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Parachini Rolando - 1 gennaio 1979
(3) STORIA DELLA "SINISTRA RADICALE" dal 1952 al 1962 - CAPITOLO III - IL PRIMO CONGRESSO NAZIONALE DEL P.R. E LA VICENDA "IL PAESE" (1959)
di Rolando Parachini

SOMMARIO: Chi sono i "nuovi radicali"? Esistono legami tra l'odierno partito e quello degli anni '50? Possiamo trovare oggi linee politiche comuni o addirittura personaggi di allora? L'autore sostiene la tesi della continuità politica ripercorrendo la storia dei radicali dall'Ugi alla costituzione della "Sinistra radicale".

(UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA - FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA

TESI DI LAUREA: Relatore Prof. Renzo De Felice - ANNO ACCADEMICO 1978 - 1979)

CAPITOLO III - IL PRIMO CONGRESSO NAZIONALE DEL P.R. E LA VICENDA "IL PAESE" (1959)

Dal 28 febbraio 1959 si teneva a Roma il primo Congresso Nazionale del Partito Radicale. Dagli avvenimenti relativi alla fondazione del P.R. passiamo direttamente a questo periodo, poiché è durante questo congresso e pochi giorni più tardi che vennero alla luce le profonde divergenze tra gli esponenti della "sinistra" del partito ed i suoi quadri dirigenti. Dissapori tra le parti si erano già manifestati in precedenza, ma non sono purtroppo documentabili. Da una parte non se ne occupò mai la stampa nazionale, dall'altra le strutture stesse del partito radicale fecero in modo che ogni frizione non trapelasse all'esterno. Con la primavera del 1959 molte carte vengono invece gettate in tavola: il congresso dovette prendere atto delle diverse posizioni esistenti al suo interno; la stampa se ne occupò, anche se assai marginalmente.

I temi del congresso venivano trattati singolarmente

dall'avv. Mario Boneschi nella sua relazione programmatica, portata a conoscenza dei responsabili dei gruppi radicali, dei consiglieri nazionali e dei membri del Comitato Centrale nel dicembre del 1958. (1) Veniva qui esposto il programma politico generale del partito e veniva riassunto quanto elaborato fino a quel momento dai radicali in materia di libertà politiche e civili, di politica economica, agraria, tributaria e finanziaria, in materia di previdenza ed assistenza, di politica scolastica, sui rapporti tra Stato e Chiesa, in materia di politica estera. Un'analisi che muoveva dalla considerazione che era in corso in Italia un processo di invecchiamento della società e delle sue strutture. La stasi che affligge il paese, sosteneva Boneschi, diventa regresso precipitoso, se paragonata alle rapide trasformazioni che sono in corso in tutte le parti del mondo. Inizio di questo arretramento si è avuto con il fascismo. Ne consegue il dovere di presentare alle nuove generazioni il quadro reale di questo regres

so. In primo luogo sottolineare

che il fascismo esaltò la ruralità, con l'implicita condanna dell'urbanismo e dell'industrializzazione, proprio mentre il mondo tutto era alla vigilia di una serie di rivoluzioni che, in qualsiasi schema politico ed economico, aveva come meta sostanziale l'industrializzazione, essendo ormai l'a.b.c. della politica di tutti i popoli che un paese agricolo è un paese di secondo ordine, e che la mancanza di industrializzazione equivale allo stato di servitù coloniale e di miseria incompatibile con la vita moderna. A questa arretrata visione della Storia da parte del fascismo corrispondeva una politica coloniale e militare, mentre la civiltà si apprestava ad assistere al crollo dei sistemi coloniali e alla riscossa dei popoli soggetti.

In secondo luogo, era da denunciare un altro trionfo dell'anacronismo: la sottoposizione del paese al protettorato della potenza temporale della Chiesa, con la sottoposizione delle Autorità Civili alla Autorità Ecclesiastica, dell'ordinamento giuridico statuale a quello canonico, con

l'intervento del clero nella lotta elettorale, in una parola con la soggezione dello Stato alla Chiesa. La conclusione che da queste analisi si poteva trarre, era riassumibile dallo slogan con cui il P.R. si era presentato alle elezioni del 1958 con il Partito Repubblicano: "uno stato da rifare". Il problema di una grande forza di sinistra democratica, costantemente affrontato da "Il Mondo", aveva trovato nuova linfa dalla crisi dei PCI. Quest'ultimo sembrava aver intrapreso una irreversibile involuzione in senso stalinista, tale da provocare l'abbandono del partito da parte di diversi intellettuali e di numerosi iscritti. In questo quadro si era verificata l'alleanza elettorale PRI-PR nel 1958. I risultati erano stati deludenti: la lista comune di radicali e repubblicani ottenne alla Camera l'1,4% dei voti e sette seggi; al Senato l'1,4% come alla Camera, ma nessun seggio. Nel totale, nessun seggio venne attribuito a candidati radicali. Paolo Pavolini scrisse su "Il Mondo" (2) che gli italiani al momento di

votare si erano dimenticati

di ciò che la sinistra democratica e laica aveva fatto: la denuncia degli abusi clericali e di quelli del grosso padronato, delle corruzioni, l'indicazione dei rimedi per impedirli, delineati attraverso un vasto quanto nuovo programma legislativo. "Il nostro popolo vota per i preti che afferma di detestare, per i padroni che odia, per i fascisti che teme, per la setta sterile dei comunisti con i quali non ha nulla in comune. Vota per gli imbrogli, per le violenze, per le ruberie sfrontate, per le nostalgie più fruste e sconfitte: poi si pente, protesta, afferma di aver capito, e il giorno delle elezioni si riversa a branchi alle urne e ricasca negli errori di sempre".(3) Parole dure, cui tuttavia faceva eco Mario Paggi, invitando i radicali a continuare per la loro strada: (4) "La sconfitta ci ha detto una cosa sola: se la nostra presenza era necessaria prima, oggi è ancora più necessaria". Ci si riferiva in questo caso al ruolo di opposizione alla DC. Esso era evidenziato, come abbiamo visto, nella relazion

e programmatica di Mario Boneschi

al I· congresso. Il Partito Radicale avrebbe dovuto assolvere la funzione di un partito d'urto, rendendosi promotore, in campo parlamentare, di uno snellimento delle procedure legislative, di un aumento dei ministeri per un decentramento delle loro responsabilità. Fra le altre istanze del programma radicale, vi era l'istituzione del divorzio, la revisione del Codice Rocco, e in particolare delle norme che regolano la pubblica sicurezza. Sui reati di vilipendio Boneschi sostenne: "Non si avrà libertà se non quando saranno aboliti i reati di vilipendio e contenuti nei limiti di una difesa effettiva del prestigio delle istituzioni, come è stato messo in vista nell'apposito convegno degli "Amici del Mondo" dedicato alla libertà di stampa". (5)

Le esortazioni de "Il Mondo" e di Mario Paggi ad andare avanti in quanto forza politica "necessaria", e la dettagliata relazione di Boneschi trovavano già prima del congresso alcune voci critiche e, per certi aspetti dissenzienti.

