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Archivio Partito radicale
Ungari Paolo, Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (21) Ma i radicali sono un partito politico?
di Paolo Ungari

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

Ma i radicali sono un partito politico?

di Paolo Ungari

(»Argomenti radicali , n. 7, aprile-maggio 1978)

Ospitato cinque primavere fa dall'antenato di questa pubblicazione, »La prova radicale , precisavo le mie riserve, di gusto e di strategia finalistica, sulle campagne del Pr: che all'epoca non disponeva ancora di una rappresentanza parlamentare, ed anzi veniva da una campagna astensionistica contro le precedenti (così le chiamò) »elezioni-truffa . Ciò non significa che non avessi partecipato, quando tanti del mio stesso partito saviamente se ne esoneravano, già agli inizi, della battaglia pubblica per il divorzio, così come ho sostenuto e sostengo il diritto dei radicali allo svolgimento dei referendum legittimamente richiesti (quelli, beninteso, costituzionalmente ammissibili: e ho avuto il conforto di veder confermati dalla Corte i rilievi che al riguardo avevo sviluppato proprio nell'apposito convegno di studi indetto dal gruppo parlamentare Pr della Camera).

Oggi esistono deputati radicali, ed esiste fra i giuristi e fra i democratici un atteggiamento favorevole sia a dati aspetti della loro difesa dei regolamenti parlamentari, sia alla loro critica generale degli immediati effetti conformistici e delle implicazioni autoritarie a medio termine della formula politica di compromesso storica. Da ciò, anzi, il radicalpannellismo ritrae udienza e attenzione maggiori che per il passato, e una sorta di legittimazione politica nel sistema. Maggioranze, infatti, del 92 e passa per cento si costituiscono nel perdurare di forti tensioni di opposizione sociali e, più ancora, morale, non possono non aspettarsi che nella vela delle minoranze soffi un vento crescente, tanto più crescente a sinistra, dove i comunisti non consentono alcuna manifestazione politica ufficiale di quelle riserve di principio e di metodo che pur esistono in larghi strati del partito, e non sono tutte vetero-staliniste o cripto-brigatiste. Come giurista e democratico condivido molto di quell'atteggiame

nto, senza che per ciò venga meno il dubbio originario: è il Pr un partito politico? E', specificamente, uno di quei partiti che la nostra Costituzione chiama a »determinare con metodo democratico l'indirizzo della politica nazionale e, come tali, sono istituzioni della Repubblica, momenti essenziali cioè dello Stato-ordinamento e canale delle sue linee di forza e di movimento in direzione dello Stato-apparato?

La circostanza che il Pr, come ama dire »faccia politica , con risultati sia di ordine critico sia operativi talora non irrilevanti può sembrare, ma non è, decisiva al riguardo. Leghe, associazioni, gruppi spontanei, gruppi di pressione »fanno politica , in quel senso, senza con ciò essere portatori di un indirizzo globale di vita nazionale, di una piattaforma di politica interna e internazionale dello Stato italiano. Un partito è partito politico quando, anche dall'opposizione, si fa carico di quegli stessi problemi che dovrebbe affrontare se fosse forza di governo; dovere che diviene imperativo quando, come nel caso, ci si fa promotori di una maggioranza alternativa di governo, che è poi la costante dei »nuovi radicali fin dal dialogo Pannella-Togliatti del 1959, attraverso le lunghe peripezie di astensionismo e di partecipazione, i successivi patti elettorali offerti o stipulati con il Psiup, il Psi, il Manifesto, le indicazioni di voto per il Pri o per l'arco dal Pci al Pri, e insomma il vasto e vario s

uo vagabondare all'interno della sinistra.

