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Vecellio Valter - 1 novembre 1980
NOI E I FASCISTI: (3) Noi, i fascisti

SOMMARIO: Una raccolta di scritti sull'antifascimo libertario dei radicali: riconoscere il fascismo vuol dire capire quello che è stato e soprattutto quello che può essere. Troppo spesso dietro l'antifascismo di facciata si copre la complicità con chi ha rappresentato la vera continuità con il fascismo, la riproposizione di leggi e di metodi propri di quel regime.

("NOI E I FASCISTI", L'antifascismo libertario dei radicali

a cura di Valter Vecellio, prefazione di Giuseppe Rippa - Edizioni di Quaderni Radicali/1, novembre 1980)

Giacomino e i comunisti

"Ho conosciuto un cameriere che, invece di scusarsi, cercando di attenuare l'importanza delle sue malefatte, quando i padroni gli muovevano un rimprovero, rincarava la dose, facendo mostra di essere più scandalizzato di tutti per quel che, per colpa sua, era accaduto.

- Giacomino, quel piatto è poco pulito.

- Poco pulito? Ma se è un piatto sporco, sporchissimo: un'indecenza. Guarda se si deve mettere in tavola un piatto lercio a questo modo. La tavola non è mica un porcile...

- Giacomino, non entrare così nelle camere, senza chiedere il permesso.

- Ma sicuro! Bisogna essere proprio un cafone, sceso ieri dal Falterona, per non sapere queste cose. Neppure tra i selvaggi delle foreste africane si entra in una capanna senza avvertire...

E se andava brontolando contro lo sporcaccione, il maleducato, che profittava della condiscendenza dei padroni per permettersi tali libertà.

Chi assisteva a queste scenette aveva l'impressione di uno sdoppiamento: il Giacomino indignatissimo per il servizio male eseguito, sembrava non aver proprio niente a che fare con il Giacomino che si era meritato i rimproveri.

Nella direzione del PCI Giacomino si troverebbe completamente a suo agio"(1).

Non ho avuto problemi particolari, mai, a partecipare a manifestazioni politiche. Fossero questi comizi o sit-in, marce oppure improvvisi raid per la "conquista" simbolica del diritto a poter sostare dinanzi ad un luogo "proibito" (il più delle volte per imperscrutabili volontà e decisione), non mi sono mai tirato indietro, anche se spesso occorreva mettere in conto qualche legnata di celerino o noiosi, fastidiosissimi "fermi" di identificazione, che si possono risolvere, tutto sommato, in affare di pochi minuti, grazie ai modernissimi congegni di cui le questure sono dotati, e invece durano ore e ore.

Non ho mai partecipato, tuttavia, a quel tipo di manifestazione celebrative-ritualistiche, a data fissa, con assistenza coreografica garantita dagli Enti Provinciali del Turismo dei Partiti (quelli che, per intendersi, provvedono a scarrozzare decine di tesserati dai punti più disparati delle campagne e dai centri più lontani, per assicurare nelle piazze una presenza, "militante"); quelle manifestazioni con i discorsini sul foglietto delle eccellenze e degli onorevoli, che hanno combattuto al Resistenza; fatto il Paese (ieri) e la pancetta (oggi); i reduci; i veterani ("veterani si nasce", diceva quella malalingua di Leo Longanesi); il garibaldino doc, con medaglietta di cartoncino nella camicetta rossa, appuntata da Bixio per una Bronte dimenticata, ogni anno per l'occasione esibito, cinque minuti poi di nuovo in cantina, con la statua di San Firmino, perché non si sciupi troppo.

Non ho neppure mai partecipato alle "combattive" manifestazioni proletarie contro l'imperialismo, quelle nel corso delle quali la violenza era giustificata, perché di "massa", e dove, contro l'intervento dei marines americani in Vietnam, si incendiavano le macchine sotto la sede del "Corriere della Sera"; Medina e Calley a My Lai accoppavano donne, vecchi e bambini, ma noi li avevamo vendicati, bruciando la Cadillac del turista americano venuto a fotografare la Madonnina.

Erano, quelli, i tempi nei quali la sprangata, se data dai sanbabilini, veniva bollata come atto di squadrismo fascista; ma se veniva da un gorilla dei katanga in presidio alla Statale, diventava "antifascismo militante"; anche se lo sprangato era un sindacalista della UIL(2).

Non ho partecipato a quelle manifestazioni.

Forse già allora per tanti di noi non c'era alcun bisogno d'attendere Levy e la sua definizione di quei tempi in cui la ragione, se non dormiva, s'era almeno appisolata(3). Domenico Tarizzo ci ha ricordato perfettamente che cosa accadeva: "... quella ragazza che fu ``processata'' perché aveva rapporti con un compagno all'insaputa del marito... quel giovane figlio di un capitalista, che dava ai bambini i libretti di Mao come santini... Un tempo che fu una prova generale delle nuove burocrazie, non fu soltanto quella esplosione di spirito libertario che tutti, ``reduci'' e no, si volle credere... non si incontravano quasi mai operai, ma quai sempre e soltanto studenti del modello cattolico..."(4).

Che cosa voglio dire?