E' a questo punto infatti che si fecero avanti le diverse posizioni e le ragioni di polemica di coloro che d'ora innanzi possiamo definire "sinistra radicale". Una circolare interna dell'ottobre 1958 tentava così di introdurre, con alcune tesi generali ma chiare, una discussione precongressuale, che si sarebbe concretizzata, da parte degli autori, con due ulteriori iniziative: la presentazione di una mozione politica generale e di un progetto di statuto. La lettera cui facciamo riferimento recava la firma di alcuni tra i più giovani consiglieri ed iscritti del P.R., tra cui Marco Pannella, Franco Roccella, Sergio Stanzani, Giovanni Ferrara e Gianfranco Spadaccia. Tutti personaggi cui si è fatto accenno nel narrare le vicende di due congressi nazionali dell'UGI, del 1952 e del 1953 (vedi cap. I) (6). La polemica si innestava su quattro punti specifici, di cui tentiamo ora una breve ricostruzione.

1) Il primo congresso del Partito Radicale sarebbe stato di importanza decisiva in quanto da esso si sarebbero po

tute trarre concrete indicazioni circa la validità dell'esperimento radicale come esperimento di partito. Si sarebbe cioè visto quanto le sorti future del P.R. interessavano le forze politiche italiane, in particolar modo quelle della sinistra democratica. Prima preoccupazione degli autori del documento era pertanto quella di riuscire a destare l'attenzione duratura del mondo politico italiano, a cominciare dalla stampa, e ridestare "nei radicali la coscienza - se v'è ancora - di un preciso compito politico da svolgere nel partito radicale, e impossibile a svolgersi senza di esso". (7)

2) A drammatizzare quanto detto sopra si affermava: "dopo 3 anni di vita, il P.R. più che vivere, vegeta e sopravvive". In altre parole l'appello di Guido Calogero nel 1956, invitante a costruire il partito vero e proprio in attesa di più definite linee di azione politica, era restato lettera morta. Si rilevava in effetti la ormai lunga stazionarietà della quota iscritti al partito, l'inesistenza di

iniziative locali e centrali, il ristagno delle disponibilità finanziarie, umane ed organizzative. Chi scriveva queste cose aveva come termine di paragone la costante attività delle organizzazioni politiche nell'università e l'esperienza di governo negli organismi rappresentativi. Il conflitto generazionale veniva alla luce: da una parte i rappresentanti di una cultura laica e democratica, come il conte Carandini, l'illustre giornalista Mario Pannunzio, l'affermato avvocato Leone Cattani, per fare qualche esempio, usi ad anni di direzione ed elaborazione politica; dall'altra i giovani della "sinistra", immersi nelle lotte universitarie, animati da concreto attivismo ed incapaci di limitarsi ad analisi teoriche, per quanto valide.(8) Questi ultimi temevano che il Partito Radicale finisse col diventare bacino di raccolta di una fluida opinione politica già esistente, cui offrire di fatto solo un leggero quadro organizzativo, utile - ammesso che lo fosse - ad evitare intempestive dispersioni a destra e a sinist

ra.

3) Obiettivo implicito del congresso sarebbe stato quindi anche quello di offrire il modo di decidere se il partito era in grado di andare avanti, o se dovesse invece trasformarsi interamente, abbandonando magari la pretesa di essere un vero e proprio partito. "Tertium non datur", sembravano dire i componenti della "sinistra". Né, d'altra parte, essi avrebbero tollerato il rinvio delle definitive decisioni. Il Congresso Nazionale ne rappresentava, a loro avviso, la sede naturale.

4) All'origine di queste proteste e preoccupazioni vi era una condizione preliminare: la chiarificazione politica su alcuni problemi fondamentali. Due di questi venivano subito indicati nel documento che stiamo trattando: la posizione dei radicali in materia di politica estera e la questione, assai delicata e poco chiara, dei rapporti con la sinistra democratica italiana. Se il primo problema abbracciava questioni che andavano dall'europeismo all'atlantismo, al "colonialismo", entrambi poi richiedevano una netta presa di posizione, sinora elusa, sul governo, le istituzioni italiane ed europee, la politica dei partiti democratici, dal socialista al repubblicano.

L'appello dei firmatari di questa circolare non poteva più lasciare spazio ad equivoci. Sui problemi politici si chiedeva la formazione di maggioranze e minoranze: si sperava altresì che nessuno spirito di accomodamento venisse a turbare la chiarezza del dibattito e, soprattutto, delle decisioni finali.

Essendo fino a quel momento "Il Mondo" portavoce ufficiale della politica del Partito Radicale, possiamo trovare in esso una prima, anche se velata, risposta alle istanze della "sinistra". Con un articolo anonimo il settimanale sintetizzava, proprio alla vigilia del congresso, almeno due aspetti di quel che era stato il Partito Radicale dalla sua fondazione fino alla primavera del 1959.(9) "I radicali hanno introdotto nella politica italiana due novità, - troviamo scritto - l'una di natura schietta

mente politica, l'altra di carattere metodologico...". In cosa consistono? La prima nell'aver denunciato costantemente che la DC è un partito di potere, che nessuna coalizione è mai riuscita a controllare, che anzi utilizza varie formule di governo per mascherare la sua vera natura totalitaria: "Dopo tre anni di attività del P.R., nei movimenti della sinistra democratica nessuno parla più di dialoghi e di colloqui con la DC, né di incontri ai vertici, alla base, a mezza strada, come si faceva una volta". In altre parole nella mente di chi crede nella moderna democrazia, si comincia a capire che non vi è posto per la egemonia perenne di un solo partito o per l'esercizio di poteri incontrollati, "siano questi esercitati in nome del Vaticano o diretti da un comitato di grandi finanzieri". (10)

