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Partito Radicale - 1 febbraio 1980
NO! al ricatto del terrore

(Volantino diffuso dal Partito radicale per denunciare le nuove misure di rafforzamento delle pene e dei poteri di polizia e di prolungamento della carcerazione preventiva in discussione al Parlamento)

Dopo anni di tenaci insistenze governo e regime stanno arrivando alla stretta decisiva sull'ordine pubblico. Le misure eccezionali di rafforzamento delle pene e dei poteri di polizia e di prolungamento della carcerazione preventiva, attualmente in discussione al parlamento, rafforzano la caccia alle streghe e il clima di sospetto diffuso nel paese e rappresentano altrettanti raccapriccianti regali alla criminalità terroristica, di cui valgono ad accreditare un radicamento sociale e di massa che certamente essa non può vantare. E' la ripresa del vecchio slogan "o con lo stato o con le BR"; è la strumentalizzazione del terrorismo all'insegna di una cinica convergenza di obiettivi nella prospettiva che si sta attuando di modificare l'assetto istituzionale della repubblica attraverso la vanificazione delle garanzie costituzionali.

Ed è insieme il maldestro tentativo di coprire l'irresponsabilità di decenni di mancate riforme dei codici penali, dell'organizzazione giudiziaria, dei corpi di polizia, che ha già dimostrato la sua inutilità nella lotta al terrorismo.

Le nuove misure segnano un salto di qualità, l'estensione, ormai senza quasi più limiti, dei poteri di polizia in tema di libertà personali; l'ulteriore degradazione inquisitoria del processo penale; la dissoluzione interna del principio di stretta legalità, prodotta dalle nuove figure del reato di sospetto a contenuto pressoché indeterminato; l'inserimento nella svolta autoritaria in atto da mesi delle nuove disposizioni, in una atmosfera di sospetto alimentata verso settori crescenti dell'opposizione politica e sociale. Ne sono segni allarmanti la militarizzazione esplicita del controllo penale attuata attraverso gli incarichi prefettizi e superpolizieschi affidati in dicembre all'arma dei carabinieri; la proposta della proclamazione dello stato di guerra in tempo di pace al fine di sospendere le garanzie costituzionali, avanzata dal procuratore generale di Roma ed immediatamente ripresa da esponenti democristiani; le incredibili calunnie di fiancheggiamento lanciate da Vitalone ed altri senatori dc contro

sei magistrati democratici onde screditare e intimidire i settori garantistici della magistratura; l'associazione alla fenomenologia del terrorismo dell'indisciplina operativa in fabbrica, espressa dai sessantuno licenziati dalla FIAT avallati in questi giorni dal pretore di Torino; la chiusura, sempre in questi giorni, di Radio Onda Rossa e l'incriminazione dei suoi redattori per reati di opinione; il fermo e la denuncia dei militanti radicali che pacificamente manifestavano per la libertà a Montecitorio...

L'intera sinistra storica succube quando non pavidamente complice del disegno reazionario, annullata dalla sua passività ideale e politica, ne esce attonita e umiliata, con l'illusione di fare di queste norme lo strumento per accreditarsi come forza di governo. Squalificare e se è possibile liquidare l'area dell'opposizione politica e sociale; la normalizzazione e il rigido disciplinamento della conflittualità sociale, in primo luogo operaia, mediante la repressione, la paura e per altro verso la diffusione tra le masse di una cultura politica autoritaria.

I nuovi provvedimenti eccezionali rappresentano lo strumento di consacrazione legislativa di questa strategia di restaurazione politica e sociale, e di condizionamento della sinistra parlamentare a una funzione subordinata alla politica della repressione. Stampa e forze politiche nella quasi totalità, con l'appoggio dei mass media, hanno sostenuto questa operazione di degradazione istituzionale e di imbarbarimento del costume civile, politico e giuridico come indispensabile per la lotta la terrorismo. Ed insieme hanno stigmatizzato l'ostruzionismo opposto in parlamento dai deputati e senatori radicali come irresponsabile e pretestuoso tentativo di paralizzare il funzionamento delle istituzioni.

