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Archivio Partito radicale
Mussi Fabio, Corleone Franco, Panebianco Angelo, Strik Lievers Lorenzo, Teodori Massimo - 1 ottobre 1978
RADICALI O QUALUNQUISTI?: (23) Radicalismo, liberaldemocrazia, socialismo
di Fabio Mussi

SOMMARIO: Un saggio sulla natura e le radici storiche del nuovo radicalismo e un confronto sulla questione radicale con interventi di: Baget-Bozzo, Galli, Ciafaloni, Tarizzo, Galli della Loggia, Lalonde, Alfassio Grimaldi, Are, Asor Rosa, Corvisieri, Orfei, Cotta, Stame, Ungari, Amato, Mussi, Savelli.

(SAVELLI editore, ottobre 1978)

Indice:

Parte prima

I Politica e società (1376)

II Radicali sotto accusa (1377)

III Il Pr come partito bifronte (1378)

IV Radicalismo e socialismo (1379)

V Radicalismo o marxismo, convivialità o tecnofascismo (1380)

Parte seconda

Un confronto sulla questione radicale (1381 - 1397)

Radicalismo, liberaldemocrazia, socialismo

di Fabio Mussi

(»Rinascita , 9 giugno 1978)

La questione del "radicalismo" torna oggi ad occupare un posto importante. Non tanto perché, come pure si è creduto, tra cattolicesimo e marxismo esista una sorta di »terza forza culturale (corrispettiva alla presenza, in politica, di un Psi, medio tra Pci e Dc), detta »radicale , o »radical-socialista ; tanto meno perché il partito radicale di Pannella - anche l'Uomo qualunque ha fatto il '68 - rappresenti esso apprezzabilmente "il" moderno radicalismo. Quanto piuttosto perché, nella società e nelle idee, posizioni radicali, di nuovo e di vecchio tipo, sono venute diffondendosi.

Il fenomeno ha solo "cominciato" ad essere saggiato. Anche se, bisogna dirlo, prevalentemente da punti di vista preborghesi. Pier Paolo Pasolini, nel '74, scriveva di una integrale secolarizzazione dell'Italia, spintasi fino ai caratteri antropologici dei suoi abitanti - da oggi tutti siamo più brutti. Gianni Baget Bozzo, nel suo "Il partito cristiano, il comunismo e la società radicale", del 1976, spiega che è radicale quella società che vive "etsi deus non daretur" come non si desse Dio - da oggi tutti siamo più cattivi. L'uno e l'altro, va detto, hanno visto distintamente il fenomeno.

»Radicale è ciò che mira alla radice. In origine è la caratteristica delle correnti borghesi più conseguentemente democratiche, culturalmente legate al razionalismo, particolarmente illuministico, propugnatrice della integrale applicazione del principio di universalità della democrazia, e meno ostili all'insorgente movimento dell'antagonista classe operaia. Si chiamò anche »socialismo della borghesia . Marx tentò di decifrarne l'importanza, e comunque lo tenne ben presente. Di John Stuart Mill, ad esempio, parla in continuazione, trova la chiave del suo radicalismo nel »naturalismo , potente ideologia apologetica: »i rapporti borghesi vengono rappresentati sotto banco come leggi di natura immutabile della società in astratto . Radicale fu anche Nietzsche, che di tali rapporti studiò altre radici, quelle della volontà e della forza. Ma la sua strada si separò dal movimento operaio più rapidamente ancora di quella del democratici inglesi, conseguenti, affezionati allo Stato di diritto e al parlamentarismo.

La separazione tra socialismo e radicalismo fu comunque molto netta dall'inizio. I tentativi, per esempio nel movimento delle donne già del primo ottocento, di far andare d'accordo »emancipazione (socialismo) e »liberazione (radicalismo) - di cui parla estesamente Sheila Rowbotham nel suo "Escluse dalla storia" - non andarono in porto. La visione "sociale" della libertà, dei movimenti rivoluzionari di origine proletaria, e quella "politica", di impianto liberale, tanto più si separarono più tardi con la formazione dei nuovi Stati socialisti. Tutta la vicenda ha segnato profondamente, per un lunghissimo periodo, movimento e idee di riforma e di rivoluzione.