Poi c'è la novità di tipo metodologico. Accade in Italia che tutti i partiti rappresentano gli interessi di determinate categorie di persone. Essendo stato pertanto loro

precipua occupazione quella di proteggere i propri rappresentanti, i problemi generali dello Stato e della società italiana non sono mai stati realmente approfonditi. "I radicali, non avendo in animo di proteggere nessuno in particolare, si sono sentiti in obbligo di studiare programmi più ampi degli altri, (...) questioni più complesse, (...) bisogni e malanni del paese. Il programma ha finito così per divenire la base su cui si è raccolto il partito...". (11) Parole che suonano piuttosto come una difesa dagli attacchi provenienti dalla sinistra, ma che non riescono ad uscire dal vago. Sul fatto di non essere cresciuti sul piano organizzativo, né tanto meno su quello numerico, l'articolo conclude evasivamente: "Essi (i radicali) sanno che essere in pochi, quando si è risoluti, è una grande forza in un paese come questo. In Italia le minoranze che pur lottarono senza mezzi e senza aiuti, hanno sempre fatto la storia, laddove i finti oppositori, i nemici per burla dei potenti, raggiunsero effimere fortune

sulle disgrazie del paese". Evidentemente le indicazioni di Guido Calogero non erano ritenute prioritarie dal gruppo dirigente radicale. Quest'ultimo si presentava al congresso non senza divergenze di fondo tra le tesi dei suoi oratori, ma con la comune volontà di mantenere l'unità del partito. Arrigo Olivetti (12) sostenne la necessità di un'intesa tra forze laiche e forze socialiste, con esclusione però dei comunisti. Nel suo intervento, Leo Valiani, evidenziando l'impostazione ideologica del partito radicale, sottolineò la differenza fondamentale che lo divideva non solo dai comunisti, ma persino dai socialisti: "Mentre per noi libertà e democrazia sono i valori preminenti che rappresentano lo strumento essenziale di giudizio sui sistemi, per i socialisti e comunisti libertà e democrazia sono subordinati al raggiungimento di un sistema che garantisca, anche a spese della libertà, la"liberazione" delle masse dallo sfruttamento". (13)

La stampa comunista reagiva subito a queste posizioni, accusando i radicali di astrattezza nelle proposte e negli obiettivi che si pongono: "non si vede infatti come si possa escludere il contributo decisivo dei comunisti nella lotta per l'attuazione della Costituzione, l'abolizione dei prefetti, la difesa delle libertà politiche e civili, la riaffermazione della laicità dello Stato, nella lotta ai monopoli, per la riforma della previdenza, della burocrazia e della scuola". (14) E' da notare che in queste parole non è contenuto alcun attacco alle lotte specifiche in cui si impegnavano i radicali: quel che si rimproverava loro era l'esclusione di determinati interlocutori o "compagni di strada", come i comunisti.

Anche se in gran parte d'accordo con le tesi di Leo Valiani, Ernesto Rossi apparve assai più spregiudicato, sostenendo che i socialisti fossero ormai da considerare dei "democratici". Per la mia generazione è certamente

difficile immaginare che vent'anni orsono una affermazione del genere potesse apparire "spregiudicata". Ma essa derivava da alcuni presupposti emersi nella relazione dello stesso Rossi, in materia di politica estera e di rapporti Stato-Chiesa. Per prima cosa fu criticato sia l'atlantismo oltranzista che alcune concezioni europeiste di allora. E' noto che Rossi sia stato europeista fin dai suoi primi scritti, nell'esilio di Ventotene. (15) Ma nel '59 egli volle rilevare "le difficoltà di una reale prospettiva europeista in una Europa divisa". (16) E sull'atlantismo aggiunse: "E' impossibile concepire l'atlantismo come una politica che non sia assolutamente servile e soggetta alla direzione americana, per il semplice fatto che l'Italia è fuori ormai da ogni gioco politico". (...) Era probabilmente la prima volta nella storia del dopoguerra che una voce di parte laica, democratica e, finora anticomunista, si levava contro la politica del Patto Atlantico. Ernesto Rossi chiarì con ancora più decisione il suo punt

o di vista:

"Quando vedo che sotto la copertura della "difesa della libertà" si ammucchiano sostanze maleodoranti, interessi diretti di gruppi capitalistici che il Dipartimento di Stato non si perita di rappresentare e difendere, non posso più essere un atlantista attivo e convinto".(17)

Traspariva qui per la prima volta quella che in futuro sarà la politica antimilitarista ed anti-atlantica del partito radicale e che tanta parte avrà negli anni successivi. Rossi denunciava coerentemente la servile politica dell'Italia nei confronti degli Stati Uniti d'America, sottolineata di recente dalla "irresponsabile adesione (...) alla installazione di missili; adesione contro la quale nessuno si è mosso, tranne socialisti e comunisti, mentre in Inghilterra, in Francia e in Germania si è sviluppata una decisiva opposizione di tutte le forze politiche di sinistra". (18)

Altro punto di divergenza dalle tesi "ufficiali" di Valiani e della relazione di Boneschi, fu quanto disse

Ernesto Rossi sui rapporti tra Stato e Chiesa. Timoroso dell'erigersi di uno steccato tra "Guelfi e Ghibellini", Valiani si era infatti dichiarato contrario alla campagna radicale per la denuncia del Concordato. Questi ammiccamenti di alcuni radicali al clericalismo non potevano incontrare alcun assenso da parte di chi da anni lottava contro i prepoteri e i privilegi del Vaticano in Italia. (19) Una spaccatura tra tutori del potere clericale ed anticlericale era al contrario auspicabile per la crescita democratica del paese, secondo Rossi, il quale concludeva sostenendo che "tanto (...) i preti parlano nello stesso modo, sia quando si tira loro un capello, sia quando si taglia loro la testa". (20)

Queste nuove posizioni all'interno del Partito Radicale richiamavano la necessità di rivedere i rapporti con i partiti della sinistra. Infatti, se i luoghi comuni dell'anticomunismo erano tornati a circolare nei primi interventi, esso era stato però recepito da più parti come un impaccio.

