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Parachini Rolando - 1 gennaio 1979
(1) STORIA DELLA "SINISTRA RADICALE" dal 1952 al 1962 - CAPITOLO 1 - L'UNIONE GOLIARDICA ITALIANA
di Rolando Parachini

SOMMARIO: Chi sono i "nuovi radicali"? Esistono legami tra l'odierno partito e quello degli anni '50? Possiamo trovare oggi linee politiche comuni o addirittura personaggi di allora? L'autore sostiene la tesi della continuità politica ripercorrendo la storia dei radicali dall'Ugi alla costituzione della "Sinistra radicale".

(UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA - FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA

TESI DI LAUREA: Relatore Prof. Renzo De Felice

ANNO ACCADEMICO 1978 - 1979)

CAPITOLO 1 - L'UNIONE GOLIARDICA ITALIANA

NASCITA DELL'U.G.I.

Le prime libere associazioni universitarie sorgono nel dopoguerra in stretta connessione con la lotta antifascista. In esse troviamo una varietà di orientamenti spiegabile con il desiderio di potersi liberamente riallacciare alle più diverse tradizioni, tutte combattute o mortificate dal fascismo. Spiega così Vigezzi (1): "Si tratta della ripresa e antiche feste goliardiche, vietate durante il regime, e del costume delle libere associazioni; o dell'affermarsi più contrastato dei vari gruppi frondisti esistenti interno del G.U.F. (2); o della iniziativa, più chiaramente politica, dei numerosi nuclei di opposizione clandestina, presenti in diverse università, e poi direttamente partecipi della lotta di Liberazione; o del primo manifestarsi, in una libera democrazia, dei gruppi universitari cattolici, stanchi dei logoranti compromessi subiti durante il precedente ventennio."

Associazioni, Consigli di Facoltà e di Interfacoltà, Organismi Rappresentativi si sviluppano così in pressoché tutte le Università d'Italia fin dal 1945-46.

In particolare tre raggruppamenti si distinguono chiaramente fin dal principio: dei Liberi Goliardi, delle organizzazioni cattoliche e dei cosiddetti Studenti Democratici, espressione della sinistra marxista. Tra questi schieramenti uno dei maqgiori elementi di polemica e di divisione è la questione delle Associazioni e dei Consigli di Interfacoltà (o Organismi Rappresentativi).

Che la democrazia dovesse inserirsi nell'università appariva a tutti un assioma indiscutibile, ma si divergeva profondamente nell'interpretazione del suo significato, dei fini, dei suoi compiti immediati. Da una parte infatti cattolici e comunisti auspicavano la creazione di Consigli di Interfacoltà, intesi come organismi permanenti basati su elezioni democratiche aperte a tutti gli universitari.

I goliardi, al contrario, temevano con questo meccanismo l'immediato interesse dei partiti politici ufficiali, che avrebbero creato tra gli universitari artificiose divisioni. Sembrava questo un modo indebito di introdurre la politica nelle università. II libero esercizio della cultura, la serietà degli studi e l'educazione dei giovani ne avrebbero sofferto immediatamente. In alternativa si proponeva come organizzazione quella delle libere associazioni goliardiche, aperte ad ogni studente. Questa tendenza trovò la sua più coerente espressione nel convegno di Venezia dei Prìncipi della Goliardia. Nel corso di tale convegno, tenutosi nel febbraio del 1946, venne formulata la "Dichiarazione di Goliardia", nella quale si legge tra l'altro: "Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità di fronte alla scuola di oggi e alla professione di domani; è culto dello spirito, che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di una assoluta libertà di crit

ica, senza pregiudizio alcuno, di fronte ad uomini ed istituti; è infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel Mondo il nome delle nostre libere Università di scholari." (3)

Questi princìpi e queste indicazioni trovarono subito largo consenso tra la popolazione universitaria. Le esigenze degli studenti democratici, sui quali la suggestione della lotta di Liberazione agiva con tutto il suo peso, erano senz'altro giuste ma spesso non mediate da un'attenta riflessione sui caratteri propri della vita universitaria. Ne emergeva un contrasto insanabile tra universitari comunisti e quanti si richiamavano invece ai partiti "democratici", dimostrandosi questi ultimi studenti maggiormente attenti ai problemi reali della vita universitaria.

In quegli anni tutti i partiti presero ad organizzare i propri movimenti giovanili, ma furono in particolare comunisti e democristiani a mietere nelle università tramite le rispettive associazioni (FUCI e CUDI). E' un fatto, però, che le punte avanzate della cultura nazionale alla caduta del fascismo restavano i Salvemini, i Croce, i Fortunato, gli Einaudi. Vale a dire i rappresentanti di una cultura di tipo liberale, e comunque ancora legata ai valori espressi con il Risorgimento. Si maturerà così negli anni dal '46 al '51 una crisi che porterà la grande maggioranza degli studenti democratici nell'U.G.I. Scrive ancora Vigezzi alcuni anni più tardi (4): "(...) i gruppi di estrema sinistra passeranno dal 43% a meno del 10% nel 1955 (Congresso nazionale universitario di Grado), dove la lista promossa dai comunisti ottenne un seggio sui 21 in palio, contro 9 dei goliardi che sfiorarono il decimo."