Solo che mai sono riuscito a condividere i sacri furori eroici di cui tanti mostravano d'esser infiammati. Le mie prime esperienze dirette di quel tempo del resto sono molto provinciali: la Lucania, in nulla differente dalla descrizione che ci ha dato Lina Wertmuller nei "Basilischi", meridione immutato, ancor per tanti versi quello di Levi e del suo Cristo si è fermato ad Eboli. E poi in Romagna, regione che, sarà forse per le consistenti isole cattoliche e repubblicane-storiche, non presenta proprio tutte le caratteristiche del "regime", che si respira invece in Emilia, o in Umbria (molto più che in Veneto, o in Puglia). Ma andate a parlare di rivoluzione nella piazza di un qualunque paese romagnolo e vedete se non smontano subito con una risata e se non vi lasciano in mutande: "boja d'un dîs, l'é un quél strampalé", e meno male che là ancora si butta giù tutto in risata; gente solida, però, bèla zant, chi ha dimondi fantasia, parlantéina e bocca santa, che lavora, fa i soldi, mangia i preti e manda i figl

i al catechismo ogni domenica. In fondo Guareschi mica ha forzato la mano di molto; senza inventarsi nulla gli bastava sedersi nel bar centrale di Cervia e annotare. Anche oggi i Peppone e i Don Camillo non mancano.

Occorrerebbe fare tesoro di più e meglio di quel che Gaetano Salvemini andava sostenendo già trenta anni fa: "Scegliere i problemi, offrire le soluzioni"(5). Invece ha dominato la politica del Gattopardo, e non a torto Leonardo Sciascia, allarmato, dice che la linea della palma va inesorabilmente a nord. Eppure, dopo tanto manicheismo da juke box, forse è giunto il tempo che mortifica i satrapi del pensiero e i sacrestani dell'incensamento ditirambico. L'ideologia, alla buon'ora, è morta, e la si sta seppellendo. Alla buon'ora, resta l'impegno per la vita, i diritti civili, di tutti, la solidarietà verso quanti questi diritti non li hanno riconosciuti, contro chi li calpesta, a prescindere dal perché lo fa in nome di cosa lo fa, sia esso il cattolico Videla o il compagno Pol-Pot.

Ora, non c'è dubbio, che senz'altro ci sarà qualche grillo parlante, un marabutto del sapere organizzato, che squittirà che tutto questo è qualunquismo. Si può rispondere con le parole di Sciascia(6). E anche osservare che questi accusatori (e nella scomunica i docenti di mistica comunista eccellono), spesso nel dare questo giudizio, danno l'impressione che si tratti di un espediente, per poter scappare agevolmente da qualche cosa.

Ha scritto Marc Rakovski che "tutti gli intellettuali conoscono la frustrazione causata dalla povertà di informazione, così come, almeno una volta nella loro vita, tutti conoscono la vergogna di doversi identificare pubblicamente con delle idee che in privato trattano con disprezzo e ironia"(7).

Tra le questioni che hanno portato parecchi a doversi pubblicamente schierare con le disposizioni di scuderia di pochi funzionari - salvo privatamente sostenere il contrario, o comunque manifestare disprezzo per i funzionari - credo vi siano anche quelle che costituiscono la materia di questa pubblicazione.

Questo volume è costituito da quelli che si possono definire tanti frammenti, segmenti di una filosofia, che costituisce oggi, non solo l'essenza di un insegnamento di una tradizione ideale che affonda le sue radici in Giustizia e Libertà e nel Partito d'Azione (un patrimonio ideale che la cultura marxista da una parte mortifica e dall'altra cerca, anche maldestramente, di acquisire di inglobare). Una filosofia che trae la sua linfa vitale da quell'"utopia borghese" che fu incarnata da galantuomini come Rossi, Pannunzio, De Capraris, Piccardi, Villabruna, Benedetti. Gente che badava al sodo, e con saggia coerenza al bersaglio tirava giusto. Persone dalle solide letture, di assimilata cultura; uomini che, ha scritto Arrigo Benedetti(8) "concordemente promuovevano un'azione politica per uscire dalla stagione qualunquistica cominciata con la grande vittoria democristiana"; erano ex liberali come Leone Cattani, Nicolò Carandini, Mario Ferrara, Franco Libonati; ex-iscritti al Partito d'Azione, come Ferruccio Parr

i, Mario Paggi, Guido Calogero, Leo Valiani (e che dice che invecchiando si migliora è servito); scrittori come Vitaliano Brancati, Sandro De Feo, Ennio Flaiano... e poi i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, gli antifascisti antifascisti... e poi quell'"aristocratico" signore di duecento anni fa, il milanese Cesare Beccaria, i cui libri quasi nessuno più legge; e Bertrando Spaventa... Ma tanti altri nomi, spesso dimenticati, potrebbero essere fatti; per tutti, uno può bastare: Ignazio Silone; l'umana e cristiana ricerca e sete di verità e libertà di Silone è tutta radicale, vale a dire libertaria, tollerante, "laica"; e poi, ancora Bertrand Russell; Cesar Chavez e i suoi compesinos; Camus e Gide; per dare un'occhiata fuori d'Italia.

Segmenti di una filosofia che si è nutrita leggendo prima del "Capitale" di Marx, i "Demoni" di Dostoevskij; che ha fatto tesoro di quei "segni della formazione di una coscienza civile, associativa e politica" indicati, come ha scritto Lino Jannuzzi, dai Goliardi, mentre nel paese "il rigido manicheismo di certi intellettuali mascherava l'umiliante mancanza di autonomia e la falsa intransigenza di ipocrisie e velleità inutili, sempre pronta a dissolversi nel compromesso e nella civetteria della ``realpolitik''"(9).

Si tratta di articoli, commenti, che, come accade per la maggior parte delle cose radicali sono difficilmente reperibili. Succede infatti che il Partito Radicale, tutto pervaso di un disordine operativo qualche volta simpatico, sia assolutamente incapace, perfino nella sua sede centrale a Roma, di conservare qualcosa che si avvicini ad un'emeroteca. Forse questo è anche un bene, se si pensa al mastodonte comunista, che com'è noto ha fatto dell'efficienza un punto d'onore, dell'organizzazione un vanto, impegni intesi come virtù, che alla lunga producono mostruose burocrazie.