Si cominciava a prevedere una battaglia - sia pure in sordina - che i gruppi dei giovani, quasi tutti provenienti dalle fila dell'UGI, condurranno per più spregiudicate iniziative e per una maggiore chiarezza nel porre l'alternativa di sinistra. Così Marco Pannella, intervenendo al congresso sottolineò la necessità di passare dalle enunciazioni politico-culturali che si rinnovavano ad ogni incontro dei radicali, ad una analisi politica della situazione presente, ad un esame dei modi per inserirsi in essa e modificarla, alla indicazione di concrete iniziative. Se Pannella ed il gruppo dei giovai potevano condividere le proposizioni ideologiche enunciate da Valiani, essi non potevano però accettare che a causa di esse si impedissero convergenze pratiche e politiche con chiunque. In altre parole, e nello spirito più volte osservato nella politica dell'UGI, le divergenze ideologiche, disse Pannella, "non devono impedire che noi stessi prendiamo l'iniziativa di unirci, in molte occasioni, nelle

azioni intraprese dai socialisti o dalla CGIL, come intellettuali radicali a fianco di operai socialisti e comunisti. Dobbiamo perdere gli assurdi timori e le in concepibili preclusioni, prendendo iniziative concrete, sperimentandoci politicamente ed inserendoci ovunque ciò possa essere opportuno, senza tirarci indietro se anche ci troveremo in molte occasioni a fianco dei comunisti". (21)

L'unico quotidiano che recepì l'importanza di queste nuove posizioni all'interno del P.R., fu "Il Paese". Se quanto vi fu scritto va considerato come prima risposta dell'area comunista alla sortita pubblica della "sinistra radicale", va subito detto che i rapporti tra radicalismo e comunismo presero il via in maniera assai promettente. Il quotidiano romano auspicava il prevalere della"sinistra" sui notabili del "Mondo" e dell'"Espresso" e tentò di conseguenza una diversa analisi del congresso.

Nato dalla scissione del Partito Liberale ormai netta

mente conservatore ed asservito alle volontà della Confindustria, secondo "Il Paese" (22), il P.R. si era purtroppo trascinato dal "partito-madre" una serie di limiti che gli precludevano la possibilità di un attivo ingresso, nonostante dichiarassero di desiderarlo, nell'area della politica democratica, laica e di sinistra. Questi limiti vengono indicati nelle rigide preclusioni anticomuniste, nelle enunciazioni di principio filoatlantiche, nell'arroccarsi in dibattiti politico-culturali, insufficienti per chi voglia inserirsi con efficacia nel gioco delle forze politiche italiane. Ora tutto questo è stato denunciato dalla "corrente di sinistra", che riesce a raccogliere un terzo dei metri del nuovo Consiglio Nazionale e si è espressa in sede congressuale negli interventi di Pannella, Roccella e Giovanni Ferrara. Tale componente riuscirà ad imporre almeno in parte le proprie idee innovatrici nella stessa mozione finale. Questa si soffermava in effetti ad analizzare la situazione politica

del momento, rilevando che le forze clericali e conservatrici hanno ritenuto giunto il momento di realizzare quell'alleanza con la destra estrema e anticostituzionale, così a lungo patrocinata dall'Azione Cattolica e dalla destra economica. La mozione (24) ricordava che fin dalla sua fondazione il P.R. aveva indicato come per offrire un'alternativa al paese di dovesse costituire una grande alleanza di sinistra democratica che stringesse insieme tutte le forze di democrazia laica e socialista, pur nelle rispettive differenze ideologiche e nella rispettiva autonomia organizzativa. Si esprimeva soddisfazione per il atteggiamenti del P.R.I., l'alleato alle elezioni politiche del 1958; per la maggiore autonomia dal Partito Comunista, "dimostrata" dal P.S.I.; infine per quella parte del P.S.D.I., liberatasi "dalle seduzioni e dagli equivoci del fiancheggiamento ministeriale". (25) Seguiva l'indicazione dei compiti specifici che i radicali si proponevano. Qui trovava giustificazione il timore dei giovani della

"sinistra" sui tentativi di non far chiarezza su determinati temi politici. Sul problema di come affrontare il clericalismo radicato nelle strutture sociali ed economiche del paese non si andava oltre la generica riaffermazione della necessità di netta autonomia del potere civile da quello ecclesiastico. Si insisteva d'altra parte su quei temi che "storicamente" trovavano consenzienti non solo tutti i radicali, ma tutti i laici: la denuncia costante e sistematica della corruzione pubblica e dei sopprusi del sottogoverno; una politica economica di pieno impiego e di lotta contro le concentrazioni monopolistiche; la nazionalizzazione dell'industria elettrica e dell'energia nucleare; la difesa della Scuola Pubblica ed il suo potenziamento per sollevarla dalla miserevole condizione in cui si trovava. In materia di politica estera si tentava di dare un classico "colpo al cerchio ed uno alla botte": da una parte era ribadita la piena adesione alle alleanze occidentali; dall'altra si subordinava tale

"piena" adesione al rispetto della pace e al rifiuto di pericolosi oltranzismi. L'adesione alle istituzioni comuni europee era condizionata a che esse non si trasformassero in strumenti di sopraffazione dei ceti privilegiati a danno delle grandi masse dei lavoratori e dei consumatori. La "sinistra" del partito poteva segnare a suo favore che erano stati abbandonati i toni e gli argomenti tradizionali dell'anticomunismo. Inoltre era stato denunciato il pericolo dell'oltranzismo filo-atlantico, non insistendo forse ancora abbastanza su quanto fosse preminente il problema della pace mondiale. La necessaria conseguenza di tutto ciò veniva indicata nella necessità di una piattaforma di sinistra da contrapporre all'agressione del capitalismo italiano. La stessa forza del linguaggio appariva estranea alla classe dirigente del P.R. Malgrado questo Pannella ed alcuni altri rappresentanti della "sinistra", fra i quali Gianfranco Spadaccia e Giuliano Rendi, lanciarono la proposta di un impegno di

tutta la sinistra per un programma comune di governo. (26)

Nei giorni in cui si teneva il congresso radicale, in Parlamento veniva votata la fiducia al governo Segni, con l'apporto dei voti liberali, monarchici e neofascisti. (27) Per la sinistra radicale se ne dovevano trarre le logiche conseguenze: la DC mirava a costituirsi in regime e finiva col divenire pericoloso ed equivoco proporre un riformismo fondato sulla preclusione anticomunista e sulle ambiguità neocapitaliste. "Il Paese" terminava la sua analisi del congresso prendendo atto con soddisfazione dell'esistenza di questa sinistra nel partito radicale, che "chiede iniziativa e presenza politica del partito, in ogni luogo dove oggi si combatte la battaglia contro l'agressione dei gruppi reazionari, a fianco dei socialisti, della CGIL e degli stessi comunisti, senza assurde "pruderies", (come) ha detto Pannella, leader del gruppo.(...) In un largo schieramento di sinistra i radicali hanno un loro autonomo posto, quali rappresentanti di autentici e legit

