo elettorale per mettere in discussione il dominio della Dc; ma se si sommano i voti del Pci, del Psi, del Partito radicale e di Democrazia proletaria, si ottiene il 46,7% dei suffragi. E non si vedrebbe perché uno schieramento di questo tipo, se si presentasse unito, non potrebbe far sentire alla Dc il peso di una maggioranza relativa tanto vicina a quella assoluta.

Inoltre, mentre dopo il 20 giugno il cartello di Democrazia proletaria si è sentito sconfitto ed in crisi (da qui polemiche e scissioni), i radicali hanno continuato giustamente a sentirsi interpreti, nel parlamento e nel paese, dello spostamento a sinistra che dal maggio '74 al giugno '75 ha scosso profondamente il potere della Dc. Infine i radicali - per la loro formazione ideologica, né marxista né leninista, alieni dal complesso ereticale - non subordinano la loro impostazione politica al fatto che il Pci è - ormai fuori da ogni dubbio - l'interprete di gran lunga più autorevole della classe operaia in quanto politicamente organizzata e attiva. Il che assicura al Pci un titolo eccezionale di rappresentanza sociale (decisivo per la sinistra), ma non gli conferisce alcun titolo privilegiato per quanto riguarda la giustezza dell'indirizzo politico.

Naturalmente Pannella ha torto quando afferma o pensa o fa supporre che l'1,1% dei voti radicali interpreti anche il 34,4% dei voti comunisti. Ma secondo me commettono un errore anche i dirigenti comunisti quando fanno di tutto per emarginare a sinistra il 2,6% dei voti dei radicali o di Democrazia proletaria (mentre la Dc valorizza al massimo il 3,4% dei voti del Psdi in grave crisi e il 3,1% del Pri).

Il Pr è dunque il partito che utilizza al massimo l'1% dei suoi voti in una sinistra che utilizza al minimo il 47% dei suffragi. Ma quale potrebbe essere la migliore utilizzazione del consenso che la sinistra ha acquisito?

Evidentemente, si perché Pci e Psi hanno proposto un governo di emergenza e di unità nazionale (con la Dc), sia perché la sinistra non ha la maggioranza assoluta, la sinistra maggioritaria (44% dei voti) non può che insistere nella sua proposta. Ed è a questo punto che si pone per il Pr il problema di mantenere una posizione unitaria su una prospettiva che non condivide (governo con la Dc).

A me pare che se Psi e Pci confermassero nei fatti di non essere disposti a sostenere altro governo che uno di emergenza con la loro partecipazione diretta, il Pr potrebbe dar prova del suo spirito unitario accettando questa posizione. Solo attraverso questo tipo di comportamento, la linea dell'alternativa potrebbe apparire quale è (unitaria per tutta la sinistra) e non un espediente polemico nei confronti del Pci e del suo sempre più difficile compromesso storico.

Solo se la Dc rifiutasse ogni accordo per un transitorio governo di coalizione (formula germanica del '66 cui seguì la competizione elettorale che portò al cancellierato Willy Brandt), il 47% della sinistra unita potrebbe allora essere utilizzato per un governo minoritario.

Esso potrebbe governare se ottenesse la fiducia delle Camere, oppure indire e gestire elezioni anticipate, se non la ottenesse (avrebbe un consenso maggiore dei governi Andreotti del '72 e Moro del '76, che ottennero lo scioglimento del parlamento e permisero alla Dc di fare le elezioni stando al governo).

In sintesi: il Pr, partito laico, libertario, socialista, interpreta correttamente il 20 giugno come una vittoria della sinistra. Ma le sue specifiche iniziative non concordate con l'insieme della sinistra possono apparire esibizionistiche e velleitarie. Un confronto sulla proposta della sinistra di un governo di emergenza (quando? come? con quale alternativa se la Dc lo rifiuta?) potrebbe caratterizzare la posizione radicale - oggi - forse meglio di una valanga di difficili referendum.

 
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