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Asor Rosa Alberto, Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (16) Radicali e Pci: un confronto difficile
di Alberto Asor Rosa

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

Radicali e Pci: un confronto difficile

di Alberto Asor Rosa

(»Argomenti radicali , n. 5, dicembre '77 - gennaio '78)

L'illusione radicale di fare la lotta al "sistema" senza riferirsi chiaramente a posizioni di classe ha una lunga storia nel nostro Paese. Sembra strano, a questo proposito, che non sia stata rimarcata con maggior forza in questi ultimi anni l'esistenza di un filone radicale, che percorre grosso modo, e sia pure con lunghi periodi di oscuramento, tutta la nostra vicenda nazionale post-unitaria, e non si sia fatto accenno all'importanza del ruolo svolo, nel senso che sopra accennavo, da quel Pannella "ante litteram" che fu felice Cavallotti.

Il giudizio su questo filone radicale è ovviamente controverso, ma sovente è stata notata dagli storici la contraddizione che si manifestava, - e che, per quanto riesco vedere, continua a manifestarsi - tra l'impetuosa esigenza di miglioramento del meccanismo istituzionale e del costume civile e la sordità di fronte ai bisogni economici e di potere delle grandi masse popolari. E' stato osservato che era appunto un'illusione, nel periodo delle formazioni delle strutture del nuovo Stato unitario, quella di »tenere uniti attorno a programmi vari e indeterminati i contrastanti interessi di grossi industriali come Gavazzi, Perinetti, Rubini, Cengel, ecc.; di grandi proprietari terrieri come Mussi; di rappresentanti delle arti liberali, del professionismo e del ceto impiegatizio come Rampoldi, Pennati, De Cristoforis, Marcora, Sacchi, ecc., o di gruppi operai come Maffi e Chiesa (S. Merli). Più recisamente ancora altri ha giudicato i radicali alla Cavallotti »conservatori... persino sul terreno istituzionale, e a

ncor più conservatori sul terreno sociale, perché fermi al principio borghese della proprietà privata, ma in quanto spiriti progressivi avversavano la degenerazione del sistema borghese in sistema capitalistico, e finivano coll'esprimere le aspirazioni e le esigenze della piccola borghesia (soffocata da quella più abbiente e invidiosa di questa), e dell'artigianato e delle altre vittime del neonato moderno capitalismo italiano, tra le quali i proletari (L. Bulferetti).

Ma è proprio del radicalismo stare in bilico tra "destra" e "sinistra": non è, in fondo, una battuta vana quella di Pannella che vuole trovare interlocutori anche al di là del confine classico tra anti-fascismo e fascismo. La lotta al sistema, come sistema rigido di partiti che dirigono le grandi masse e possono colludere un una gestione del potere di tipo mafioso, a danni dei singoli e delle minoranze, ha inevitabilmente una doppia faccia.

Lo stesso strumento del referendum ha una tradizione, in Italia, piuttosto di destra che di sinistra. Si rammentino la polemica di Gaetano Mosca contro il suffragio universale, che aveva esautorato la classe media come classe politica dominante, e le sue critiche contro il sistema rappresentativo, perché esso consentiva, persino più efficacemente dei dispotismi veri e propri, che una minoranza organizzata dominasse la maggioranza disorganizzata. E' di Gaetano Mosca la definizione di Parlamento come »uno dei peggiori tipi di organizzazione politica che la maggioranza reale di una società moderna possa tollerare ("Elementi di scienza politica", I, Bari 1947, p. 209). Non c'è qui dentro un elemento di radicalismo, destinato a versarsi, ad esempio, nel radicalismo aristocratico e autoritario di Vilfredo Pareto? In questo quadro il referendum è presentato da Mosca come il correttivo esplicito del dispotismo del sistema democratico rappresentativo.

Io direi che i radicalismo non ha in sé né può averla propria definitiva e stabile collocazione politica. La trova cammin facendo nel suo rapporto con le altre forze politiche e nel modo con cui le altre forze politiche si atteggiano nei confronti delle sue tematiche e del suo »spirito . Altrimenti, il radicalismo è un masso erratico, che si sposta di campo in campo seguendo gli impulsi ponderali che provengono dal suo interno e sfondando nella sua marcia imprevedibile steccati di ogni genere.