timi valori liberali: quel posto, ora, sta a loro saperlo utilizzare". (28) Con meno entusiasmo del quotidiano vicino ai comunisti, l'"Avanti!" scriveva che i radicali "dal più aspro Valiani ai più accomodanti Rossi e Piccardi (sono) pressoché unanimi nel considerare il PSI l'elemento determinante, il centro intorno al quale potrà ruotare l'alleanza della sinistra democratica e porsi come alternativa al potere della DC". (29) Ai socialisti non era sfuggito l'ammonimento venuto da Ernesto Rossi nel corso del suo intervento al congresso. L'economista de "Il Mondo" affermò che la socializzazione parziale può essere garanzia di libertà mentre quella totale è causa di dittatura, aggiungendo che questo argomento poteva essere elemento di contrasto tra i radicali e i socialisti. (30) E neppure poteva essere sfuggito il tono piuttosto distaccato di Francesco de Martino, allora vice-segretario del P.S.I., che al congresso portò il saluto del suo partito. Egli infatti rilevò come i due partiti, il socialista e il radi

cale,

avessero profonde differenze di origine; legato al marxismo con la storia del proletariato l'uno, composto da un'élite intellettuale, non legato al marxismo ma capace di interpretare le esigenze di una società moderna, l'altro. (31) Radicali e socialisti si ponevano fin d'allora in una posizione di possibile collaborazione e di possibile polemica. Per il momento alcuni obiettivi fondamentali sembravano avvicinare e accomunare i due partiti: dal consolidamento della democrazia, alla lotta contro il clericalismo a quella contro i monopoli. Più tardi, con l'avvicinarsi del centro-sinistra, vedremo attacchi sempre più polemici da parte della sinistra radicale contro la politica del PSI. E questo sarebbe stato alla fine uno degli elementi fondamentali della spaccatura tra la sinistra e la componente facente capo a "Il Mondo", passata, alla fine del '59, a favorire l'avvento del centro-sinistra. Ma, fatta esclusione per "Il Paese", i quotidiani di partito si occuparono ben poco dell'emergere della sinistra del Par

tito Radicale. "La Giustizia", organo del PSDI dedicò solo poche righe al dibattito congressuale, dicendo dei radicali che: "(...) le minoranze sono foglie secche da buttar via..." (32) I repubblicani mettevano in risalto l'esistenza di due posizioni divergenti all'interno del PR solo in materia di laicismo e Concordato. Da una parte i favorevoli ad una semplice revisione del Concordato, come Leo Valiani e Giovanni Ferrara. Dall'altra coloro che ne richiedono l'abrogazione, come Ernesto Rossi e molti altri. (33) La sinistra radicale usciva da questo congresso rappresentata nel Consiglio Nazionale da un terzo dei suoi membri (34). La mozione finale non serrava invece dare risposta ai numerosi interrogativi posti dalla sinistra. La corrente dei "giovani" si sarebbe dovuta trovare un'altra sede per esporre le proprie posizioni sui apporti tra radicali e partiti della sinistra, sull'atlantismo, sul clericalismo, sulla Democrazia Cristiana.

LA VICENDA "IL PAESE"

Quale mezzo di comunicazione poteva essere usato per informare la classe politica e la gente dell'esistenza all'interno del Partito Radicale di precise posizioni di "sinistra", spesso divergenti da quelle "ufficiali" del partito? La stampa in generale non aveva dato alcun risalto alle polemiche congressuali, tanto da rendere difficoltosa in questa sede la ricostruzione dei fatti. Meno che mai se ne era occupata l'informazione radio-televisiva.

Abbiamo visto che l'unico quotidiano a seguire con attensione questo aspetto del dibattito al I· congresso radicale era stato "Il Paese" che, insieme al confratello "Paese Sera", fiancheggiava nettamente la politica ufficiale del PCI. Dallo stesso quotidiano arrivava per la sinistra l'occasione per esprimere il proprio punto di vista. Infatti, pochi giorni dopo la chiusura del I· congresso del Partito Radicale, il "Paese" pubblicava "Un articolo del radicale Pannella: la sinistra democratica ed il PCI

. Motivi di intesa e motivi di dissenso fra le varie forze di sinistra. Iniziare una comune politica fra comunisti e democratici è comunque urgente". (35) Non solo quest'articolo provocò una risposta dello stesso Togliatti, del settimanale "Il Mondo" e della direzione del P.R., ma ne seguì una vivace polemica tra "La Voce Repubblicana" e "La Giustizia", organo del P.S.D.I.

Cosa aveva scritto Marco Pannella? (36) Riprendendo argomentazioni già sostenute in diverse occasioni polemizzava sia con le tesi radicali allora correnti, sia con il PCI. Poneva infatti i due temi centrali che avrebbero caratterizzato successivamente, nell'isolamento, la strategia dei "nuovi radicali" (37): la necessità di un'alleanza di tutta la sinistra, compreso il PCI, e la formulazione di una proposta di candidatura al potere della sinistra attraverso una "alternativa democratica di governo".

"Sono le cose in Europa a porre in modo drammatico l'interrogativo: se sia possibile l'alleanza della sinistra

democratica e di quella comunista per la difesa e lo sviluppo della democrazia", affermava Pannella. Rispondendo in maniera positiva, egli sviluppava l'ipotesi strategica dell'alleanza mettendo sempre in evidenza il rispetto dell'autonomia di ciascuno, in ogni momento. Ricordi negativi nei confronti dei comunisti non mancano nella memoria dei radicali: "Chiedetene agli anarchici ed ai repubblicani spagnoli e comprenderete tra l'altro l'avventura, altrimenti incomprensibile, dell'antifascista Pacciardi e degli anarchici di Carrara che lo mandano in Parlamento; chiedetene ai socialisti di mezza Europa, e tra questi all'on.le Saragat, e sentirete operante il giusto ricordo di Benes, di Masarick, di Nagy, della eliminazione fisica della classe dirigente socialista dell'Europa orientale; chiedetene ai socialisti d'oltr'Alpe e ricorderete con loro l'atteggiamento dei comunisti francesi nel '39; chiedetene ai Polacchi, ai socialisti lettoni, estoni, lituani, finlandesi, fino ai comumisti jugoslavi. Sono ricordi anc