Sia come sia, si tratti di testi che se qualcuno li volesse consultare, potrebbero farlo solo rivolgendosi a pochi maniaci e a quanto hanno saputo mettere insieme, privatamente; una dozzina di persone in Italia, a quanto so.

Si tratta di scritti legati a un comune denominatore, e affrontano, questioni spinose, "grosse", per come lo si è fatto; per gli interrogativi, più che per le risposte, che venivano posti a tutta la sinistra e a noi stessi, e hanno comportato insulti, scherno, dileggio. E scomuniche, anatemi, furori. Quasi mai si è opposto dialogo a dialogo. Era più semplice, meno complicato, esorcizzare.

Non è operazione inutile rileggere questi testi, anche dopo le "contingenze" che li hanno prodotti. Raramente accade che articoli "militanti", scritti per la polemica del momento, a distanza di anni (il primo, di Pannella, "Perché siano contro i Repubblicani di oggi" è datato 1972), risultino attuali, per l'oggi di oggi, così come probabilmente continueranno ancora a restare validi. Non ho paura delle parole, e so bene che potrà costituire ulteriore scandalo(10). Ma una cosa, emerge con chiarezza da questa antologia: il fascismo può manifestarsi in più d'un modo, a seconda del tempo, dei paesi, ecc. Ma l'antifascismo si manifesta in un solo modo, ed è quello che in filigrana emerge alla lettura di questi documenti.

Ha scritto Pier Paolo Pasolini: "... Dunque, bisogna lottare, per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi, in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro delle città e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto alcuna paura, né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti"(11).

E', appunto, del "tutto dire", dei fascisti, del voler essere antifascisti, il riuscire, soprattutto, ad esserlo, ad onta del "fascista" - va ben detto - antifascismo "della linea Parri-Sofri, lungo la quale si snoda la linea della gente-bene della nostra politica(12), che si parla. Per aver espresso le posizioni contenute in questi interventi, sono stati pagati alti prezzi, in termini di isolamento e linciaggio politico. Ho sottomano una parziale, ma quanto mai emblematica rassegna stampa, per lo più pubblicistica comunista: "Squallore dei radicali"(13). "Baggianate anticomuniste"(14). "Pannella è straordinario, anche quando esplicita tutto il suo opportunismo... la sua ultima trovata del contraddittorio con il boia Almirante ha tutti i connotati della cialtroneria..."(15). "Pannella può credersi il dio in terra, l'incommensurabile stratega della politica mondiale; sono fatti suoi. Diventano fatti nostri quando il suo opportunismo e la sua megalomania mettono in pericolo... lo sforzo di migliaia di militant

i..."(16).

Florilegi. Ma accade anche che stimati e quotati intellettuali come il comunista Alberto Asor Rosa sostengano: "... E' proprio del radicalismo stare in bilico tra destra e sinistra: non è certamente una battuta, quella di Pannella che vuole trovare interlocutori anche al di là de confine classico tra antifascismo e fascismo..."(17).

Non è il solo. Gerardo Chiaromonte, che come tutti sanno è uno dei più autorevoli e influenti dirigenti del PCI, ha scritto: "Sembra a me che quella parola (qualunquismo) sia legittimo usare. Per vari motivi. Innanzi tutto per la somiglianza che hanno alcune argomentazioni di oggi contro i partiti con quelle che furono dell'Uomo Qualunque"(18).

C'è poi Fabio Mussi che stabilisce un collegamento tra qualunquismo e radicalismo(19). Mussi, che sa di latino, dice che una "certa polemica contro il diciannovismo non era così poi fuori bersaglio". Un altro dotto del partito, lo storicufficiale Paolo Spriano, ha parlato di "nuovo qualunquismo". Lo stesso Berlinguer, in più di una occasione si è rivolto con asprezza verso i radicali. La loro agitazione sarebbe "... rivolta a denigrare il sistema dei partiti, a gettare fango su tutti, a considerare la solidarietà democratica un'ammucchiata"(20). Né va dimenticato un mai smentito documento della direzione comunista, secondo il quale il PR sarebbe "caratterizzato da una confusa ammucchiata di forze e motivi disparati, dalla totale assenza di proposte e scelte politiche programmatiche, e quindi tale da determinare un movimento qualunquistico di destra pericoloso per le istituzioni repubblicane e per la democrazia"(21).

Non cose di poco conto, dunque, non polemiche legate al mero e contingente dato elettorale; non le polemiche di un esperto lucidatore di scarpe del principe, come Corvisieri; non l'umorismo da Krokodil di un Fortebraccio; non le amene sciocchezze di un Peppino Fiori o di un Emmanuele Rocco, eccellenze che, per dirla con Giusti, quando si tratta dei libertari, li guardano sempre in cagnesco.

Niente affatto. Polemiche invece "grosse", su questioni spesse, essenziali, che puntuali stanno a dimostrare quanto larghi e profondi siano i fossi che separano la sinistra, di quanto lavoro ancora sia necessario, per colmarli, se mai se ne avrà il tempo (e anche la voglia di farlo).

Ci voleva quel Jean Ellenstein italiano che è Salvatore Sechi, per fare un po' di giustizia, e ammettere e confessare (anche se molto dopo, per "non creare la minima difficoltà al partito in cui milito, in un momento cruciale qual è sempre una consultazione elettorale"), di essere "indignato per lo stile quarantottesco" con cui il PCI aveva innestato la polemica con il PR in occasione delle campagne per i referendum sulla legge Reale e sul finanziamento pubblico; metodi "... di polemica politica che mi ripugna. Nasce la violenza. Può portare alla violenza, fino a fare dell'amico e del compagno il nemico", come Sechi ha scritto individuando nella cultura dell'intolleranza per le considerazioni su Via Rasella(22).