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1. Fermo giudiziario

L'articolo 7 del decreto-legge modifica l'art. 238 del codice di procedura penale Rocco sul fermo giudiziario (cioè per il sospetto di reati già commessi) su un punto all'apparenza secondario.

Esso stabilisce che l'autorità di polizia debba dare "notizia" del fermo al magistrato non più "immediatamente", ma "senza ritardo e comunque non oltre le quarantotto ore".

Gli effetti di questa subdola modifica sono due, in primo luogo le autorità di polizia potranno, nei due giorni durante i quali il fermato può restare legittimamente nelle loro mani all'insaputa del magistrato e ovviamente del difensore, procedere indisturbati all'interrogatorio di polizia senza difensore introdotto con il DC n. 59 del 21-3-1978, che risultava in qualche modo intralciato dalla possibilità che il magistrato intervenisse immediatamente dopo il fermo e provvedesse lui stesso all'interrogatorio del fermato e alla direzione delle indagini secondo quanto prescriveva il vecchio articolo 238 del codice Rocco.

In secondo luogo la polizia acquisisce un ulteriore e decisivo potere quello di scegliere il momento più adatto per la comunicazione del fermo e quindi di decidere a quale tra i magistrati che nelle grandi sedi giornalmente si avvicendano come magistrati di turno, dare la notizia del fermo. In altre parole il potere di designare il magistrato cui competerà l'istruttoria.

2. Fermo di polizia

Dopo ben sette anni dalla sua proposta originaria, il fermo di polizia entra, per decreto, nel nostro ordinamento con l'ampiezza da sempre auspicata dalla DC.

Il suo presupposto, quale risulta dalla contorta formulazione dell'art. 6 approvata al Senato, è la "necessità" della "verifica della sussistenza di comportamenti ed atti che, pur non integrando gli estremi del delitto tentato, possano essere tuttavia rivolti alla commissione di svariati delitti: non, insomma, il sospetto di un reato già commesso, e neppure di un tentativo di reato, ma il sospetto di un reato futuro, non ancora commesso. Si tratta di un presupposto totalmente indeterminato, lasciato alla valutazione discrezionale e incontrollabile delle autorità di polizia e quindi in contrasto con l'articolo 13 della Costituzione che vuole che ogni restrizione della libertà personale sia possibile solo "in casi indicati tassativamente dalla legge".

Rispetto alla vecchia proposta democristiana, il fermo introdotto da questo decreto presenta inoltre un grave peggioramento: è stabilito infatti che il fermato, nelle 48 ore in cui è trattenuto dalla polizia, può essere sottoposto a perquisizione personale e all'interrogatorio di polizia senza difensore.

3. Perquisizioni

Rappresentano una novità tra gli innumerevoli poteri di cui, ormai, dispone la polizia. In base all'art. 9 del decreto, quando debba eseguire un provvedimento di cattura o anche operare un fermo giudiziario - cioè sempre, a seguito di qualunque delitto di qualche gravità - la polizia può procedere a perquisizioni domiciliari anche per interi edifici o per blocchi di edifici, nonché sospendere nel corso dell'operazione "la circolazione di persone e di veicoli nelle aree interessate".

La misura evoca l'immagine sinistra dei rastrellamenti, chiusura degli accessi al quartiere, blocco dell'edificio alla uscita e perquisizione dell'intero fabbricato.

E ricalca un'analoga misura introdotta in Germania con la legge del 18 aprile 1978.

Solo che in Germania è stata prevista la perquisizione di singoli edifici e non di interi "blocchi di edifici" (il che può significare anche un intero quartiere o magari una intera città): e soprattutto è stato stabilito, nella legge tedesca, che questo genere di operazioni sono sempre disposte con decreto motivato dal giudice o al più, in caso di urgenza, dalla Procura.

In Italia, invece, basterà "l'autorizzazione anche telefonica", e quindi immotivata, del procuratore della repubblica, e addirittura, in caso di "necessità e urgenza", la polizia potrà procedere senza neanche preavvertire telefonicamente il magistrato.