ora vivi nella coscienza dell'antifascismo e sono rispettabili qualunque sia il grado di rinuncia o di debolezza raggiunto da alcune delle forze e degli uomini democratici di sinistra". (38) L'invito a farsi carico di questi ricordi, con tutto il peso che essi lasciano dietro di sé, era rivolto innanzi tutto e direttamente ai comunisti, specialmente quando, come oggi, "chiedono in Europa una reale alleanza con i democratici e non più una generica solidarietà frontista". (39) Da parte sua Togliatti, nel rispondere all'articolo di Pannella si soffermava a giustificare la linea del suo partito nell'Europa degli anni '50, evitando di entrare davvero in merito alle questioni sollevate. Errori nella politica comunista ce ne erano stati, secondo Togliatti, però: "La sostanza non sta in questi errori. Sta nel fatto che una parte, più o meno grande, di coloro che si erano uniti ai comunisti nel rivendicare profonde trasformazioni rivoluzionarie che, se attuate in tutto il Continente,

avrebbero finalmente dato all'Europa un volto veramente democratico e progressivo, a un certo punto si tirarono indietro, passarono al campo degli avversari di queste trasformazioni, si opposero a che venissero compiute". (40) Il tema dell'alleanza tra partiti democratici e comunisti veniva banalizzato tentando di porre il PCI quasi al di sopra di questi argomenti strategici: "Non contestiamo a nessuno la facoltà di presentarsi come centro di future costellazioni, purché ciò non rechi danno all'adempimento di compiti più urgenti".(41)

Il 7 aprile "Il Mondo" pubblicava un articolo anonimo dal titolo piuttosto significativo: "L'alleanza dei cretini". (42) Gli ambienti radicali liquidavano l'apertura della questione sostenendo tra l'altro che non si vedeva bene la ragione per cui "i democratici dovrebbero dar peso alle tesi di un radicale che ripete per caso su un giornale comunista le tesi che il PCI cerca di diffondere da anni. Meglio discutere, nonostante tutto, con l'on.

Togliatti". In senso analogo si espresse una nota inviata dalla direzione radicale all'agenzia di stampa "Italia". In essa si leggeva: "In merito ad alcune posizioni assunte recentemente da esponenti radicali e registrate dalla stampa quotidiana, convinti della possibilità e della convenienza, nell'attuale momento politico, di un colloquio tra le forze della sinistra democratica e i comunisti, negli ambienti della direzione del partito radicale si precisa che tali posizioni non sono condivise dalla maggioranza del partito". (43)

Questo di voler fare dell'articolo di Pannella un "caso personale" non viene condiviso da "La Giustizia", l'organo ufficiale del PSDI. Con un certo senso di inferiorità e di invidia nei confronti del PSI, perché più ascoltato e stimato dalla sinistra democratica, i socialdemocratici commentano l'articolo inquadrandolo come logica conseguenza di "una politica di sinistra democratica" che voglia far perno sul PSI e sulla ambiguità della

alternativa di potere. (44) La Direzione del partito radicale e "Il Mondo" non possono far finta di dimenticare che Marco Pannella risulta eletto nel Consiglio Nazionale del P.R. da circa un terzo dei delegati. "La Giustizia" si chiede infatti, definendola "frontista", se l'ipotesi di Pannella abbia una sua legittimità ideologica nel movimento radicale, o ne rappresenti una deviazione. Non solo a questa domanda il quotidiano socialdemocratico non da alcuna risposta, ma chi scrive l'articolo sembra persino non aver letto attentamente le tesi proposte da Pannella. Non si comprende infatti come sia possibile parlare di frontismo mascherato, riguardo ad un testo che ricapitola l'intera serie di errori e crimini storici imperdonabili del comunismo, del leninismo e dello stalinismo e ribadisce fino alla noia la necessità di autonomia di ogni forza in qualsiasi unione che voglia essere laica. Ma i socialdemocratici temono che aprire ai comunisti riporti di fatto alla alternativa forzata tra

totalitarismo di destra e totalitarismo di sinistra. Secondo "La Giustizia" l'itinerario proposto da Pannella è logico e coerente, "anche se venato di follia; la presunzione di poter condizionare il PCI non fa neppure più capolino, si preferisce che esso si condizioni da solo, guardando al contesto europeo in cui è chiamato ad operare". (45) Volersi affiancare, senza preclusioni ideologiche, a chi combatte per ragioni diverse battaglie comuni è, secondo questo articolo, una falsa posizione liberale, che va smascherata e chiamata con il suo vero nome che è quello di "avanguardia del nuovo frontismo all'interno della cittadella democratica".

Questo duro articolo de "La Giustizia" ebbe un suo seguito, non meno severo, su "La Voce Repubblicana" del giorno seguente. (46) L'obiettivo dei repubblicani è da ricercarsi nella polemica con il partito socialdemocratico sulla formazione di un centro-sinistra. I due partiti hanno in comune non solo la posizione di distanza dal PCI,

ma anche la conseguente necessità di recuperare quella parte dell'elettorato del PSI che non si sente garantito nella sua autonomia dai comunisti. Il messaggio di Pannella ai comunisti cadde quindi come una pietra in un vespaio. Se il PSDI, come abbiamo visto, si preoccupa di prendere le distanze dalle tesi della sinistra radicale, i repubblicani preferiscono minimizzare il fatto o censurarlo definendolo "poco serio". Leggiamo sull'organo ufficiale del PRI che "La Giustizia" questa volta "se la prende con Marco Pannella, un giovane radicale che ha fatto una dichiarazione al "Paese" per sostenere alcune sue idee personali, e generalmente non condivise, soprattutto nel suo partito, e tanto meno, come è noto, dagli organi dirigenti del suo partito, sugli sviluppi della situazione politica. Veniamo a cose lievemente più serie (sic!)...". (47)

Mentre si svolge la polemica tra PSDI e PRI, "Il Paese" continuava a pubblicare articoli e note a favore delle

tesi di Pannella. Nel riportarne una di quei giorni, "La Giustizia" (48) accusava il quotidiano filo-comunista di servirsi di ogni argomento per proporre il rilancio frontista del PCI. E rispondendo ai repubblicani a proposito dell'intervento di Pannella - da cui era partita tutta la polemica in corso - da parte socialdemocratica si concludeva (49): "...la Voce Repubblicana scrive oggi che si tratta di una cosa "non seria" e che il Pannella rappresenta soltanto se stesso. Questa precisazione sembra significare che l'organo del PRI rifiuta la tesi del radicale Marco Pannella e siamo lieti di prenderne atto. Ci scuseranno tuttavia gli amici della "Voce" se ci permettiamo di non accontentarci della loro precisazione sulla rappresentatività delle tesi di Marco Pannella in relazione al Partito Radicale. Abbiamo scritto ieri che queste tesi sembrano rappresentare lo sbocco coerente della politica di cieco affiancamento del PSI da parte dei gruppi radicali; sarebbe interessante - ed