Ma qualcosa, chissà, comincia forse a muoversi, le acque dello stagno non sono più morte. Nella "spessa, importante e positiva relazione" al convegno "La teoria e la pratica del partito nuovo, socialista e libertario", Angiolo Bandinelli osserva: "... Su questo addensarsi di problemi e di pericoli il giudizio dei radicali è preciso: viene da lontano. Coloro che continuarono, nel '61/62, il partito insieme ad Ernesto Rossi scorgevano con preoccupazione le persistenze del fascismo non tanto negli aspetti plateali ed immediati del neofascismo allora vigoroso e trionfante, quanto in quelli più segreti e strutturali della società e dello Stato. Primi, di fatto, essi ebbero il coraggio di affermare che una sostanziale continuità legava strutture produttive, organizzazione sociale, istituzioni e logica del potere, così come realizzato dal fascismo, con gangli essenziali della Repubblica antifascista. Per primi, ebbero il coraggio di non demonizzare il fascismo, non visto quindi più come "emergenza" atipica ed ecce

zionale, ma come un fenomeno storico con il quale il paese era ben lungi dall'aver fatto tutti i conti. E' del 1972, nel pieno di una campagna promossa dagli extraparlamentari per mettere al bando Almirante e MSI, che Pannella scriveva l'articolo "Siamo contro i repubblichini d'oggi", nel quale si rifiutava di riversare addosso al MSI la responsabilità di una continuità, che aveva il suo centro nessun latro che la DC. Allora parve uno scandalo. E ancora nel 1972, al congresso di Torino, ponemmo l'equazione DC=PNF non come un'ingiuria, ma come una constatazione.

Sono passati cinque anni: ad un recente convegno indetto dal PCI proprio sul tema delle istituzioni, uno studioso come Tronti, dopo aver ricordato quali grandi esperienze di riforma dello stato abbiano preso corpo sulla scena mondiale attorno agli anni trenta (dal New Deal alla "costruzione del socialismo in un solo paese") ha potuto affermare: "Sono due grandi esperienze che negli anni '30 si fronteggiavano; e badate bene, in Italia noi queste esperienze in parte le viviamo. Non è vero che siamo estranei a questo tipo di storia mondiale; perché l'esperienza fascista è anche tra l'altro un tentativo di utilizzare il momento della politica... come forza di soluzione di grosse contraddizioni sociali e di classe"; e, dopo aver concesso qualcosa a Perna e agli altri sostenitori della tesi della "rottura" con quel passato, rottura realizzatasi grazie alla Resistenza e al corso politico successivo, ha poi ribadito che "... è rimasto un filo di continuità che in qualche modo bisogna rintracciare, e questo filo di c

ontinuità è proprio nel tipo di macchina statale, nel tipo di meccanismo politico oggettivo, che in fondo e sopravvissuto alla stessa esperienza fascista. Nella stessa occasione Luigi Berlinguer ha detto: "Fino a che punto non consideriamo ancora nei fatti e inconsciamente il fascismo una parentesi, e non invece un dato organico del capitalismo italiano?..." "Siamo certamente di fronte ad una esperienza storica più ampia, in Europa come in altre parti del mondo, ad uno dei punti di approdo del capitalismo contemporaneo, con una particolare forma di Stato..."

Il fascismo si pose dunque dei problemi che sono ancora d'attualità, come viene qui riconosciuto. Quali? Ma proprio, quello, innanzi tutto, dell'"ingresso delle masse nello Stato; "è vero, il primo storico ingresso delle masse nello Stato, delle masse operaie e contadine, venne realizzato, per la prima volta nella storia d'Italia, non nella forma rivoluzionaria, né in quella liberaldemocratica, ma dal fascismo, nella forma dello Stato corporativo-assistenziale. Al momento della svolta di fondo, le forze, le tendenze profonde del paese scelsero allora, e attuarono," quella "forma di Stato. E oggi pare che ci troviamo di fronte ad analoghi problemi in una continuità non superficiale"(23).

Siamo, dunque, giunti ad interrogarci sul problema e la questione del fascismo.

Ha scritto in un articolo-saggio pubblicato sull'"Espresso" Vittorio Saltini: "... L'unico gruppo che, sulla spinta del '68, è stato efficace in paragone della sua forza numerica, sono i radicali, che senza troppe illusioni marxiste-operaie hanno capito che la possibilità aperta dal '68, era il mutamento del costume e quindi delle leggi che limitavano i diritti civili e con le loro iniziative, come ha mostrato il voto sul divorzio, hanno favorito la crescita di tutta la sinistra. L'efficacia dei radicali, malgrado i limiti della loro dirigenza, dà un'idea di quello che si sarebbe potuto fare dal '68 ad oggi, se migliaia di intellettuali e di giovani non si fossero dispersi nei sogni conformisticamente marxisti del Manifesto, di Avanguardia Operaia, Lotta Continua"(24).

La "spinta", l'"efficacia", individuata da Saltini derivano da qualcosa di ben preciso, non è nato a caso; c'è un humus, che ha ispirato ogni comportamento di quella "limitata dirigenza". Un humus, che Angiolo Bandinelli, in una serie i considerazioni pubblicate su "Socialismo '70" coglieva assai bene: "... Siamo, come radicali, forti di un'analisi che ci ha guidato e sorretto in tutti questi anni. Il problema del fascismo va ormai posto ed analizzato in modo diverso che non 50 anni fa. Ad una società economicamente sviluppata, all'ottava potenza industriale del mondo non può essere applicato più né il modello fascista del 1932, né quello dei colonnelli greci. Qualunque scelta autoritaria e di regime presuppone oggi, in questo paese la permanenza di alcune "libertà" formali, di una superficialità veste democratica che non potranno essere garantite dal personale politico come Pino Rauti. Il fascismo del neocapitalismo non è il fascismo del capitalismo di mezzo secolo fa. Un regime autoritario che garantisca

tutto questo, l'autoritarismo sostanziale e un minimo di equilibri formali non è però lontano, né invisibile.