Il distacco ufficiale dalle organizzazioni partitiche consente quindi all'UGI di segnare molti punti a suo favore. Così si espresse in merito Aldo Garosci nel 1951 dalle pagine de "II Mondo": "(...) non hanno dietro partiti né organizzazioni né quattrini; sono una coalizione che fa leva sul fastidio dei goliardi per l'incasellamento troppo definito, per la riduzione di tutto sotto la direttiva di un partito, di una chiesa. Rappresentano in un certo senso la tradizione. Ma è una tradizione non ignobile, giacché è quella del Risorgimento; e nei momenti difficili ne vengono in luce gli elementi di libertà e di progresso. Danno un principio di organizzazione ai giovani e il gusto della vita sociale e li allenano a competizioni che, svolgendosi con il voto, sono democratiche; senza costringerli innanzi tempo in schemi fissi di partito o di setta." (5)

Queste pretese dei goliardi e la loro speranza di riunire nelle Associazioni tutti gli universitari, urtavano contro la moderna realtà delle organizzazioni di partito, i quali non potevano certo rinunciare ad una presenza nel mondo giovanile, e specialmente in quello universitario. La polemica che ne seguì non riguardava più le ragioni d'esistere della democrazia universitaria, ma ne discuteva le competenze. "Spettò alle associazioni goliardiche di indicare la giusta via tra l'impostazione massimalistica dei comunisti e quella conservatrice dei gruppi cattolici..." (6)

Questo riuscirono a fare aderendo il più possibile alla vita universitaria. La base per valutare gli interessi comuni a tutti gli studenti fu la condizione particolare del giovane che studia nell'università, con la coscienza del fatto che tali problemi erano comunque di natura politica. Si veda ad esempio come i goliardi passarono dal contestare la formula dei cattolici sul problema dell'assistenza, espressa in termini di "aiuto agli studenti bisognosi", alla elaborazione del tema di "assistenza allo studio", individuata poi più comprensivamente e a partire dal 1954-55 in "politica del diritto allo studio".

Così nei Primi anni del dopo-guerra i vari raggruppamenti universitari si venivano consolidando e precisavano sempre meglio le rispettive fisionomie ideali ed organizzative. L'UGI da Parte sua riusciva ad assorbire sia la varietà di liste indipendenti e goliardiche dei vari atenei, sia alcuni raggruppamenti costituiti su base diversa: dalla Lega degli Studenti Socialisti, alle Associazioni universitarie repubblicane, le "Oberdan", fino ad una vecchia organizzazione pre-fascista, la "Corda Fratres", che tutte vennero lentamente dissolvendosi.

In questi primi anni del dopo-guerra la vita politica italiana aveva già assunto l'andamento che manterrà per i successivi trent'anni. Esistevano due grossi schieramenti, quello cattolico e quello delle sinistre social-comuniste, tra i quali ogni tentativo di inserire una forza laica e democratica altrettanto determinante era finora fallito. Gli ideali politici di Salvemini, del Croce della "religione della libertà", del Gobetti della "rivoluzione liberale", potevano anche rappresentare l'elemento più autentico e più specifico della cultura italiana, ma non riuscivano per questo a tradursi nella organizzazione di una "terza forza" politica alternativa. Scriveva Gaetano Salvemini nel 1949 (7) che bisognava smetterla di proporre al popolo italiano (come facevano DC e PCI) un'assurda scelta fra Pio XII e Stalin.

I fatti portarono la situazione nel senso opposto. Il Partito Liberale perdeva voti a favore della DC e della destra reazionaria mentre si concludeva in un arido dibattito la discussione apertasi sulle colonne del "Mondo" su "Centrismo e Terza forza" (8).

Il fallimento di questa politica si rivelava totale con le due ultime iniziative di quegli anni. Da una parte un Comitato nazionale presieduto da Croce indiceva a Torino nel 1951 un convegno per l'unificazione liberale: un'unificazione che, secondo Giorgio Galli, avverrà su una piattaforma di destra e anticiperà "di un decennio quella che sarà la posizione politica di Malagodi" (9). Sul problema dell'involuzione del PLI torneremo a parlare trattando della nascita del Partito Radicale. L'altra iniziativa "terzaforzista" veniva da Ugo La Malfa. Il leader repubblicano avanzò la proposta di una Costituente programmatica dei tre partiti di democrazia laica per meglio equilibrare il potere democristiano. (10) Non poteva non sfuggire l'ambiguità di questa iniziativa: "era la Prima idea di quella strategia di centro-sinistra che il leader repubblicano avrebbe sviluppato e condotto avanti tenacemente negli anni successivi, una strategia che fin dall'inizio si presentava oscillante tra la ricerca di un diverso rapport

o di forza col partito cattolico e l'ambizione di più radicali contrapposizioni." (11) Oltre tutto La Malfa parlava di necessità di unione delle forze laiche difendendo al tempo stesso la collaborazione repubblicana con la DC. La proposta non avrà seguito; d'altra parte, l'unificazione liberale era allora nella sua luna di miele.

La situazione evolveva in modo radicalmente diverso nelle università. Si era infatti compiuto in quegli stessi anni il distacco degli universitari democratici dai comunisti, con l'ingresso dei primi nell'UGI: "privata di ogni autonomia la loro Federazione Giovanile, gli studenti del PSI per lunghi anni praticamente scomparvero." (12) La situazione di stallo nel paese ed il crescente successo delle associazioni goliardiche nelle università contribuivano così ad accentuare e a meglio definire idee ed obiettivi dell'UGI. Al IV· congresso nazionale universitario, tenutosi a Viareggio nel 1951, i goliardi riuscirono per la prima volta a proporsi con maggiore autorità non solo agli studenti, ma anche all'opinione pubblica nazionale, come un movimento originale, ricco di una propria storia, fermamente legato ad alcuni motivi fondamentali. Questi ultimi vengono delineati in quegli anni da Arrigo Benedetti: "I giovani goliardi dell'UGl (...) meglio corrispondono al [loro] ideale di laicità: il PLI, il PRI, il PSDI; m

a quasi sempre nessuno dei tre partiti [li] attrae particolarmente (...). Ciò che conta è che la nostra democrazia laica, vista, come si dice oggi, al livello della gioventù, non è turbata dai modesti problemi personali che spesso sono la spiegazione delle difficoltà che incontra un fronte democratico che vada dai liberali ai repubblicani e ai socialdemocratici. Ed è interessante notare che mentre molto spesso liberali, repubblicani e sociademocratici ritardano l'alleanza definitiva delle loro organizzazioni, perché sentimentalmente fedeli e schiavi d'un simbolo, d'una ideologia particolare ormai sfumata se non esaurita, questi giovani non paiono commuoversi alle istanze delle più nobili tradizioni." (13) E veniamo allora alla politica dell'UGI all'interno dell'UNURl e degli OO.RR.