Il contrasto storico, tra pensiero radicale e pensiero marxista, è per così dire originario. C'è una ragione di classe, evidentemente; che rimanda però, mi pare, ad un punto teorico di fondo: Marx ritiene che uno sviluppo socialistico e comunistico della società umana può darsi a partire dalle forze produttive sviluppate dalle società capitalistico-borghesi: "a partire dalle", e non tramite un "ritorno ai principi", o una loro semplice »applicazione integrale . Ciò che comunque oggi sappiamo per certo è che il nesso rivoluzione-libertà-democrazia non solo non ha dato luogo a risultati pienamente sviluppati e soddisfacenti, ma si è via via enormemente complicato, creando problemi sempre nuovi.

La borghesia italiana ha una tradizione radicale molto spenta. Come si sa, nel Risorgimento ebbero la meglio i moderati. Il primo Partito radicale propriamente detto, sorto ai primi del secolo, fu una variante interna del giolittismo, poco significativa anche nel gioco parlamentare. Il »radicale italiano di maggior spicco è certamente Gaetano Salvemini. E' nota la polemica che gli svolse contro Antonio Gramsci - messianismo culturale, giacobinismo professionale, astrattezza assoluta della presunta concretezza, intellettualismo, mancanza di senso reale e del processo storico -, e sono note le divergenze, nello sviluppo almeno di tre temi decisivi: la questione meridionale, il tema dell'organizzazione politica delle masse e quello della corruzione dei gruppi dirigenti. Un ulteriore episodio, dunque, anche in Italia, del contrasto storico tra »socialismo della borghesia e »socialismo del proletariato .

Bisogna pur avere, però, la consapevolezza della grande trasformazione cui via via sono stati sottoposti i termini di quel contrasto. Nel frattempo infatti si sono verificati due fatti decisivi: 1. la incapacità, dimostrata dai socialismi realizzati, di sviluppare un regime di libertà personale e collettiva paragonabile a quello delle democrazie borghesi; 2. l'enorme sviluppo, e la successiva più recente crisi, nell'economia e nello Stato, dei regimi capitalistici occidentali, che hanno indotto una gigantesca mutazione dei caratteri della società civile, dello stesso orizzonte della libertà umana. I movimenti riformatori e rivoluzionari dell'occidente, in primo luogo della classe operaia, oggi partono da qui. Quell'oscillazione radicalismo/moderatismo, in diversi momenti tipica della instabilità dei ceti intermedi nel ciclo sviluppo-crisi, oggi, che ci si presenta una "crisi organica", e che questi stessi ceti si trovano grandemente cresciuti, e mutati, così come è grandemente cresciuta e mutata la parte di

società tagliata fuori dalla produzione e dall'impiego pubblico, tende a fissarsi in forme nuove.

Le vecchie figure, intendiamoci, ritornano. Per esempio ha conservato una certa vitalità la tradizione azionistica, laicista e alternativistica, che ha tenuto in caldo, in tutti questi anni, il rimpianto per le »occasioni mancate (spinto nei giovanissimi a volte fino alla caricatura della nostalgia per l'occasione giusta mancata sei mesi prima). Ma il punto di non ritorno, al di qua del quale le vecchie figure si trovano patentemente spaesate, è probabilmente quello che Giuliano Procacci chiamò anni fa dell'»ideologia americana .

Sono l'ideologia si è mossa una realtà di grandissima portata. Tra la fine degli anni cinquanta e la fine del decennio successivo l'Italia - pur senza una guida capace di "progettare" una generale riforma, e almeno il superamento degli squilibri storici più stridenti - ha subito la più radicale trasformazione della sua storia. L'asse della produzione si è spostato sulla fabbrica e quello della vita sulla città; sono cresciuti in modo inaudito i consumi individuali; ha assunto un nuovo peso, economico e civile, lo Stato. Tutto questo non ha provocato una morte del mito. Ernesto Galli della Loggia, in uno scritto comparso nel volume collettivo "L'Italia contemporanea", riprendendo il termine »ideologia americana , la chiama »mitologia dello sviluppo . Che fosse "mitologia" l'ha dimostrato la successiva crisi, che ha portato con sé gli effetti combinati di una società ancora arretrata in molti settori, eppure giunta rapidamente ad una fase di avanzata integrazione con i centri del capitalismo industriale. Però

buona parte delle idee che regolavano la vita, e la interpretavano, sono cadute allora, dando alla vita stessa una nuova misura antimitologica. Il paese si è dunque "laicizzato" e "modernizzato". Entrando presto in contraddizione con una direzione politica ed economica che, non sapendo sviluppare proprio questi più accentuati aspetti di progresso, e non sapendo prevedere e fronteggiare adeguatamente la crisi che sulla fine degli anni sessanta si è aperta, ha perso consensi. Di questi consensi è stata largamente beneficiaria, soprattutto nel periodo che va dal referendum sul divorzio al 20 giugno, l'opposizione comunista.