E' il regime che la DC, il clericalismo è venuto costruendo in 25 anni, un regime del consenso di masse e ceti importanti, legati assieme da antiche miserie e nuove incertezze, da una condizione perenne di necessità e di dipendenza rispetto alle immense ed onnipotenti strutture corporative "assistenziali" e parassitarie di origine fascista che la DC ha evitato accuratamente di smantellare in questi anni... e sulle quali, anzi essa ha creato e consolidato le sue fortune. Lo svuotamento delle funzioni del parlamento, l'accentramento di importanti poteri direzionali e politici nelle strutture dell'industria pubblica... l'avallo e la copertura forniti ai grandi corpi dello stato da un potere politico" sempre "ed" essenzialmente "clericale - la magistratura, le burocrazie ed il sottogoverno della scuola, l'esercito, il parastato, ecc. - costituiscono tappe e conquiste di questo potere, l'amalgama entro il quale lo si è reso assoluto ed egemonico, non partecipabile dalle sinistre se non a prezzo dell'abbandono del

la pregiudiziale liberale e libertaria e di una passiva acquiescenza alla sua logica corporativa, antistituzionale e di classe. Il manganello, in questa struttura, è l'accessorio, il consenso può essere, ed è, raggiunto attraverso l'uso regolato della struttura stessa"(25).

Si tratta di considerazioni, riflessioni, che postulano, inevitabilmente, un riesame di quei concetti e di quelle categorie le cui tradizionali definizioni cominciano a presentare non pochi segni di logoramento.

Parole come "destra", "sinistra", per esempio, cosa significano oggi? Si è tentati di non dare loro più alcun significato, considerarli una sorta di cascame, un residuo di situazioni morte, sepolte e marcite. E' una tentazione, forte, che tuttavia può fuorviare. Vale, penso, ancora la pena di nutrire la speranza che "destra" e "sinistra" siano cose distinte. Per andare al sodo: "sinistra", cos'è? Quesito, questo, che nel tentativo di fornire risposte, ha riempito biblioteche. Accadde di poter leggere che la "sinistra è un fenomeno pratico-teorico, in cui la credenza e la prassi interagiscono l'una con l'altra"(26). Più semplicemente, direi, che occorre ancora sperare che sinistra sia progresso: non l'interclassismo o l'adempimento, per esempio, nel PCI, del Codice Rocco. E destra sia la conservazione di una società che è da mutare radicalmente.

Un riesame delle tradizionali categorie si impone. E' quello che sommessamente, da anni, tra incomprensioni e polemiche, si tenta di fare. "Questi antifascisti sono i fascisti di oggi gli unici veri e, se smascherati, mortalmente pericolosi", ha sostenuto Marco Pannella(27).

L'analisi procede spietata, lucida, "scandalosa", letteralmente inaudita: "Li accusiamo di abuso e di tradimento dell'antifascismo a cui si richiamano. In questo ha ragione Pasolini l'antifascismo di oggi si contrappone all'antifascismo di ieri e non al fascismo del quale, anzi, assicura la continuità, con ruolo subalterno verso la DC (già PNF). Ogni vero fascismo ha bisogno sempre di un'ala di sicari e di ascari, dei Farinacci e dei Dumini, degli Almirante e dei Degli Occhi; e di un'altra, rispettabile e perbene, colta e borghese, gentiliana e rocchiana poco importa, purché sia corporativa e trasformista e antipopolare. L'ho scritto e lo ripeto: noi della sinistra, non possiamo guardare al fascismo come a mera violenza teppistica o nazista, ma dobbiamo riconoscere che storicamente, repubblicani o socialisti, sindacalisti o populisti che si sia, un rapporto ambiguo non di rado, ci ha legati al suo manifestarsi, intimità che oggi si ripete più insidiosa di ieri. E' inutile e pietoso questo esorcizzare il fasc

ismo riinventando una demonologia di comodo, tradendo il nostro laicismo per una visione manichea e terroristica delle differenze politiche, affibbiando la stessa gialla degli ebrei ai miseri resti paleo-fascisti, a poveri ingenui frustrati e ignoranti, o a delinquenti "comuni" (che sono sempre, in realtà, prodotti "politici").

Anche i fascisti, ed in primo luogo loro, per "antifascisti" radicali e autentici, hanno diritto al rispetto delle loro idee e dei loro errori. Dobbiamo solo disarmarli mentre tentano di uccidere, senza divenire simili a loro, assumendoli come alibi per una nostra suicida trasformazione. Fascismo è violenza delle istituzioni, violenza di Stato, violenza contro le leggi democratiche e i diritti della gente, discriminazione e organizzazione corporativa e oligarchica, odio e disprezzo contro ogni minoranza organizzata, che rappresenti o minacci di rappresentare la generalità dei cittadini nelle loro aspirazioni ed esigenze costituzionali, o larghe loro maggioranze unite per difendere diritti essenziali e chiedere riforme liberali e laiche, libertarie e liberanti per tutti.