4. Carcerazione preventiva

Dopo gli innumerevoli provvedimenti che negli anni passati avevano già esteso oltre ogni ragionevole misura i presupposti e la durata della carcerazione preventiva, il decreto aumenta ulteriormente i termini massimi della carcerazione del detenuto in attesa di giudizio portandoli per i reati più gravi fino a 10 anni e 8 mesi.

Questo prolungamento, si applica anche ai processi in corso, e dunque ha effetto retroattivo contrariamente all'elementare principio costituzionale dell'irretroattività.

Inoltre, l'articolo 8 del decreto ha introdotto, per tutti i delitti aggravati da "finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico" il mandato di cattura obbligatorio e il divieto della libertà provvisoria.

Ciò significa che anche per i reati lievi come i vilipendi e i reati di opinione, o magari per la detenzione o per la pubblicazione di documenti di contenuto terroristico previsti come delitti dal disegno di legge, allorché sia ritenuta la finalità terroristica o eversiva è obbligatoria la carcerazione preventiva per svariati anni.

Se si considera che nel 1978 su un totale di 25.708 detenuti presenti in carcere, ben 17 mila 460 erano detenuti in attesa di giudizio, si comprende come la carcerazione preventiva di cittadini presunti innocenti stia ormai di fatto sostituendosi alla pena regolarmente inflitta mediante il processo.

5. Testimone della corona

Un'ulteriore perversione del processo in senso inquisitorio è costituita dal cosiddetto "testimone della corona" introdotto dall'art. 4 del decreto-legge.

Si tratta di una attenuante speciale consistente per l'imputato di "delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico" non solo quando egli, dissociandosi dagli altri, si adopera per evitare che l'attività delittuosa sia portata a "conseguenze ulteriori", ma anche allorché egli "aiuta concretamente l'autorità di polizia e l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per la individuazione o la cattura dei concorrente". E' chiaro che questa seconda condizione, risolvendosi in un premio per il merito dell'interrogatorio, è idonea a favorire auto-accuse o deposizioni interessate e insincere in contraddizione con la funzione di accertamento della verità che è propria del processo penale. Al tempo stesso ne risulta stravolta la natura dell'interrogatorio dell'imputato che una lunga tradizione di civiltà giuridica ha voluto circondare di garanzie onde escluderne il carattere di mezzo di acquisizione di prove; e per altro verso viene ad essere accentuata ulteriormente la d

isparità di "premiare" le deposizioni a discarico dei coimputati per sé altrettanto "decisive" per l'accertamento della verità.

6. Reato di sospetto

L'innovazione più grave introdotta nel sistema penale è rappresentata non tanto dagli inasprimenti di pena contenuti nei primi due articoli del decreto legge (ergastolo per gli omicidi aggravati da "finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico; consistenti aumenti di pena per gli attentati e le lesioni delle medesime ipotesi, aggravanti speciali per tutti gli altri reati dettati dalle stesse finalità e nel disegno di legge per i turbamenti recati al funzionamento di organi costituzionali o giudiziari, per la violenza o minaccia a corpi politici o amministrativi o giudiziari o ad avvocati, per l'insurrezione armata e per il favoreggiamento). Essa consiste nell'introduzione di un ampio ventaglio di "reati di sospetto", come fu fatto qualche anno fa in Germania: l'"associazione avente finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico" (art. 2 del decreto legge), ove il carattere terroristico o eversivo è desunto dalle "finalità" o i "propositi" cioè da un elemento soggettivo valutab

ile politicamente e non da elementi oggettivi o fatti concreti di terrorismo o di eversione; l'"assistenza", "fuori dei casi di concorso o di favoreggiamento", prestata a terroristi (o sospetti tali), con cui potranno essere colpiti, data la genericità del termine che allude a indeterminate forme di fiancheggiamento non rientranti nel favoreggiamento, i simpatizzanti o sospetti tali (art. 6 del disegno di legge); la "detenzione di documenti" per finalità di terrorismo o di eversione, cioè una sorta di possesso ingiustificato di documenti (art. 2 del disegno); la "diffusione di documenti" di contenuto terroristico a fini di istigazione o di apologia, attraverso cui potrà essere incriminata anche la loro pubblicazione da parte di un giornale d'informazione, (art. 5 del disegno).