Il 20 giugno 1976, nello schieramento e nel voto degli intellettuali (il concetto vale, ormai non bisogna mai dimenticarlo, "solo come concetto relativo ad una massa") fu molto forte la componente radicale. Nella domanda di Buon Governo - fondata su una motivata critica dei fatti evidentemente - traspariva anche una figura salveminiana. In sintonia con un movimento - di giovani, di donne, di studenti - che tentava di affermare, come suo contenuto, il mutamento della società civile e delle condizioni della vita urbana.

Questo radicalismo, ancora una volta, è entrato in contraddizione con il movimento che ha al suo centro la classe operaia. Quella che oggi si usa chiamare »crisi del marxismo , non nasce per così dire "internamente", da una critica alla »coscienza interna (come avvenne con la polemica neoricardiana sulla trasformazione dei valori in prezzi, o, in altri momenti, con i tentativi di dimostrare false altre parti del "Capitale"), ma esternamente, come movimento reale di forze che critica del marxismo: 1. la sua pretesa organica (ricondurre ad "una" teoria l'analisi del capitalismo); 2. i suoi vuoti sul problema del Politico; 3. e, al limite, la sua "integrale applicazione" (il caso dei »nuovi filosofi ) nei paesi socialisti.

La polemica sull'egemonia, svoltasi con grande spiegamento di energie intellettuali già all'indomani del 20 giugno, conteneva molti di questi temi. Già la presa di distanza dal Pci, attraverso Gramsci, era netta. Ma le cose stesse si sono incaricate di spingere ben più avanti la contraddizione, e in sensi anche molto contrastanti. La soluzione della contraddizione che propone la Heller, di una riduzione ai soggetti del problema del mutamento, attraverso la teoria dei »bisogni radicali si è dimostrata impraticabile. E' affiorato un nuovo estremismo, individualista e antipolitico, che ha un impianto radicale-regressivo.

Il pericolo cui, culturalmente e politicamente, è esposto il Paese, è grande. Alcuni dei movimenti sviluppatisi nei due ultimi anni lo accentuano. Mi parrebbe però che non abbiano fatto abbastanza, nonostante le idee in elaborazione all'Eliseo, per evitare che, ancora una volta, »socialismo della borghesia e »socialismo del proletariato si separino al bivio. Tanto più se si considera che il radicalismo - il quale, spinto in un senso estremistico, diventa, in una guerra aperta contro i cattolici e i comunisti, distruttivo - appare sempre più, come appunto gli compere storicamente, la punta emergente di un più vasto continente neoliberale, o, meglio: "liberal-democratico". In esso si pensa che ci sia un'unica possibilità teorico-culturale, quella di una "visione divisa" della realtà, e si pensa che la pretesa concettualmente ricostruttiva - nella definizione della crisi e nella prospettiva di superarla - propria della sinistra comunista, contenga un potenziale autoritario e restrittivo. Di qui zampilla ancor

a la più classica - e, se si vuole, tradizionale - idea di una "società civile delle libertà" e di uno "Stato delle garanzie". Come separazione vuole.

Constatato il limite, il problema per noi nasce dal fatto, innanzitutto, che comunque questo »liberalismo è un episodio nuovo della cultura. Se è vero come è vero, in primo luogo, che le condizioni reali del liberalismo classico non si danno ormai più. In secondo luogo che effettivamente i contenuti della libertà umana in queste società sviluppate sono talmente mutati che richiedono una risposta politica nuova, che tenga conto dell'evoluzione, comune da noi anche a buona parte del mondo cattolico, del concetto stesso di libertà, personale e collettiva. E infine, in terzo luogo, che la via di un socialismo nella democrazia, durante e dopo la transizione, e di una intesa tra forze comuniste per una visione europea della lotta rivoluzionaria, pone i movimenti della classe operaia a maggioranza comunista in rapporto con altri movimenti operai, a maggioranza socialista e socialdemocratica, e con forze borghesi, socialiste, liberali, democratiche.

Per tutti questi motivi e altri ancora io penso che un discorso vada aperto e proseguito, e non chiuso.

 
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