La spoliticizzazione delle masse e il sequestro dei diritti politici democratici da parte di minoranze più o meno forti, per esercitarli come privilegio all'interno della casta politica, è un'altra pratica fascista, che le esigenze del profitto capitalistico contemporaneo, liberatosi delle sue iniziali contraddizioni puritane e calviniste, riscopre, ripropone e riimpone in modo più violento, più agguerrito più insidioso, più tollerabile solo in apparenza. Il nuovo fascismo sembra aver scoperto che il punto più qualificante della vita dell'individuo è nel sistema nervoso centrale, più che nei muscoli o nell'intestino, e adegua quindi la sua violenza. La sua tortura non è fatta più di olio di ricino e manganellate private, ma di "caroselli", di induzione artificiosa dei bisogni che ci rendono più schiavi, non già dei "mezzi" che ci rendono più liberi. Oltre che il Cile, Grecia e di golpe atlantici e europei, tentati o fatti. Deve spoliticizzarci, disintegrarci, atomizzarci, personalmente e socialmente, perché

si diventi consumatori: di macchine o di cosmetici, di sessismo o di ideologie, di spettacoli o di companatico poco importa. Purché lo si diventi, in una logica di spreco frenetico, di dilapidazione di sé e degli altri, di tetro e frustrante piacere, mei di felicità e di speranza, latrici, l'una e l'altra, dell'eterno ordinante disordine della vita e della creazione"(28).

E' un tiro facile da allargare. La miseria e il fallimento del "socialismo reale", a Mosca come a Pechino, a l'Avana come a Tirana; la sterilità politica del comunismo occidentale(29) accompagnati alle vistose incrinature dell'edificio teorico del materialismo storico e del socialismo scientifico, mettono sempre più in discussione la teoria, la pratica e il modello marxista. Così, senza prevenzioni, con occhio limpido e candore, alcune categorie che taluno vuole "fissate" immutabilmente, andrebbero "revisionate". Siamo, per esempio, certi che il "capitalismo" meriti sempre e comunque, quel connotato negativo che, con mani che a mentalità la sinistra finora gli ha affibbiato? E non è giunto il tempo, ormai di riesaminare concetti come "marxismo" (che, benevolmente può esser definito oggi, una nebulosa, ramificazioni di pensieri diversi e spesso contraddittori); "liberalismo" (termine che andrebbe senz'altro epurato dal conservatorismo con cui è stato sempre associato); "socialismo", "democrazia"?

E' un discorso che porta inevitabilmente lontano. Cionondimeno, è urgente avviarlo, ed è necessario che sia la sinistra a farlo.

Ma torniamo all'originaria questione che ci sta a cuore. "Non si è a destra o a sinistra, se non in rapporto a un occhio che è l'occhio del padrone. L'occhio di colui che detta gli ordini, che da o toglie la parola", avverte Laurent Dispot, che provocatoriamente aggiunge: "Non si può essere più a destra di Breznev, Husak e compagni"(30).

Cominciamo, forse, ad approssimarci ad uno dei lati della questione.

Quando Marco Pannella manifestò l'intenzione di invitare a un contraddittorio pubblico il "boia Almirante", si scatenò il finimondo. "Coi fascisti non si parla", fu la parola d'ordine, che faceva il paio con lo slogan: "Uccidere un fascista non è un reato". Il voler "parlare" pubblicamente con Almirante, lo stesso Almirante con cui "intransigenti" e fieri oppositori del contraddittorio più d'una volta avevano "commerciato", ma "privatamente", era l'ennesima provocazione, l'ultimo scandalo. Con i voti di Almirante si eleggevano i presidenti della Repubblica; i fascisti venivano accettati alla mensa del finanziamento pubblico, perché quello era l'unico modo per poter dividere una torta appetitosa; ma parlare con lui, no, volerlo fare, si era sciagurati.

Vengono in mente altri "dialoghi", altre "strette di mano", contro le quali non si fiatava, ne si fiata. Così, tutto bene, quando i dirigenti comunisti cinesi volavano a Teheran, a congratularsi con lo scià Reza Palhevi, e a farsi ritrarre sorridenti con lui, proprio qualche giorno dopo l'ennesimo bagno di sangue perpetrato dalla Savak. E nessun turbamento a sapere del fiume di armi vendute dall'URSS al cattolico dittatore argentino Jorge Videla; ma a voler sgranare questo rosario se ne cava una lunga lista: la Cina comunista che riconosce, quasi subito, il governo della giunta di gorilla cileni capeggiata da Pinochet; l'ostilità nei confronti d'Israele, che, nonostante Begin, è pur sempre un paese retto a regime democratico, mentre i paesi a socialismo realizzato non lesinano il loro appoggio ai paesi arabi, feudali e primitivi, sanguinari regimi dittatoriali, in cui poche oligarchie dominano incontrastate e dove sono in vigore pena di morte, lapidazione, fustigazione e altre, simili, piacevolezze. L'onorev

ole Pajetta va in visita e si incontra con i Breznev, i Suslov, gli latri burocrati comunisti ma neppure ci prova a chiedere un colloquio con Sacharov. Berlinguer va a riposarsi in Crimea, mentre a centinaia, altri, vengono mandati a "riposarsi" in soggiorno obbligato nelle decine di Kolyma siberiani; Pietro Ingrao nel distinguere tra dissidenti "buoni" (Barho, Havemann) e "meno Buoni" (Solgenitzin, Bokovskij), dice che a est i regimi non sono dittature, ma sistemi in "transizione"... e se ci sono morti, che si sappia, noi ammazziamo solo per motivi buoni (quando sono buoni sta a noi giudicare).

Così la sdegnata e furiosa "sinistra-bene", con questo PCI che naturalmente è capofila, mi pare si comporti con i fascisti in modo analogo a certi vecchi repubblicani di Romagna, anticlericali che odiano i preti, ma solo quelli della giovinezza. Quelli d'oggi, no, loro servono. La "sinistra-bene" e il PCI, in particolare, è molto "antifascista": Mussolini boia, Almirante appeso a testa in giù... Ma i democristiani, cioè i veri fascisti, quelli no. Servono. E guai a sostenere che la Dc in trent'anni è riuscita ad impiantare un regime delle corporazioni come neppure Mussolini era riuscito a fare: dicono subito che è qualunquismo, vieto.