Sono figure di reato di significato indeterminato e di portata potenzialmente illimitata con la quale potrà essere colpita qualunque persona sospetta che - in mancanza di prove - non possa essere accusata di più concreti reati.

Il presupposto della pena non è più la prova di un reato (anzi, al limite, non è neppure la commissione di un fatto), ma solamente la qualificazione come terrorista o fiancheggiatore sulla base di mero sospetto.

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Spezzare con i referendum la spirale violenza-repressione

L'ondata repressiva scatenata nel paese, del tutto inutile come strumento di lotta al terrorismo, è invece segno che il regime dell'emergenza e dell'unità nazionale è ormai giunto alla svolta autoritaria. Che i partiti della sinistra storica diano il loro assenso a tale politica, è solo testimonianza della profondità della crisi che li investe, della loro incapacità a sfuggire al dilemma tra protesta e integrazione.

Terrorismo e repressione si alimentano reciprocamente in una spirale di logiche perverse: l'eco delle stragi, amplificato dall'uso spregiudicato dei mass-media, alimenta l'allarme dell'opinione pubblica che sostiene l'illusione repressiva, mentre dall'altro versante si risponde con la recrudescenza delle azioni criminose.

In tale drammatico contesto il partito radicale, che negli ultimi quindici anni è stato nel paese il protagonista delle lotte di libertà e delle iniziative di liberazione civile, rivolge un pressante appello a tutti i cittadini per dara una risposta agli storici problemi che ci stanno di fronte e alle tragiche conseguenze delle incapacità ideali, morali e politiche di una classe dirigente sconfitta e inerte, attraverso una mobilitazione di massa sule grandi questioni aperte sulla scena interna ed internazionale: il rilancio di una politica delle libertà e dei diritti civili, il superamento dell'economia del consumismo che condanna un terzo dell'umanità al flagello dello sterminio per fame, la lotta contro il nazionalismo, il militarismo, la violenza.

Tra poche settimane sarà proposto al paese un grande progetto di referendum capace di coinvolgere milioni di cittadini in una iniziativa politica di grande respiro e di introdurre momenti di rottura effettivi, perché direttamente incidenti, per sola forza di popolo, anche ai livelli istituzionali. In primo luogo contro la legge liberticida; e per abolire l'ergastolo e i reati di opinione. Contro le centrali nucleari e la caccia. Per smilitarizzare la guardia di finanza e i tribunali militari. Contro l'uso delle armi. Per fondamentali diritti civili. Sarà l'inizio di una speranza; la speranza di uscire dalla presente condizione di impotenza e di sconfitta, in cui maturano le tragiche perversioni di questi nostri tempi.

Partito radicale, via di Torre Argentina 18, Roma

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Il terrorismo e lo Stato nemici della lotta di classe

Il decreto legge proposto da Cossiga, che prevede l'introduzione di una nuova serie di reati, apparentemente legati al fenomeno del terrorismo, rappresenta un grosso salto di qualità nella storia dell'involuzione autoritaria di questo stato.

La democrazia cristiana riesce così alla fine a far passare quelle norme contro cui l'intera sinistra si era per anni battuta. Si tratta di norme che rappresentano una vera cancellazione dei principi elementari dello stato di diritto.

