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Archivio Partito radicale
Amato Giuliano, Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (22) Dove sbaglia Pannella
di Giuliano Amato

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

Dove sbaglia Pannella

di Giuliano Amato

(»Panorama , 6 giugno 1978)

I radicali sono un po' come il deficit pubblico. I primi tempi erano solo i conservatori a diffidarne e nel complesso prevaleva l'idea che una democrazia matura non potesse farne a meno e ne traesse anzi dei vantaggi. Oggi molti degli entusiasti di ieri sarebbero ben lieti di liberarsene, ma non trovano il modo di farlo.

Il movimento radicale che abbiamo sperimentato in questi anni è il frutto di una metamorfosi propiziata dal clima post-sessantottesco. In precedenza i radicali erano stati un raggruppamento di opinione progressista, che si era impegnato contro la speculazione edilizia, per la laicità dello Stato e in altre battaglie di meritorio impegno civile, ma non era mai uscito dal recinto dell'intellighenzia borghese. Dopo il '68 questa sua sensibilità per i temi libertari e per gli argini da opporre al potere, lo fece incontrare con la rivolta giovanile, con il nascente movimento femminista e con la riscoperta di sé che anche altri strati sociali cominciavano a fare. I radicali uscirono dai convegni di élite e si trovarono sulle piazze, nei quartieri, nelle scuole a interpretare i bisogni della gente. Divennero un movimento di base e adottarono il referendum - espressione peculiare di democrazia diretta - come strumento principale, ma non unico, della loro azione politica.

La loro vitalità dette più di una scossa al modo tradizionale di operare delle nostre istituzioni e a molti parve lecito inquadrarle negli schemi forniti dall'ottimismo della democrazia aperta e articolata. In una società che cresce, i partiti tendono a burocratizzarsi, a integrarsi nel sistema di governo, a diventare meno pronti nel corrispondere ai bisogni del Paese, che essi subordinano spesso a esigenze di schieramento e a equilibri politici generali. Di qui la necessità di un correttivo, che faccia irrompere nel sistema la voce della gente, che dia spazio ai bisogni per quello che sono, che imponga alla politica il calendario vuluto dal Paese.

I radicali sono stai, e sicuramente hanno voluto essere, tutto questo, ma la società di cui essi hanno raccolto gli stimoli coincideva solo in parte con quella disegnata dai manuali sulla democrazia articolata. La nostra non era soltanto la società matura e responsabile che si scrolla di dosso la bardatura di un autoritarismo fuori tempo o le incrostazioni di un potere partitico propenso più a colonizzarla che a capirla e a farsene orientare.

Accanto a questa matrice, la rivolta che ha portato i radicali sulla cresta dell'onda ne aveva anche un'altra, profondamente diversa, ma separata dalla prima da un confine non sempre percepibile. Era l'antica diffidenza nei confronti dello Stato, lo spirito spontaneistico, la rabbia anti-istituzionale che cova da sempre sotto le ceneri di un'Italia che non si è mai interamente rassodata. Nel clima rovente degli ultimi anni, i radicali si sono trovati a fare da miccia e i loro intenti originari ne sono usciti completamente stravolti.

Le iniziative di base non servivano solo per attaccare le soluzioni sbagliate e le non-soluzioni fornite dai pubblici poteri ai diversi problemi della gente, ma anche per attaccare il potere in quanto tale. E con la società che pretendeva a buon diritto di riplasmare lo Stato, si mescolava la società che voleva ingaggiare con esso una guerra frontale. Via via che questo accadeva, le spiegazioni dei manuali divenivano sempre meno realistiche. Secondo i manuali, la politica doveva essere corretta e arricchita dai movimenti di base, da noi prendeva piede la tendenza, fra tali movimenti, a privarla di una sua componente essenziale, quella della mediazione, e a ridurla, nella sua totalità a una faccenda di sì o di no.

Piaccia o non piaccia a Pannella, in un contesto del genere la sua idea di sparare in un colpo ben otto referendum contro leggi di ampia portata, era la più idonea a far arretrare il sì e il no su questioni primordiali, che estremizzano i conflitti e davanti alle quali non c'è mediazione possibile.

Non c'è stata del resto mediazione fra i radicali divenuti partito, e gli altri partiti presenti con loro in parlamento. Trattati con sufficienza e talvolta con sgarbo dai loro colleghi asserragliati nei gruppi più forti, i parlamentari radicali sono stati soltanto la proiezione dei loro comitati per i referendum e hanno mirato soprattutto a salvaguardare l'espletamento di questi. Nati per contrastare le tendenze integraliste del potere, da un lato le hanno eccitate, dall'altro hanno utilizzato il parlamento, la sede naturale della mediazione politica, per far valere il loro punto di vista con un integralismo non meno accentuato e inesorabilmente coerente con gli umori anti-istituzionali penetrati nel loro retroterra.

Il voto che ci aspetta sulla legge Reale e sul finanziamento dei partiti reca in sé le ambivalenze e le distorsioni di tutta la vicenda trascorsa. Per questo è un voto che ci mette a disagio e ci rende incerti davanti al possibile significato dei sì e dei no, ben diversamente da quanto accadde in occasione del felice e lontano referendum sul divorzio.

Il fiore dei radicali non riesce più a essere il fiore della speranza che ci sembrò allora, perché in esso vediamo inestricabilmente confuse la responsabilità della partecipazione democratica e l'irresponsabilità del ribellismo istintivo. E' anche a questo miscuglio che dobbiamo il quesito che tutti si pongono a proposito dell'Italia di oggi: se uscirà dall'attuale fase storica con una democrazia più ricca o se, per tenerla insieme, sarà necessario assoggettarla a una più ferma autorità.

 
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