Quel che maggiormente ci interessa esaminare sono i rapporti dei goliardi con le organizzazioni cattoliche e comuniste nel periodo in cui il terzaforzismo era entrato definitivamente in crisi ed il liberalismo si riduceva sempre più ad un'etichetta di comodo per forze reazionarie e conservatrici. Abbiamo visto come la reazione degli studenti laici a questo stato di cose nel paese non fosse stata di confluire nel CUDI, l'organizzazione comunista, ma, appunto, nell'UGI. Quest'ultima raccolse in breve una massa di studenti contrastati numericamente solo dalle confessionali FUCI (14) e Intesa cattolica (15).

Centro del contrasto nel ricordato congresso del 1951, fu la commissione per le attività culturali, voluta dai goliardi, accettata a stento e con diffidenza dai cattolici e con indifferenza dai comunisti. Era di nuovo in gioco tutta l'impostazione della "democrazia universitaria". Prevalse alla fine un atteggiamento di prudenza: si stabilì che tra le attività dell'UNURI l'assistenza avrebbe avuto una specie di precedenza gerarchica, pur accettando per questa attività l'impostazione più ampia dei goliardi. Questi ultimi avevano ormai chiarito in modo definitivo, a se stessi e agli altri, che non era ammissibile ridurre il significato della rappresentanza di tutti gli universitari alla assistenza e allo sport... Il centro dell'iniziativa sull'assistenza veniva per esempio indicato nelle Opere Universitarie, e non più nei centri per l'assistenza universitaria, come facevano i cattolici.

Nonostante tali polemiche fu raggiunto, sempre nel 1951, un accordo con l'Intesa per il governo dell'UNURI, obiettivo principale della contesa. Base dell'accordo fu infatti la presidenza dell'UNURI stessa ai cattolici e la maggioranza dei seggi in giunta esecutiva per l'UGI. Ma nei mesi che seguirono la posizione dei "goliardi" assunse sempre maggiore importanza ed uno dei loro, Sergio Stanzani, riuscì a conquistare anche la presidenza dell'UNURI. (16)

Da questo momento i contrasti tra UGI e cattolici si faranno sempre più aspri, divenendo l'UNURI "l'unico organismo scolastico che i cattolici non controllano pienamente".(17)

I termini di tale contrasto troveranno la loro formulazione definitiva nel congresso di Milano nel 1953 e li esamineremo con particolare attenzione.

Al punto in cui siamo (1951) l'UGI aveva dunque accettato la realtà della democrazia universitaria, ne riaffermava l'autonomia e le esigenze, sostenendo per questo una polemica intransigente con le organizzazioni cattoliche e comuniste. Tutto ciò comportava nuove responsabilità. Si potrebbe dire, anche se un po' superficialmente, che si trovarono a coesistere due anime nell'UGI: l'una legata alla associazione tradizionale, l'altra aperta ai problemi politici. Pur trattandosi di politica universitaria o, in termini più generali della scuola, venivano scoperti e combattuti ogni giorno il conformismo dei cattolici ed il tatticismo dei comunisti. Ne derivava per l'UGI un arricchimento dei propri ideali politici ed una maggiore presa di coscienza del proprio ruolo anche al di fuori dell'università e dopo di essa, che venne descritto come segue da Brunello Vigezzi circa 12 anni più tardi: "La vita universitaria diveniva, per i giovani dell'UGI, occasione di reale iniziativa Politica. (...) i goliardi non solo si r

endevano esperti delle deficienze dei loro Atenei, ma misuravano la profonda, ineliminabile indifferenza dei gruppi oppositori per il libero esercizio della cultura e della ricerca. Concentrando l'attenzione sul momento dello studio, della formulazione professionale, dell'educazione del giovane, lenta, libera e consapevole, essi FINIVANO CON IL RITROVARE LE RAGIONI DI UNA POLEMICA A FONDO CON CATTOLICI E COMUNISTI. La lotta politica necessariamente si illuminava per i goliardi delle sue ragioni ideali; un'antica tradizione culturale, vissuta di libertà e in libertà, ne costituiva le premesse necessarie, pur con un costante e non vano desiderio di modernità. La stessa polemica con i giovani cattolici e comunisti non permetteva indugi su un passato fatto rivivere tale e quale; le deficienze dell'università e della cultura accademica erano parte e conseguenza di quella stessa tradizione liberale a cui si richiamava; le necessità organizzative affrontate con impegno, in ogni università e nelle città di provincia

, portavano ad un continuo contatto con la vita presente. L'UGI non si rifece cosi puramente e semplice ente alla cultura liberale prefascista, ma piuttosto a quei motivi di resistenza al fascismo, che si avvertivano ricchi di premesse per l'avvenire. Ci si richiamò spesso alla "Rivoluzione liberale" di Gobetti; a tutti quelli che gli furono idealmente vicini, e sPecialmente a Guido Dorso." (18)

Ho voluto riportare queste righe di B. Vigezzi perché, nonostante alcuni toni appassionati e forse enfatici, rendono bene l'idea di come molti goliardi si accostassero ai problemi della politica.

1952: CONGRESSO DI FIRENZE

Avendo detto che si trovavano a coesistere due anime nell'UGI, l'una legata alla associazione tradizionale, l'altra aperta ai problemi politici, aggiungiamo ora che la politica fu il tema quasi "a sorpresa" del VI· congresso nazionale dell'UGI, tenutosi a Firenze nel settembre del 1952 (19). Dato che il centro dell'iniziativa aveva coinciso in pratica con il gruppo che aveva avuto una posizione direttiva nell'UNURI, fu ad esso che spettò il compito non facile di ritrovare una reale unità dell'UGI. In modo particolare Franco Roccella (20) nella sua relazione introduttiva accompagnò ad una critica senza riserve dell'istituto universitario l'individuazione dei compiti particolari che spettavano agli studenti per sanare questa situazione. II tutto era posto in una prospettiva più vasta, che finiva con il riguardare la vita politica nazionale nel suo complesso. Ritengo opportuno riportare qui di seguito almeno una parte della relazione di Roccella poiché contiene già, a mio avviso, le indicazioni e l'ispirazione

con cui di Iì a tre anni buona parte dei "goliardi" contribuiranno alla nascita del Partito Radicale.