Ogni zelo nasconde sempre qualche cosa di poco bello, anche lo zelo antifascista, ebbe a scrivere Pier Palo Pasolini. Non c'è dubbio che il PCI è partito, in "antifascismo", zelantissimo. Fermo, incrollabile, come si disse di Croce, è un treno: mai in ritardo, mai in anticipo. E anche però disponibili al compromesso con la DC, fatta, come si sa, di galantuomini, come tal Gioia (quello che il tribunale di Torino ha deciso non essere offesa, se qualcuno, come lo scrittore Michele Pantaleone, lo chiama "mafioso") e poi Ruffini, Gullotti, Lima, Ciancimino, tutti ragazzi molto intraprendenti, ma fidati: anche quando andavano a scuola erano talmente discreti che gli chiedevano: qual è la capitale d'Italia?, e loro: non so nulla, non ricordo. Un partito, la DC, fatto di galantuomini come Gava (figlio e padre, unica differenza, l'età) che quando Biagi va ad intervistarli, dicono: a Napoli il colera passa, Gava resta; e Biagi bofonchia spietato: sono sempre i migliori che se ne vanno via. Galantuomini come Andreotti,

che ha un gotha d'amicizie da fare invidia, il magistrato Aliprandi e il senatore Vitalone; i generali golpisti e i finanzieri neri; i Caltagirone e tutto il giro di palazzinari del Lazio, mafiosi come Sindona e gli uomini dei servizi segreti, usi spiar tacendo, salvo quando si deve "bruciare" un collega vicesegretario di partito con disgrazia d'aver un figlio terrorista.

Una "sinistra-bene" che ha teorizzato il "realismo socialista"; che si è schierata con Togliatti e contro Vittorini; che non ha mosso ciglio di fronte ai fatti di Berlino e d'Ungheria... Sinistra, antifascismo, questo? O piuttosto destra, fascismo? Sono questi gli antifascisti che pretendono e possono dare lezioni? O non sono piuttosto guaritori filippini che promettono la via, la verità, la vita, e producono invece menzogna, conducono a vicoli ciechi, sono la morte, generano i mostri, perché cloroformizzano la ragione?

Sono, costoro, per dirla con Leo Longanesi, "persone che hanno preso l'abitudine dell'intelligenza, ma sono cretini". Appartengono al regno minerale: guardano, e non vedono. Non hanno punti di vista. Sono sassi, tra sassi.

"La lotta politica... è sempre stata piena di simboli, specialmente a sinistra: dalla bandiera rossa alla falce e martello, all'appellativo di "compagno". Simboli ingenui, d'accordo, ma accanto a questi ve n'è sempre stato un altro meno ingenuo, perché in concreto prefigurava un diverso tipo d'uomo e dunque, una diversa società, voglio dire la diversità antropologica. La strategia del "miglioramento e dall'avanzamento concordati", fatta propria dal PCI.. divenendo politica quotidiana e traducendosi in una pratica unanimistica, estenuantemente interlocutoria, più attenta alle formule che ai fatti, ha avuto l'effetto fatale di cancellare agli occhi della gente proprio queste diversità antropologiche... la sinistra, il PCI, entrando nel Palazzo, si uniformano, tendono ad adeguare il proprio linguaggio i propri modelli di comportamento, il proprio modo d'intendere e di fare la politica, persino i propri visi le proprie facce, a quelli che da anni si trovano là dentro..."(31).

Occorre, invece, come dice Sciascia, parlare con tutti(32), e poterlo fare senza per questo venire accusati di essere fascisti, o amici dei fascisti.

"Libertà e sempre libertà di coloro che pensano diversamente" scrisse Rosa Luxemburg. Se è così (ed è così), non siamo molto liberi.

Si fa un gran parlare di squadrismo fascista, terrorismo di sinistra, pericoli minacce per la democrazia. Certo, sono pericoli e minacce, serie, per tutti noi. Ma mi convince Giorgio Galli, quando osserva che "... non i rivoluzionari impazienti o i conservatori dichiarati creano l'ambiente più adatto per lo sviluppo della destra radicale, ma i riformisti che progettano senza realizzare, che promettono senza mantenere"(33).

Appunto. Credo che la questione essenziale sia questa. Essere antifascisti, allora, diventa, molto più che voltare la schiena ad un Almirante, mantenere quel che si promette; realizzare i programmi di riforma. Tutte cose che con la DC non si possono fare. Che con la DC nessuno può fare.

"Valter Vecellio"

Note:

1. "Ernesto Rossi", in "Il Mondo" 31 maggio 1955, e successivamente in "Aria Fritta"; Laterza, Bari.

2. Episodi del genere non sono fandonie; vado a memoria, ma di episodi di questo tipo se ne occupò il settimanale "Panorama", tra gli altri, raccontando come una squadraccia dell'allora "Movimento Studentesco" aggredisse a sprangate, ferendolo seriamente e costringendolo al ricovero in ospedale, un sindacalista della UIL, con tessera del PSI in tasca. Era stato scambiato per "fascista". Episodio non isolato, ed emblematico, che fu liquidato dai responsabili dei katanghesi come "sbaglio").

3. Bernard-Henry Lévy: "... figlio naturale di un accoppiamento diabolico tra fascismo e stalinismo... una delle date più nere del socialismo..." (a proposito del '68, in "La barbarie à visage humaine": Grasset Fasquelle, Parigi).