è purtroppo improbabile - che la precisazione oggi resa dalla "Voce" venisse da ambienti più qualificati ad esprimere il pensiero radicale". "La Giustizia" vide soddisfatta la sua richiesta il giorno stesso. In serata infatti arrivava all'agenzia di stampa "Italia" un'altra dichiarazione "ufficiale" del partito radicale in cui si leggeva tra l'altro: "Negli ambienti radicali si è dimostrato un certo stupore per il fatto che i suddetti giornali ("Il Paese", "La Giustizia", "La Voce Repubblicana" - n.d.a.) abbiano dato rilievo alle opinioni di un giovane il quale ovviamente non rappresenta altri che se stesso. Se i ripetuti appelli che il PCI sistematicamente lancia alle forze della sinistra democratica e che da tali forze sono stati sempre respinti per motivi che è inutile riconfermare, non trovano altra accoglienza che questa e se i comunisti ne fanno oggetto di cosi particolare interessamento, ciò dimostra soltanto come sia completo l'isolamento in cui il PCI si trova e quanto siano

gravi le difficoltà in cui attualmente si dibatte". (50) Che il P.R. di quegli anni fosse in maggioranza nettamente anticomunista, è cosa nota. Ma in questa nota radicale emergono ben altre cose. Come si può infatti parlare di "giovane il quale ovviamente non rappresenta altri che se stesso", quando poche settimane prima, nel congresso del partito, quella stessa persona era intervenuta auspicando la fine di preclusioni ideologiche nei confronti di socialisti, comunisti e sindacalisti? Insieme ad altri egli aveva chiaramente indicato per i radicali la necessità di essere presenti in qualsiasi luogo e momento in cui vivessero le lotte sociali e di liberazione nel paese. Come se non bastasse la "linea di sinistra", di cui Marco Pannella era un rappresentante, aveva ottenuto circa il 30% degli eletti nel Consiglio Nazionale. Evidentemente la direzione del Partito Radicale preferì negare una sua stessa componente, non potendo sconfessarla pubblicamente a causa del peso che essa

aveva raggiunto nel partito stesso. Pur nel suo intento di attaccare il presunto frontismo di Pannella, "La Giustizia" colse tuttavia il senso della scorrettezza della nota radicale. Essa fu definita straordinariamente ingenua e perentoria. Il fatto che la stampa politica avesse dato rilievo alle opinioni espresse da Pannella dimostrava che queste contenevano materia per discutere e argomentare. Si individuava quindi "un palese tentativo di voler sbrigare comodamente una testimonianza inquietante sul manifestarsi, all'interno del movimento radicale, di tendenze ed orientamenti valutati come dichiaratamente frontisti. E resta da dimostrare che queste tendenze non nascano direttamente dal velleitarismo e dal dogmatismo che caratterizzano le impostazioni "ufficiali" del P.R.". (51)

A questo punto "Il Paese" poteva cominciare a raccogliere i frutti di una polemica che esso stesso aveva suscitato pubblicando l'articolo di Marco Pannella. Il

suo direttore, Mario Melloni scrisse in merito una serie di articoli firmandosi talvolta per esteso, talvolta M., e talvolta ispirando "fondi di prima pagina".

Melloni risaliva alle origini della polemica: "Pannella" è un consigliere nazionale del partito radicale, nel quale rappresenta, con un gruppo di giovani come i Roccella, i Ferrara, gli Stanzani ed altri, quella che si potrebbe chiamare la corrente di sinistra del movimento, corrente che ha avuto la sua parola da dire nel suo recente congresso tenutosi a Roma. Si può essere d'accordo o non essere d'accordo con Pannella e con i suoi amici, ma è difficile ammettere che in campo radicale si possa, senza mancare prima di tutto di rispetto al proprio partito, e a se stessi, regolarsi nei confronti di questo consigliere nazionale come se non esistesse o, quando ci si decide ad accorgersi che è al mondo, come se fosse un povero cretino, col quale può discorrere soltanto chi non trova assolutamente nessun

altro con cui parlare, e, piuttosto che morire di silenzio e di solitudine, si adatta, commiserato dai radicali che d'altronde lo hanno eletto loro consigliere nazionale poche settimane or sono, a intrattenersi con un Pannella qualsiasi". (53) Questo descrive il modo in cui si sono comportati, tacendo rigorosamente, "Il Mondo", "L'Espresso", la direzione radicale e "La Voce", di rinforzo. L'articolo prosegue infatti con un attacco diretto a queste forze della cosiddetta sinistra democratica: "Leggerini di mano, eh? e liberali, ah sì, veramente liberali, questi pezzi grossi della "sinistra democratica", che quando qualcuno dei loro la pensa in modo che lor signori non gradiscono, lo cancellano dall'anagrafe o si affannano a dichiarare che conta ancor meno di zero". (54)

"Il Paese" accusa quindi in particolare "Il Mondo" e "L'Espresso" di censura nei confronti di opinioni divergenti riportate in prima pagina dal "Paese" stesso. La libertà di espressione ed il rifiuto di censurare sembrano

fermi propositi della stampa vicina al PCI, che chiude come segue questo fondo: "continueremo dunque a parlare dei radicali con la maggior ampiezza possibile, tanto più che le ragioni di Pannella, a confronto con l'albagioso silenzio e la evasiva sgarberia dei suoi compagni, dimostrano che anche in campo radicale qualcosa, volenti o nolenti, si muove".

Un altro articolo di Melloni si inserisce nella polemica qualche giorno più tardi (55), dopo l'articolo di Palmiro Togliatti, ma ancora in difesa delle argomentazioni di Pannella. Mettendo infatti per il momento da parte le divergenze tra radicali di sinistra e comunisti, Melloni insiste sull'atteggiamento dei "radicali ufficiali", volto a coprire il fermento di sinistra che si agita nelle loro fila e di cui l'articolo in questione non è né la prima né la più rilevante manifestazione. In particolare l'articolo apparso sul "Mondo" del 7 aprile, dal titolo "l'alleanza dei cretini", rivela il timore che qualcuno

ricordi cosa accadde al congresso e misuri il peso delle opinioni di Pannella in rapporto al seguito che ottennero. Si constata invece che Pannella non veniva in seguito neppure più nominato dai suoi compagni di partito.