"... Noi ci siamo raccolti intorno ad una tradizione e ad un mito: libertà della cultura, ossia libertà operante del pensiero e della ricerca, partecipazione piena ed autonoma dei giovani alla vita universitaria, come esperienza formativa e con un preciso ideale riferimento alle nostre antiche e libere università di scolari... Il problema italiano attuale oltre a essere un problema di autonomia è anche un problema di iniziativa. A questo punto si legittima la democrazia universitaria, si giustifica una politica universitaria assolutamente autonoma ed originale. Noi crediamo che non ci sia per noi alcuna risoluzione, se non acquistiamo il senso di una piena autonomia civile, una fondamentale condizione di libertà individuale e collettiva di autosufficienza e di competenza, di pienezza di progressi e di conclusioni storiche da rendere impossibile, oggi, ogni forma di partitocrazia e da evitare che sia la formula preventiva e meccanica a condizionare il cittadino. Per questo ci sentiamo slegati ad ogni vincolo

di partito e questo abbiamo inteso affermare gridando "fuori i partiti dalle università", non per rifiutare l'impegno ad una partecipazione, ma per iniziare l'esercizio di una piena autonomia civile. Goliardia è per noi un particolare modo di intendere la vita alla luce di una assoluta libertà di critica, senza pregiudizio alcuno di fronte ad uomini ed istituti. E noi oggi aspiriamo... NON ALL'UNITA' DELLE FORZE LAICHE (tra noi vi sono anche dei cattolici) MA ALL'UNITA' LAICA DELLE FORZE COME FONDAMENTO DELLA DEMCRAZIA (il maiuscolo è mio)." (21)

Si noti come in questo passo tornino con frequenza i termini "autonomia", "autonomo". Questa insistenza sulle autonomie, delle iniziative, della cultura, dell'individuo, dai partiti, non era dovuta soltanto alla necessità di superare la tenace opposizione in questo congresso di tutti coloro che parlarono di abbandono delle "tradizioni goliardiche" e di politicizzazione terzaforzista. Se nel Palagio dell'Arte della Lana di Firenze non mancarono queste polemiche, il significato del concetto di "autonomia" nella relazione di Roccella va cercato però senz'altro nella parte conclusiva del testo. Fermi restando gli ideali della Resistenza e l'adeguatezza dello sforzo unitario della Costituente per la ricostruzione del Paese, l'Italia del dopoguerra aveva tuttavia troppo spesso ceduto alla tentazione di indicare la soluzione di gravi problemi politici e sociali in un generico quanto utopistico "embrassons-nous". I risultati di una politica del genere erano sotto gli occhi di tutti e a maggior ragione della gioventù

laica universitaria: era già costata l'accettazione da parte comunista del Concordato con la Santa Sede; aveva portato solo proposte frontiste da parte dei partiti di sinistra; aveva consentito alla DC di consolidare il proprio potere unendo le masse sotto il ricatto decennale e prefascista del "pericolo rosso". Come Parlare ancora in questa situazione di "unità delle forze laiche?" Quella di Roccella non è una sottigliezza oratoria; si fa strada nella mente dei goliardi il concetto del laicismo non più inteso come etichetta da spolverare per giustificare proposte frontiste più o meno di sinistra; ma laicismo inteso come comportamento e atteggiamento di chiunque nei suoi rapporti con gli altri. Non era forse di fronte ad un tale atteggiamento laico che nell'UGI erano confluite le forze più disparate? Non mancano già allora i cattolici, come ricorda lo stesso Roccella e vedremo questo fenomeno estendersi ai comunisti.

Ma torniamo ai lavori del congresso, senza dimenticare i fatti che ne determinano l'importanza. Da una parte il fatto che l'UGI rappresentava allora un vero e proprio movimento universitario di massa, grazie al quale si avevano punte elevatissime di partecipazione alle elezioni di ateneo ed una UNURI costretta ad occuparsi realmente di tutto quanto riguardava la vita universitaria. In più, come faceva notare Carlo Laurenzi in un articolo all'epoca del congresso, (22) l'UGl era una "terza forza" nell'ambito universitario, l'ambiente da cui sortiranno i reggitori del Paese. L'avvenimento del loro congresso, specie se in esso fosse saltata fuori una presa di coscienza dei propri impegni politici, non poteva non essere attentamente seguito. I "goliardi", che avevano, sì, una pregiudiziale laica, antifascista ed anticomunista venivano rapportati, al di là delle barriere di partito, all'area repubblicana, socialdemocratica e liberale. E fu con la difesa coerente della propria autonomia che la polemica iniziale, pi

ù istintiva che meditata, dell'UGI verso le ingerenze dei partiti nella vita universitaria si era mutata in un giudizio consapevole nei loro confronti. "Nel tentare un'opera di moderno rinnovamento dell'istituto universitario si era visto anzitutto come ad essa rimasero intimamente estranei i vari partiti; come nessuno di essi fosse capace, non a caso, di un'iniziativa concreta in questo senso". (23) Distanze dai partiti, ma certo non più dalla politica: "neanche stamane abbiamo visto berretti goliardici", afferma Carlo Laurenzi dalle colonne de "La Stampa" (24) e prosegue con le parole di Sergio Stanzani, relatore organizzativo del congresso: "dobbiamo farla finita con l'avvalorare l'idea che i goliardi siano dei capiscarichi e dei buffoni" (25). Battaglia abbastanza impari, continua Laurenzi (come non pensare al goliardo "medio", indifferente e festaiolo?), e conclude: "ma se riuscissero a vincerla, l'UGI avrebbe fatto per la democrazia italiana molto di più, straordinariamente di più, di quanto non sia le

cito attendersi da un'organizzazione universitaria, un pugno di ragazzi di buona fede." Pur restando talvolta nell'astratto con le loro dichiarazioni sulla libertà, la democrazia, la vita politica, i goliardi "mettono in campo un problema di fondo: bisogna esserne loro grati". (26) Non è poco infatti, leggiamo ancora nello stesso articolo, il fatto che "facendo perno su una massa goliardica sorda ed indifferente, i giovani dell'UGI tendono alla moralizzazione degli Atenei, contrastandone il dominio ai gruppi politici totalitari".