Queste norme rappresentano un salto di qualità anche per il modo con cui la sinistra le affronta. Non solo il PCI accetta di votare la fiducia al governo Cossiga, ma per la prima volta si rinuncia anche alle tradizionali parole d'ordine democratiche: si rinuncia ad ogni discorso sulla riforma della polizia, si rinuncia ad ogni discorso sulla democratizzazione delle istituzioni. E' un segno abbastanza palese di come si sia disponibili ormai a concedere tutto per puntare ad essere in qualche modo accettati dentro il governo. Né è pensabile che sia la sinistra dentro il governo o dentro una maggioranza quella che potrà garantire una gestione non liberticida di questo decreto: c'è qualcuno che conoscendo la storia di trent'anni di regime democristiano lo pensa? C'è qualcuno che conoscendo l'esperienza dell'accordo a sei lo pensa?

No, il cedimento del PCI e del PSI sul decreto legge non ha nessuna giustificazione di classe, tanto meno quella di impegnarsi nella lotta al terrorismo. Dal 1974 si continuano a varare legislazioni speciali, ma il terrorismo non si è certo per questo arrestato, anzi dilaga in modo sempre più efferato.

Uno stato che ha sempre dichiarato di non voler riconoscere come interlocutore il terrorismo ne sposa invece fino in fondo la logica di guerra, si varano leggi di guerra, si creano spirali repressive il cui vero risultato rischia di essere quello del contenimento della lotta di classe (quella vera e non quella dei burattini terroristi), rischia di essere l'accettazione della pacificazione in fabbrica e nella società.

Appare sempre più necessario perciò abbinare una linea di mobilitazione di massa contro il terrorismo alla lotta per impedire che questo decreto divenga pratica coerente di questo stato.

Invitiamo per questo i compagni, i democratici, gli intellettuali, le strutture sindacali che già una volta hanno rifiutato la logica di "o con lo Stato o con le BR" a mobilitarsi contro questo decreto; ci impegnamo nel caso in cui una logica assurda lo voglia far passare a tutti i costi a studiare le iniziative anche di tipo referendario per farlo decadere.

La nostra avversione a questo disegno, la nostra opposizione alla linea perdente della sinistra storica non può per questo che essere totale.

Democrazia Proletaria, via Cavour 185, Roma

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Vi hanno detto che gli ostruzionisti siamo noi...

Via hanno detto che l'ostruzionismo radicale impedisce di modificare il decreto nelle sue parti più odiose e anticostituzionali (fermo di polizia, carcerazione preventiva, blocchi e rastrellamenti). Vi hanno detto che è l'ostruzionismo radicale che impedisce di discutere gli emendamenti unitari della sinistra. Vi hanno detto perfino che il governo era disponibile ad accettare le modifiche proposte dalla sinistra.

Le cose non stanno così. I radicali hanno dichiarato di mettere a disposizione di tutta la sinistra la forza contrattuale acquisita alla Camera dal loro ostruzionismo e che avrebbero ritirato tutti i loro emendamenti se il governo avesse accettato quelli unitari della sinistra. Hanno dichiarato che si sarebbero comportati nello stesso modo anche se il governo non li avesse accettati ma se la sinistra si fosse battuta fino in fondo per i propri emendamenti e, nel caso che fossero respinti, coerentemente avesse votato contro i provvedimenti di Cossiga.

E allora se davvero PCI e PSI volevano modificare i provvedimenti, se davvero il governo era disponibile ad accettare modifiche, che cosa lo ha impedito? Certo non l'atteggiamento dei radicali!

La verità è un'altra.

Già al Senato il gruppo dirigente del PCI e la segreteria socialista avevano dato via libera al governo, presentando emendamenti di bandiera e di faccia, tutti respinti tranne i più insignificanti, e votando alla fine a favore dei provvedimenti.

Questi provvedimenti costituiscono il più grave attacco mai portato alla Costituzione e ai diritti dei cittadini, il gruppo dirigente del PCI e Bettino Craxi non hanno mai esercitato nessuna pressione sul governo, ed hanno in ogni momento fatto sapere la loro disponibilità a votare anche la fiducia a Cossiga.

I deputati del PDUP e quelli della Sinistra indipendente hanno confermato il loro ruolo di "oppositori di sua maestà", sempre attenti a non disturbare il manovratore e le grandi strategie della politica di unità nazionale.

Gruppo parlamentare radicale

 
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