Si parla volta a volta, infatti, di partito »progettuale , partito »di servizi , partito »di marciapiede e di piazza , partito »di strategia referendaria , partito »degli emarginati ; di una sorta di grande ufficio studi della sinistra, e insieme di gruppo di pressione sull'insieme della sinistra; ovvero di un transitorio »detonatore dell'autorivelazione autonomistica e libertaria sognata per il Psi; o, infine, di un partito autonomo della sinistra. Ma un partito politico, ripetiamo, si riconosce dalla responsabilità complessiva che assume di fronte alla situazione interna e internazionale di un Paese e qui, quale che sia il merito di singole campagne sostenute, o la solidarietà di fronte a singole persecuzioni subite dal Pr, le cose si fanno nebbiose. Quale diagnosi, che non sia moralistica, danno i radicali del fenomeno centrale dell'ultima fase della vita italiana: la costituzione di un nuovo polo rivoluzionario e terrorista del movimento comunista italiano, con una sua virtuale udienza di massa (c'è vol

uto Boato di Lotta continua, per mettere in luce questo punto al convegno del »Parco dei Principi ) e con un suo significato negli equilibri strategici e di sicurezza fra le grandi potenze? E' sufficiente allora il richiamo alla non-violenza, oppure si è »partito in quanto si sappia indicare una politica alla Repubblica, una linea di azione agli apparati dello Stato, una diagnosi della crisi nazionale italiana che tenga conto, ad esempio, dell'evento principale della nostra politica interna, che è destinato a prodursi, con conseguenze che potrebbero essere sconvolgenti, nella federazione jugoslava, quando si aprirà una successione al maresciallo Tito che qualcuno lavora perché sia anche successione al titoismo? E hanno riflettuto, i radicali, alle implicazioni del possibile venir meno in quel punto della grande cintura di Stati neutrali, dalla Svizzera all'Austria fino alle Bocche di Cattaro, al riparo della quale si è potuta svolgere durante questi trent'anni l'esperienza politica dell'Italia, con i caratt

eri che le conosciamo? (Se vi avessero riflettuto, essi avrebbero fra l'altro introdotto anche accenti diversi nella loro critica del doloroso, ma necessario Trattato di Osimo). Si fanno carico, in qualche modo, delle conseguenze obbiettive per il paese di una possibile frontiera comune, domani, con il patto di Varsavia, e di ciò che una tale possibilità rappresenta, già oggi, nella pianificazione politica e nelle cautele di azione del Partito comunista? E se continuano a denunciare con tanta forza, e non di rado appropriatamente, i casi di arroganza del potere democristiano, hanno un'idea di quale taglio e timbro potrebbe avere domani l'arroganza di potere del Pci, una volta posto in condizione di manovrare gli apparati di sicurezza dello Stato? E, a questa luce, la loro tenace azione di disgregazione della frontiera fra area della democrazia e area comunista e di annegamento della polarità, nella sinistra, tra un polo di sicurezza democratica e un polo di egemonia comunista, non appare, alla luce dei fatti

e delle loro stesse esperienze di partito, avventuristica? E se no, su quali calcoli politici, su quali analisi oggettive, essi fondano la propria sicurezza che il Partito comunista sarebbe, giunto al governo, altro da quello che proprio essi quotidianamente denunciano? Almeno in La Malfa, sia pure a prezzo d un'aporia evidente, c'è l'affermazione della raggiunta democraticità del Pci insieme al postulato di un »contrappeso democristiano: ragionamento inaccettabile, dal punto di vista dell'analisi dell'»opposizione repubblicana , ma che è pur sempre un ragionamento fondato sul calcolo di grandezze politiche e su una valutazione delle realtà internazionali. Ma se l'ottimismo dei radicali su una coalizione di grande sinistra al governo dovesse rivelarsi, come in altra sede »l'opposizione repubblicana ha tentato di dimostrare, se non un tipo di ottimismo becco, uno di quei sogni che, come diceva Heine, fanno più onore al cuore della gioventù che al suo cervello: quale consolazione trarrebbe il Paese dalla no

tizia che questo o quell'esponente radicale è finito coraggiosamente in carcere, o è riparato in cerca di libertà nelle "terrasses" dei caffè parigini? Non sorgerebbe allora, dall'amarezza di una nazione, un'inevitabile accusa di fatuità, un tardivo ma severissimo giudizio sulle scintillanti escogitazioni radicali? Andiamo incontro a tempi, nei quali l'esigenza del forte pensiero per una forte azione si impone: talune giuste denunce radicali non assolvono dal dovere massimo di un partito, quello di rappresentarsi e difendere le condizioni d'insieme della sicurezza interna e internazionale della Repubblica.