Come vediamo la stampa nazionale andava molto a fondo nelle analisi di quello che a torto si sarebbe potuto ritenere un congresso di interesse specificamente universitario. Oltre a Laurenzi su "La Stampa", si occupavano diffusamente dei lavori dell'UGI in quei giorni Umberto Segre sul "Corriere Lombardo", Piero Accolti su "Il Tempo", Paolo Pavolini su "Il Mondo", Tullio Gregory e Adolfo Battaglia su "La Voce Repubblicana", Raniero La Valle sul periodico "Civitas", Franco Salvi in "Ricerca", ecc. (27)

Intanto, ascoltate le relazioni ed il successivo dibattito politico, la componente "goliardico-qualunquista" passava al contrattacco. Si denunciò l'astrattezza del congresso, lasciatosi dominare dalla politica. Reazione prevista da Carlo Laurenzi quando parlava di "battaglia impari", anzi, "disperata" dei "goliardi senza berretto". Notava ancora Laurenzi: "L'UGI è al bivio tra il vecchio e il nuovo. Di qua ci sono le care, sentimentali chincaglierie del passato, il gusto della vita di bohème, del poco studio, dei brindisi, delle passeggiate al chiaro di luna: ne sono uscite generazioni di uomini che credettero nell'Italia imperiale crollata nella polvere. Di là ci sono parole ardue, un impegno laborioso, antiretorico di chi si pone entro i limiti della fatica professionale compiuta con modestia consapevole, quindi con virtù d'esempio". (28)

"I goliardi a Firenze votano per la democrazia" è il titolo con cui Carlo Laurenzi terminava la sua cronaca giorno per giorno del congresso UGI. (29) I goliardi democratici, come vengono definiti, ottengono la maggioranza, ma non senza un duro scontro con i "qualunquisti". C'è nell'articolo un sospiro di sollievo: "per tutto un anno la frazione più viva dei goliardi ha mano libera nella politica universitaria di base. Dispiace però che siano emerse discordie cospicue" le quali hanno "costretto l'UGI a definirsi con una precisione non proprio machiavellica". Oltre a questo mi sembra sia necessario notare il tipo di crescita politica che l'UGI aveva effettuato con il suo VI· congresso. Crescita gravida di conseguenze sia nei rapporti che ne sarebbero derivati con le organizzazioni cattoliche e comuniste, sia nel tipo di problemi che avrebbe creato all'interno dell'UGI medesima. Il congresso di Firenze riusciva certamente a collegare esplicitamente l'impegno nell'università a una generale visione della vita pub

blica; i goliardi si costituivano come forza moderna capace di iniziativa autonoma; ribadivano il valore del principio associativo; esprimevano una efficace critica ai partiti esistenti e motivavano la loro insoddisfazione per lo stato della lotta politica in Italia. In più, il congresso si era schierato per il principio dell'associazione "chiusa", vale a dire con una propria originale fisionomia laica e democratica che escludeva gli elementi totalitari e confessionali. Le associazioni goliardiche dovevano restare svincolate da opprimenti ipoteche esterne e non arroccarsi a loro volta su posizioni di partito. Gli studenti erano invitati ad aderirvi individualmente sulla base del principio associazionistico ed in vista delle battaglie comuni sulla scuola, la libertà della cultura, contro le deficienze delle università italiane. Questi di per sé erano obiettivi di vasto contenuto politico ed i fatti successivi lo dimostrarono. Infatti dalla polemica con gli universitari cattolici e comunisti sugli Organismi Ra

ppresentativi, sulla gestione dell'UNURI, sull'impostazione del problema dell'assistenza universitaria, si risaliva senza sforzo ad una visione più larga, che inseriva l'azione dell'UGI nel piano più vasto del paese.

Gli altri movimenti universitari si sentirono allora messi completamente in discussione dalle iniziative dell'UGI. Una prima sortita, dal tono apparentemente distaccato, si ebbe su "L'Avvenire d'Italia" a ridosso del congresso dell'UGI. (30) Al quotidiano cattolico apparve tutto sommato preferibile una scelta politica chiara piuttosto che un ambiguo qualunquismo nell'UGI: "in fondo (...) con questa chiarificazione si affronta decisamente (...) la realtà politica italiana. Lontani da falsi assenteismi, orientati anzi via via dagli studenti migliori (o meglio quotati verso questo o quel partito di minoranza (...), ecco che l'UGI esce da ogni equivoco e si prepara ad assumere, in globo, il suo posto di lotta sugli spalti della democrazia italiana, con uno spirito genuinamente goliardico e con una chiara visione dei doveri futuri, come cittadini e come metri della classe dirigente del domani". (31) Tuttavia "L'Avvenire d'Italia" si pone con preoccupazione una domanda assai rilevante per il futuro delle relazioni

con i goliardi: "Il debole tentativo di alcuni tra i "liberali" delegati al convegno per sopprimere ogni estemporanea fioritura di superato anticlericalismo è destinata (...) a naufragare nella progressiva presa di posizione d'un laicismo ad oltranza, segno di divisione, più che di unione, fra i goliardi italiani?" Mentre ritengo superfluo replicare a parole di questo genere sottolineando le differenze tra laicismo, anticlericalismo e rispetto dei credenti, mi sembra invece necessario rilevare la non accettazione da parte cattolica di un elemento ormai fermo nell'UGI: il laicismo è diventato una pregiudiziale non meno importante dell'antifascismo o dell'anticomunismo di allora. Scorrendo i giornali dell'epoca non accade mai di trovare preoccupazioni espresse da parte cattolica sull'anticlericalismo nel paese, nonostante il PCI si atteggiasse a rigido oppositore della Democrazia cristiana. Si sapeva d'altronde che persino il PCI dell'epoca togliattiana era malleabile sul fronte "anticlericalismo". Lo aveva d

imostrato fin dalla Costituente lasciando che si mantenesse il Concordato con la Santa Sede.