Melloni, anche se per tirare acqua al mulino comunista, mentre socialdemocratici e repubblicani denunziano l'impraticabilità del "frontismo" togliattiano e amendoliano, mise allora nero su bianco quel che stava accadendo nelle fila del P.R. Nel congresso, egli dice, si è delineata una tendenza di sinistra "vivacemente polemica nei confronti dei vecchi esponenti, accusati di ridurre tutta l'azione politica del partito alle iniziative de "Il Mondo" e de "L'Espresso", rimanendo sistematicamente assenti là dove, nel Paese, si combattono le maggiori battaglie politiche e sindacali". (56) Ecco pertanto che il gruppo facente capo a Pannella ha preso un atteggiamento non frenato da rigide ed ottuse pregiudiziali, ed ha deciso di scendere in campo a fianco delle forze popolari raccolte nei partiti di si

nistra, comunisti compresi. Come già "Il Paese" aveva individuato, qualcosa di diverso si stava agitando in seno al Partito Radicale.

NOTE AL CAPITOLO III

1) Mario Boneschi: Ralazione programmatica per il 1· Congresso Nazionale del Partito Radicale. A cura del P.R., Roma, dicembre 1958, ciclostilato.

2) P. Pavolini: "Un paese immaturo", in "Il Mondo", 3 giugno: 1958

3) Ibid.

4) M. Paggi: "Vittoria amara", in "Il Mondo", 24 giugno 1958

5) M. Boneschi, relazione programmatica, cit. "Stampa in allarme" fu il titolo del VII· convegno degli "Amici del Mondo", tenutosi a Roma il 22 e 23 febbraio 1958

6) Questo l'elenco completo dei firmatari della circolare, datata ottobre 1958, Roma: Giovanni Ferrara, Fullio de Mauro, Marco Pannella, Giuliano Rendi, Franco Roccella, Stefano Rodotà, Gianfranco Spadaccia, Sergio Stanzani, Augusto Zampa. Vedi allegato n. 3

7) Questa circolare, da cui cito testualmente anche in seguito non è mai stata pubblicata. Essa è tuttavia reperibile presso "Quaderni Radicali", trimestrale di saggi e documentazione politica, Roma.

8) Facendo alcuni esempi tra i personaggi più illustri del P.R., è interessante notare che: Carandini era presidente dell'Alitalia; Cattani un noto avvocato, della famiglia di Carandini; Leopoldo Piccardi era stato ministro per la ricostruzione industriale nel governo Badoglio (1945), e fu uno dei maggiori amministrativisti di Roma; Pannunzio, come sappiamo, diresse"Il onto" fin dal 1949. Nel settimanale solo eccezionalmente scrissero i giovani della sinistra

9) "Radicali a congresso", in"Il Mondo" 3 marzo 1959

10) Ibid.

11) Ibid.

12) Per i lavori del I· congresso radicale sono stati consultati i seguenti quotidiani e settimanali: "Il Paese", il "Corriere della Sera", l'"Avanti!", l'"Unità", "La Voce", "Repubblicana", "La Giustizia", "Il Messaggero", "L'Espresso", "Il Mondo".

13) F. Morabito: "La Sfida Radicale", cit., pag. 84

14)"L'Unità", 28 febbraio 1959

15)

16) Riportato in "Il Paese", 1 marzo 1959

17) Ibid.

18) Ibid.

19) In proposito si veda il volume di E. Rossi "Pagine anticlericali", Roma 1966, Samonà e Savelli

20) Riportato nell'"Avanti!" del 1 marzo 1959, pag. 2

21) Riportato ne "Il Paese", 1 marzo 1959

22) "Il Paese", 3 marzo 1959

23) Il primo congresso nazionale del P.R. elesse un Consiglio Nazionale, che a sua volta nominò una Direzione, della quale fecero parte: Boneschi, Cagli, Calogero, Carandini, Cattani, De Matteis, Fonda Savio, Gatti, Leone, Libonati, Arrigo Olivetti, Oneto, Piaggi, Pannunzio, Piccardi, Rossi, Scalfari, Serini, Villabruna. La Segreteria Nazionale risultò composta da Leopoldo Piccardi, Franco Libonati, Arrigo Olivetti. Unico vice-segretario: Eugenio Scalfari.

24) Estratti della mozione vennero pubblicati in l'"Avanti!" e "La Voce Repubblicana", il 3 marzo 1959

25) L'"Avanti!" 3 marzo 1959

26) Purtroppo non è stato possibile reperire alcuna documenta

zione su questa proposta dei congressisiti della "sinistra radicale". La proposta di Pannella ed altri è menzionata in F. Morabito "La Sfida Radicale", cit., pag. 84

27) "Corriere della Sera", 26 febbraio 1959 "L'Unità", 28 febbraio 1959

28) "Il posto dei radicali", in "Il Paese", 3 marzo 1959

29) "I rapporti con il PSI al congresso radicale", in "Avanti!", 1 marzo 1959, pag. 2

30) "I lavori del congresso del P.R.", in "Corriere della Sera", 1 marzo 1959, pag. 7

31) "I radicali riaffermano l'impegno di lottare per lo Stato democratico", in "Avanti!", 28 febbraio 1959, pag. 7

32) "La Giustizia", 28 febbraio 1959

33) "I radicali per uno schieramento di sinistra democratica e socialista", in "La Voce Repubblicana", 3 marzo 1959, pag. 1

34) Il Consiglio Nazionale del P.R. fu costituito da 60 membri, cui verranno aggiunti alcuni rappresentanti locali "cooptati".

35) "Il Paese", 22 marzo 1959

36) Vedi allegato n. 5

37) Si veda la prefazione al libro omonimo di M. Teodori, Milano 1977, cit.

38) "Il Paese", 22 marzo 1959

39) Ibid.

40) Lettera di Palmiro Togliatti a "Il Paese", 26 marzo 1959

41) Ibid.

42) Anonimo: "L'alleanza dei cretini", in"Il Mondo", 7 aprile 1959

43) F. Morabito "La Sfida Radicale", cit., pag. 92

44) Il traguardo dei radicali", in "La Giustizia", 24 marzo 1959

45) Ibid.

46) "La Voce Repubblicana", 25 marzo 1959

47) Ibid.

48) "La Giustizia", 25 marzo 1959

49) Ibid.

50) Riportato ne "La Voce Repubblicana", 26 marzo 1959

51) "La Giustizia", 26 marzo 1959

52) Oggi più noto come Fortebraccio, editorialista dell'"Unità

" 1959, pag. 1

53) "Il dialogo", a firma di "Emme", in "Il Paese", 27 merzo 1959, pag. 1

54) Ibid.

55) Fondo a firma Mario Melloni, in"Il Paese", 5 aprile 1959

56) Ibid.

 
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