Un riscontro di questa gracilità di concezione si ha anche, a mio avviso, nello statuto del partito radicale. Esso contiene un'istanza critica, certo, nei confronti di partiti burocratizzati, militarizzati, corporativizzati, o di quelli che la formula di compromesso storico tenderebbe a far somigliare piuttosto ad agenzie specializzate di propaganda e strumenti di controllo sulla società, che non a rappresentanze politiche di questa nello Stato. C'è fra l'altro un errore, antico del resto, nell'equazione fra totalitarismo e partito unico: la Rsi aveva il partito di Mussolini e quello di Ciano, né era perciò più »pluralista di quanto lo sia la Repubblica popolare tedesca quando esibisce, passata appena la Porta di Brandeburgo le innumerevoli facciate dei locali partiti cristiano, liberale, socialdemocratico e nazionaltedesco. Si tratta, nei due casi, di »regime a partito (partiti) di Stato , nei quali (fra l'altro) in ogni ambiente della vita sociale è riconosciuta un'unica organizzazione di massa controllat

a dal partito dominante, sicché la pluralità dei partiti sulla scena parlamentare rimane con carattere mero espediente teatrale. Ma non si tende a qualcosa del genere in Italia quando, ad esempio, l'on. Cincari Rodano contesta le liste cattoliche nelle elezioni dei distretti scolastici, affermando su »Rinascita che fra chi vuole la salvezza della scuola il pluralismo può ammettersi, ma (previo »confronto ) deve esplicarsi nelle liste »unitarie ? O quando, con profusione di assunzioni, di sovvenzioni, e di spregiudicati mezzi di azione si persegue l'obbiettivo di recidere il legame statutario fra il Pri e l'associazione delle cooperative democratiche, per collegarlo invece con la Lega delle cooperative nella quale far rifluire, in prospettiva, l'intero movimento: proprio quella lega che, nel Terzo Mondo, assume così spesso il ruolo di pacifico battistrada dei »consiglieri militari russi o cubani, là dove un tempo l'invio di missionari protestanti vi precedeva le ricognizioni e poi le spedizioni delle cannon

iere di S.M. britannica? I radicali, è vero, non hanno di questi problemi in campo cooperativo, o sindacale, o dei circoli aziendali e della rete organizzativa del cosiddetto »tempo libero : ma dovrebbero pur chiedersi, in sede di riflessione generale, a cosa valga il pluralismo politico al vertice dello Stato, se poi l'insieme del movimento sociale viene inquadrato da organizzazioni unitarie, »nelle quali un partito opera con un esercito di funzionari specializzati e coordinati dal centro.

Questi sono i problemi di una democrazia di massa. Di fronte a questi problemi lo statuto radicale, e la concezione organizzativa che lo regge, appare insufficiente. Non per esiguità di dimensioni, ma proprio per debolezza di impianto.

L'aura fluida di romanticismo organizzativo che fu già della Lega democratica di Romolo Murri, può apparire ultraegualitaria e ultralibertaria, ma solo a chi eviti di riflettere che l'assenza di garanzie e di vincoli organizzativi oggettivi lascia poi campeggiare al centro una sola »istituzione : quella del "leader" messianico, nel cui afflato trascinatore la massa dispersa trova la sua unità, si innalza a giudice della purezza di avversari e di compagni vacillanti nella fede o comunque a questo titolo colpevolizzati; un'istituzione solipsista che accentra carisma, demiurgia e lampi di illuminazione dionisiaca suggestionanti ma lascia intatto e aperto il problema del partito, fosse pure di un partito »diverso . Che sia aperto, e bruciante, lo dicono molti rilievi che ho potuto leggere proprio su »Argomenti radicali , a tacer di altre fonti. Nei limiti di quella fonte che è la personale osservazione, vien fatto di dire concludendo (e non è davvero, negli ultimi tempi, dir poco); "malgré tout", meglio La Malfa

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