Siamo di fronte ad un organismo universitario in crescente polemica con cattolici e comunisti e non meno severi nei confronti dei partiti laici, non soltanto per quel che riguarda eventuali ingerenze nell'università. Viene da chiedersi quale sbocco politico avrebbe avuto questa posizione di giovani destinati ad essere classe dirigente. In definitiva vi erano per i componenti dell'UGI due sbocchi possibili: da una parte la costituzione di un nuovo organismo politico - di fatto un nuovo partito - ispirato ai principi "goliardi", assertore della "unione laica delle forze democratiche"; dall'altra lasciare che queste energie provenienti dall'università confluissero individualmente nei partiti laici già esistenti. Su queste scelte si aprirà di lì a qualche mese una dura polemica all'interno dell'UGI.

1953: VII· CONGRESSO NAZIONALE DELL'UGI. MILANO

Intanto la scelta fatta a Firenze, con il suo esplicito rifiuto del "qualunquismo" si rivelava fertile di un impegnativo sforzo di approfondimento ideologico. Liberandosi, la polemica investì alla radice il problema dei rapporti con i cattolici. Al VII· congresso nazionale dell'UGI, il tono della relazione di Marco Pannella su "L'UGI e le forze universitarie cattoliche" fu netto: per chi volle comprendere, la futura classe dirigente dei partiti laici escludeva ogni possibilità di collaborazione con le organizzazioni politiche cattoliche. Questo in tempo di governo quadripartito e di primi accenni da parte lamalfiana di quella che sarà poi la politica collaborazionistica del centro-sinistra.

Che cosa diceva in sostanza la relazione di Marco Pannella? (32) "La collaborazione tra goliardi e cattolici è ormai una collaborazione infranta, che rischiava di vivere di espedienti, di falsità, di ragioni inutili". I motivi andavano ricercati nella constatazione del reale gioco politico che l'Intesa introduceva nelle università: non si trattava d'altro che di una grossa organizzazione elettorale. I cattolici avevano infatti cessato di vedere nell'UNURI un elemento tecnico-organizzativo della vita universitaria, individuando un preciso terreno politico sul quale avanzare.

Cosa si erano proposti di fare? Avanzava una risposta in merito Umberto Segre dalle colonne del "Corriere Lombardo", nei giorni stessi del congresso: "La FUCI propone tutta una serie di riforme organizzative degli studenti nelle singole facoltà. (...) I cattolici ricorreranno come a principio e coronamento del loro impegno, alla teologia e alla loro fede nel soprannaturale. Tutto questo non sarà naturalmente fine a se stesso: sarà la formazione, a lunga scadenza, di nuovi "quadri" di una società nazionale che risolve la sua crisi". (33) Pur senza entrare in merito alle singole riforme organizzative proposte, quello dell'Intesa si rivelava un programma molto ampio, che abbracciava l'intera comunità universitaria e non poteva non provocare una rispostala parte laica. Fin da ora, comunque, l'organizzazione dei cattolici rappresentava, nell'analisi di Pannella, un carozzone elettorale con "l'offerta da parte della DC di alcune centinaia di voti cattolici, che non sono consapevoli di quello che rappresentano, che

non sono consapevoli dell'impegno civile, perché il loro cattolicesimo non arriva a questo". (34)

Da laici e sostenitori di un processo di associazione su esigenze, ragioni ed impegni comuni, gli studenti dell'UGI dichiaravano di non aver più bisogno della mediazione della DC per giungere ai cattolici: "... noi possiamo ora giungere alla base cattolica senza una mediazione che comprometterebbe ai cattolici la libertà". (35) In altri termini Pannella si attestava, riproponendolo, su di un processo di associazione dei cattolici "liberati" nell'UGI. Con la lotta e con il dialogo politico altri si sarebbero liberati dalla unità politica e culturale nella DC o nell'associazionismo clericale.

Sul piano della più concreta azione politica, non ci sono mezzi termini: "Con l'Intesa non si collabora". Proseguendo nella sua relazione, Pannella precisava il senso di questa recisa affermazione: "Non abbiamo collaborato con l'Intesa, abbiamo collaborato con alcune persone libere dall'equivoco. Ed è fatale che questo accada: c'è chi vuole entrare nella politica non rispettando se stesso, la libertà, ma andandovi con sfiducia, con segni di inferiorità, per cui si ha bisogno secondo gli amici cattolici della politica Gentiloni-Giolitti. Se siamo ridotti a questo, noi veramente oggi stiamo combattendo per l'ingresso dei cattolici nella società italiana, noi combattiamo per la libertà dei cattolici". (36) Questo atteggiamento di chiara rottura con le organizzazioni politiche cattoliche conteneva un preciso messaggio rivolto ai cosiddetti partiti laici minori, PSI incluso: nessuna collaborazione potrà intervenire tra un laico e chi, sovrapponendo la religione alla politica, fa dell'unità politica dei cattolici

lo strumento di attuazione di una politica clericale. Lo spettacolo della continua subordinazione alla DC da parte dei partiti laici non poteva non deludere gli studenti dell'UGI. Essi erano nei fatti abituati a ben più chiari rapporti con le forze cattoliche all'interno dell'università. Pannella prendeva le distanze dai partiti laici da un punto di vista quasi ideologico affermando al congresso di Milano: "Noi non siamo i tre partiti laici o i due partiti laici; non siamo nemmeno gli eredi battezzati, necessari, delle posizioni laiche italiane". (37) Da un punto di vista più concreto Umberto Segre notava che (38) "... meno del 5% dei laici "goliardi" di Pavia sono contemporaneamente iscritti a federazioni giovanili di partiti "laici"." Pur trattandosi solo di un copione, Segre ne deduce un monito preciso: che i partiti con la loro politica di apice, con il loro tatticismo, stiano all'erta: "i giovani si riservano di essere "laici" fino al punto di volerli attentamente e spregiudicatamente giudicare". (39) E

giudizi molto severi non tardarono ad emergere nel corso di questo stesso congresso. In particolare Franco Roccella (40) accusava repubblicani, liberali e socialdemocratici di costituire altrettante "parrocchie laiche", per giunta succursali di quella cattolica. Questo era il risultato di una politica volta alla ricerca di compromessi con l'organizzazione clericale e che non si rivolge DIRETTAMENTE ai credenti, come agli altri, sui reali problemi del paese. Il laico, sempre secondo Roccella, deve impegnarsi a rispettare la libertà di espressione di qualsiasi convinzione religiosa, politica o altra. Si sentirà altresì in dovere di combattere qualsiasi istituzione che tenti di impedire tale libertà di espressione. Per quel che concerne i cattolici, essi siano "liberi di configurarsi sul piano politico indipendentemente da pregiudizi confessionali, pregiudizi che rappresentano un ostacolo insuperabile sulla via dell'accordo fra laicie cattolici". (41)