Bisognerebbe ricordarsi, forse, con maggior chiarezza, che l'unico momento di alleanza vera tra i radicali e i socialisti si verificò durante la lotta al governo corrotto, barbarico e semifeudale di Francesco Crispi: mentre il giolittismo assorbì poi molte delle rivendicazioni del radicalismo, svuotandone la funzione e facendone salire una frazione addirittura al governo. Sembra evidente che la diversa visione della lotta delle classi abbia frapposto tra queste due forze una barriera strategicamente insormontabile.

Oggi il radicalismo esprime la rivolta di un settore minoritario della borghesia italiana contro i pericoli di un accentramento statuale, che passi attraverso il compromesso delle grandi forze politiche di massa e porti a ribadire la coercizione, o addirittura l'accresca, delle libertà eminentemente individuali.

E' un ragionamento che non condivido, nel senso che non condivido l'ipotesi che un rafforzamento della democrazia di massa possa portare ad una limitazione delle libertà individuali.

Ma è un ragionamento che pone dei problemi, nel senso, esattamente, che è un problema anche quello che esistano dei cittadini che rifiutano di riconoscersi nel sistema di democrazia organizzata delle grandi masse, che è il nostro. E' un problema di coscienze, in primo luogo, ma è un problema politico, anche, quando dalle problematiche esistenziali si passa ad un discorso sulle concrete forme del potere in Italia, oggi.

La protesta radicale, spesso così fastidiosa e talvolta anche inutilmente provocatoria, quando poggia su degli elementi puri e semplici del costume, trova i suoi momenti migliori quando mette in luce le sfasature di funzionamento della macchina istituzionale, il suo dispotismo "vecchio e nuovo", ossia quando assolve (per usare non impropriamente, credo, la formula moschiana) una funzione di "correttivo" del sistema.

Naturalmente, appare sovente eccessiva la pretesa dei radicali di rappresentare tutte, e persino in esclusiva, le voci represse della società civile (e ancor più eccessiva appare la loro irritazione quando glielo si fa notare); ma la funzione in sé, ripeto, non è discutibile.

Il problema dei rapporti fra radicali e movimento operaio, e in particolare fra radicali e Pci, è il problema dei rapporti dei radicali con il movimento operaio e, insieme, quello del rapporto del movimento operaio con i radicali. Non c'è, voglio dire, in questo caso una corrente unilineare di prese di posizione serenamente confrontabili sulla base di una comune strategia (sia pure a lunga scadenza), bensì una serie di segmenti spezzati, di azioni e di reazioni assai disomogenee fra loro, di frammenti di comunicazioni fortemente disturbati alla fonte.

I radicali oscillano, mi pare, tra una vena anticomunista profonda e per così dire organica, e l'affermazione razionale più volte ripetuta pubblicamente di riconoscere nel Pci la forza comunque più rappresentativa in campo popolare, un interlocutore di cui non si può fare a meno. Il loro problema, se non erro, è di cercare di capire che una strategia di classe ha tempi e logiche diversi da una battaglia per i diritti civili e che bisogna sforzarsi di non mettere la seconda in rotta di collisione con la prima: anche perché, nelle condizioni storiche e istituzionali del nostro paese, nel rapporto di forza tra le forze politiche che ci è noto, non si può vincere neanche una battaglia per i diritti civili se questa non è inglobata in una strategia di classe.

I comunisti, invece, hanno probabilmente bisogno di capire meglio il carattere sempre più strutturale, "politicamente strutturale", di certe battaglie per i diritti civili. Resta il fatto che la politica quando è la politica di una grande forza popolare, deve essere un insieme di scelte "coerentemente accostate", e che non è sempre facile incastrare fra loro tasselli di diversa natura, di differente richiamo popolare, in una situazione di crisi che va frenata e risolta nei suoi nodi più vitali ed immediati.

Tra l'impazienza e l'incoerenza radicali (nel senso del rifiuto dei tempi e delle »coerenze del sistema) e la pazienza e la coerenza comuniste, che puntano ad una modificazione più profonda e, tutto considerato, più radicale del paese, il dialogo è molto difficile, ma non va abbandonato.

 
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