Nonostante la chiarezza delle posizioni e l'approfondito dibattito, sulla questione dei rapporti tra UGI ed Intesa, vennero presentate due mozioni divergenti. (42) Il senso degli interventi di Pannella e Roccella veniva riassunto dalla mozione firmata da Brunello Vigezzi. In essa, notava il "Corriere Lombardo" (43) veniva messo in luce il problema della "base", vale a dire "dei tanti e tanti studenti di periferia, delle singole università, dove la penetrazione reciproca, tra cattolici e laici, si chiude dinanzi ad una disciplina tattica, che i "goliardi" accusano nei cattolici come un metodo di "forza elettorale", di conquista di posizioni di primato. (...) I cattolici, si diceva da questo punto di vista, (...) non ci offrano compromessi da gruppo a gruppo; sciolgano, cristianamente, attivamente, questo nodo paralizzante della loro "unità politica", vengano, "persona dinanzi a persona" ad affrontare con noi, fino alla discussione dei loro principi stessi, i problemi universitari". La sostanza laica ed i cont

enuti di chiarezza nei confronti delle forze cattoliche, saranno costanti nella polemica anti-democristiana di questi "giovani" nella loro militanza all'interno del Partito Radicale. Anche là, come ora nell'UGI, tanta chiarezza e tale domanda di confronto e di intransigenza, risultarono alla fine minoritarie. Come il Partito Radicale finirà con l'essere un elemento di spinta per il centro-sinistra, così l'UGI in questo congresso preferì approvare l'altra mozione, sottoscritta da Terenzi. Questa sembrava riconsacrare la politica "da gruppo a gruppo" e riaffermare la validità della collaborazione con il gruppo cattolico in seno all'UNURI.

Mozioni divergenti a parte, l'orientamento politico dell'UGI ed il problema dei rapporti con i cattolici uscivano da questo congresso notevolmente chiariti. Se ne ha una prova scorrendo commenti e prese di posizione espressi da ogni parte in seguito al dibattito di Milano. (44) Per parte cattolica, la più diretta interessata nella polemica, rispose Raniero La Valle, vice-presidente della FUCI. (45) L'accusa all'Intesa di essere uno strumento elettorale della Democrazia Cristiana non viene neppure presa in considerazione. Quello che sembra destare maggiore interesse è il rifiuto, da parte dell'UGI, di collaborazione con l'Intesa negli Organismi Rappresentativi ed un incontro con i giovani cattolici come singoli. "Questa tesi - interveniva La Valle (46) - si presentava astratta, perché staccata da una consapevole considerazione storica; vi era completamente assente una indagine storiografica dei cattolici in Italia che permettesse di comprendere la ragione della nascita e del permanere della loro unità sul pia

no politico, come essa fosse stata resa necessaria dal particolare tipo di rapporti intercorrenti tra la Chiesa e la società civile in Italia, dall'assenza cioè di una vera pace religiosa, dall'essere la Chiesa impedita di svolgersi secondo la sua vera natura; come non sia l'unità politica dei cattolici causa della crisi attuale, ma semmai conseguenza e come oggi una sua rottura non farebbe che accelerare la crisi perché solo il comunismo potrebbe occupare il vuoto da essa lasciato". E mentre da una parte i partiti laici sembravano condividere questa analisi, tanto da preferire una collaborazione con la DC ad ogni ipotesi di dialogo con la sinistra marxista, dall'altra l'UGI negava esplicitamente la possibilità di cooperazione tra laici e forze cattoliche nella loro espressione politica.

Il CUDI, organismo universitario degli studenti comunisti, si poneva in uno stato di "disponibile attesa" nei confronti dell'UGI. Al contrario di quanto avveniva nel paese, il gruppo comunista aveva perduto l'iniziativa laica nella rappresentanza. Non era riuscito ad erigersi, per dirla con Giorgio Festi, "a difensore della libertà della cultura". (47) Riconoscendo all'UGI l'iniziativa laica, il CUDI cominciava a concederle il suo pieno appoggio quando lo riteneva opportuno. Atteggiamento assai laico che schiudeva la possibilità di un dialogo dai più ritenuto in quei tempi impossibile. Diceva ancora Giorgio Festi nella sua relazione, rivolto ai comunisti: "Li ringraziamo del loro appoggio, ma dobbiamo onestamente avvertirli che useremo di questa loro manovra a nostro esclusivo vantaggio, e senza la minima concessione". (48) Invitato al congresso dell'UGI come rappresentante dell'organismo comunista, D'Alessandro si rivolse ai "goliardi" con estrema cordialità. (49) Prendendo atto della apertura implicita nel

la relazione di Festi, il rappresentante del CUDI ricordava la originaria unità d'impegno morale della attuale generazione universitaria, nella Resistenza ed insisteva sul contributo specifico che i comunisti recavano alla vita associata nell'università: quello del contatto con altri strati della nazione, i lavoratori. Franco Roccella, che per primo aveva parlato di "unione laica delle forze democratiche", delimitava allora con maggior chiarezza il senso di questi rapporti con l'organizzazione comunista: "I goliardi sono lieti di questo cammino comune; ma invitano i comunisti a prendere ben nota che la concezione di libertà che anima i "goliardi" non è dilatabile in modo da identificarsi con il concetto generico di "generazione"; essa ha caratteristiche storiche e culturali ben precise, che sono in sostanza quelle liberali e democratiche". (50) L'espressione "cammino comune", utilizzata da Roccella in questa sua risposta a D'Alessandro non poteva non suscitare attenzione ed interesse da parte comunista e lai

ca, nonché preoccupazioni da parte cattolica. Non dobbiamo mai dimenticare che in questi primi anni del dopoguerra era fortemente radicato nella classe politica del paese il concetto di "democrazia" come completamente antitetico a termini come "sinistra" o "comunismo". La posizione dell'UGI era tale che la pregiudiziale laica era senz'altro prioritaria su quella dell'anticomunismo. E nel corso degli anni successivi sarebbe emersa tutta la portata di questo anti-dogmatismo.

Non molto tempo dopo, infatti, l'UGI offrirà a comunisti e socialisti l'apertura delle proprie associazioni, chiedendo al singolo studente l'accettazione del metodo democratico, senza intese che passassero attraverso i partiti. Questa impostazione dei rapporti politici tra le organizzazioni studentesche diede i suoi risultati: nel 1957 il CUDI si sciolse, invitando i propri soci a confluire individualmente nell'organizzazione unitaria laica e di sinistra.

NOTE AL CAPITOLO 1

1) Brunello Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", anno VIII, n.1/2, febbraio-aprile 1964. A cura della Società Dante Alighieri

2) G.U.F. era la sigla della "Gioventù Universitaria Fascista"

3) Dalla "Dichiarazione di Goliardia" formulata al I· Convegno dei Prìncipi, in Venezia, febbraio 1946. Riportato in "Goliardia è cultura e intelligenza", a cura dell'UGI, Firenze 1954

4) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

5) A. Garosci: "Gli anziani distratti", in "Il Mondo", 3 feb-

braio 1951

6) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

7) Gaetano Salvemini: "Qualche sasso in piccionaia", in "Il Mondo" 24 dicembre 1949

8) Vedi in particolare la polemica tra Sturzo e Gentile nel corso del 1949, in vari numeri de "Il Mondo"

9) Giorgio Galli: "Il difficile governo", Il Mulino, Bologna 1972 pag. 105-106

10) I termini della proposta sono chiariti dallo stesso La Malfa in "Il Mondo" 8 dicembre 1951: "il passato il presente"

11) Paolo Bonetti: "Il Mondo 1949-66", Bari, Laterza 1975

12) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

13) Arrigo Benedetti: "Gli studenti sono democratici", in "L'Europeo" n. 428, 27 dicembre 1953

14) F.U.C.I. era la sigla della Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Per una bibliografia esauriente sulla FUCI si rimanda a T. Veroi - F. Mastropaolo: "La Federazione Universitaria Cattolica" in "Il Veltro" n.1/2, 1964, cit.

15) "Intesa" era chiamato l'organismo politico che radunava, oltre alla FUCI, cattolici isolati o provenienti da altri movimenti.

16) Paolo Pavolini: "Gioventù senza uniforme" in "Il Mondo" 11 ottobre 1952

17) Ibid.

18) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

19) Il VI· congresso nazionale dell'UGI si tenne a Firenze, nel Palagio dell'Arte della Lana, dal 22 al 25 settembre 1952. Le relazioni vennero pubblicate in "Goliardia è cultura e intelligenza", Firenze 1954, cit.

20) Ibid.

21) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

22) C.L.: "Universitari a convegno nelle sale di Palazzo Vecchio" in "La Stampa" 23 settembre 1952, pag. 3

23) Vigezzi: "I Goliardi", in "Il Veltro", cit.

24) C.L.: "Senza berretto i goliardi al convegno di Firenze" in "La Stampa", 24 settembre 1952

25) Ibid.

26) Ibid.

27) Una dettagliata rassegna dei commenti al VI· congresso UGI sulla stampa nazionale è riportato in "Goliardia è cultura e intelligenza", Firenze 1954, cit. pag. 49-51

28) C.L.: "L'addio dei goliardi al mondo goliardico?" in "La Stampa" 25 settembre 1952

29) C.L. in "La Stampa" del 26 settembre 1952

30) "Non apoliticità ma apartiticità", anonimo, in "L'Avvenire d'Italia" del 27 settembre 1952

31) Ibid.

32) "Critica Liberale", Roma, gennaio-febbraio 1954

33) Umberto Segre: "Goliardi a congresso da stamane a Milano" in "Il Corriere Lombardo" 19 dicembre 1953

34) Marco Pannella: "L'UGI e le forze universitarie cattoliche": relazione al VII· congresso nazionale dell'UGI. Milano, dicembre 1953. La relazione è riportata in "Goliardia è: cultura e intelligenza", Firenze 1954, cit., e in "Critica Liberale", Roma 1954, cit.

35) Ibid.

36) Ibid.

37) Ibid.

38) U. Segre: in "Il Corriere Lombardo", 19 dicembre 1953, cit.

39) Ibid.

40) Franco Roccella: "Prolusione al congresso", in "Goliardia è cultura e intelligenza", Firenze 1954, cit.

41) Dario Paccino: "La rappresentanza universitaria e l'educazione civile dei giovani", in "Il Nuovo Corriere", 22 dicembre 1953

42) E.C.: "Il convegno dei goliardi approva le mozioni conclusive", in "Il Corriere della Sera", 24 dicembre 1953

43) Anonimo: "Concluso all'alba il congresso dei goliardi", in "Il Corriere Lombardo", 23 dicembre 1953

44) Anche per il VII· congresso dell'UGI, si rimanda alla rassegna dei commenti sulla stampa nazionale in "Goliardia è cultura e intelligenza"; Firenze 1954, cit., pag. 120-24

45) Raniero La Valle: "Il congresso dell'Unione Goliardica Italiana" in "Civitas", marzo 1954

46) Ibid.

47) Relazione di Giorgio Festi al VII· congresso nazionale dell'UGI, in "Goliardia è cultura e intelligenza", Firenze 1954, cit.

48) Ibid.

49) L'intervento di D'Alessandro (CUDI) venne sintetizzato e commentato ne "Il Corriere Lombardo" del 22 dicembre 1953

50) Risposta di Franco Roccella, ibid.

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