4. Domenico Tarizzo, "Come eravamo, dieci anni che paiono cento" in "Critica Sociale", n. 2 febbraio 1978.

5. Gaetano Salvemini, editoriale del 1953.

6. "Leonardo Sciascia", "E' da anni che qualcuno mi rivolge l'accusa di qualunquismo. Non me ne importa nulla. Bisogna poi definire che cos'è questo benedetto qualunquismo, una volta per tutte. Pare che sia moralismo. Ebbene, io sono un moralista, ed accetto la qualifica"; in "Il mio programma è la verità", intervista a Lino Rizzi, pubblicata dal "Giornale di Sicilia", 9 maggio 1979 e successivamente compresa nel volume "Il pugno e la rosa" a cura di Valter Vecellio; Bertani, Verona.

7. Marc Rakovski, "Perché gli intellettuali?", in "Aut aut", 164 marzo-aprile 1978. In realtà, Rakovski è uno pseudonimo utilizzato da un collettivo di giovani intellettuali ungheresi, per firmare un volume ("Vers un marxisme pour les sociétés sovietiques"), da cui l'articolo citato era tratto.

8. Arrigo Benedetti, "I radicali", l'Espresso aprile 1962 successivamente compreso nel volume "Il pugno e la rosa", già citato.

9. Lino Jannuzzi, "I figli del tricolore", in "Critica Liberale" agosto-settembre 1954; e successivamente compreso nel volume "Critica Liberale" 1952-1966, antologia a cura di Gian Piero Orsello; Landi, Roma.

10. Si tratta, del resto, di cercare di non venir meno a quel che Pasolini, nel suo testamento ci esortava ad essere: "... continuate semplicemente ad essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi, e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a prendere, a volere, a identificarsi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare". Pier Paolo Pasolini, "Il suo testamento", testo dell'intervento che il poeta avrebbe dovuto tenere al congresso radicale di Firenze. Un testo in cui vengono proposti tutti i temi che hanno contrassegnato l'ultimo periodo dell'impegno culturale e politico di Pasolini. Un testo scritto di getto, direttamente battuto a macchina, poche ore prima di morire. Il testo integrale di questo intervento è stato pubblicato nella raccolta postuma di scritti "Lettere luterane"; Einaudi, Torino. E' Possibile leggerlo anche in "Il pugno e la rosa"; Bertani, Verona.

11. Pier Paolo Pasolini, "Il suo testamento", già citato.

12. Marco Pannella, "Carissimo Andrea", prefazione a "Uundergound a pugno chiuso" di Andrea Valcarenghi; Arcana, Milano. Questo scritto di Pannella è un testo molto importante, nel quale vengono affrontate molte delle questioni - destra, sinistra, fascismo, antifascismo - che costituiscono l'oggetto della nostra trattazione. Non è stato inserito in questa antologia perché si tratta di un testo facile da reperire; oltre che nel libro di Valcarenghi, è stato pubblicato anche in "Quaderni Radicali", n. 1-a, numero monografico contenente articoli ed interventi parlamentari di Marco Pannella, dal 1972 al 1977.

13. "La Voce Repubblicana", 29.1.77. Questo e gli altri corsivi che poi sono citati, sono stati raccolti nel volume "Il pugno e la rosa", Bertani, Verona.

14. "Un Pannella demistificato", in "Unità", 24.8.66.

15. "La strana coppia", in "Quotidiano dei Lavoratori", 22.6.77.

16. "Clausewitz o Re Sole?", in "Quotidiano del Lavoratori", 24.6.77.

17. Alberto Asor Rosa, in "Radicali e PCI: un confronto difficile"; "Argomenti Radicali" n. 5 dic. '77, gen. '78; e anche in "Radicali o qualunquisti?", a cura di F. Corleone, A. Panebianco, L. Strik Lievers, M. Teodori; Savelli, Roma.

18. Gerardo Chiaromonte, "I nuovi particolarismi", in "Rinascita" 21 luglio 1978.

19. Fabio Mussi, "La questione del sud e delle grandi città", in "Rinascita", 23 giugno 1978.

20. Enrico Berlinguer, "Vogliono un nuovo centro-sinistra? Lo dicano, ma non contino su di noi" (intervista), in "Paese Sera" 26 aprile 1979.

21. Documento della direzione del PCI emesso dopo la riunione del 9 maggio 1979, pubblicato in "l'Unità", 10 maggio 1979.

22. Salvatore Sechi, "Radicali e comunisti: due logiche politiche e culturali", in "Quaderni Radicali" n. 8/9, gennaio-giugno 1980.

23. Angiolo Bandinelli, "I radicali e le istituzioni", relazione introduttiva al convegno "L'Antagonista Radicale, la teoria e la prassi del partito nuovo, socialista e libertario". Gli atti del convegno sono stati raccolti in volume (L'antagonista radicale, a cura di A. Bandinelli e M. Teodori ed. a cura del consiglio federativo del PR), contiene gli interventi di Bandinelli, Teodori, Gf. Spadaccia, Pergameno, Stanzani, Ciafaloni, Radiconcini, Fossetti, Savelli, Lipperini, Vecellio, Billi, Gaudosio, Negri, Taschera, Vattimo, Chiaberge, Ignazi, Bettinelli, Panebianco, Rodotà, Rutelli, Strik Lievers, Zeno, Ferrari, Bresso, Corleone, Boato, Ceccolini, Tramontana, Aglietta, Pannella.

Nel volume, per ragioni di tempo, è stata omessa la replica conclusiva ai lavori del convegno di Bandinelli. Essa è però reperibile in "Quaderni Radicali" n. 3, giugno-agosto '78 ("Un convegno utile?"). Nel medesimo fascicolo di "Q.R." è pubblicato l'intervento di Roberto Guiducci ("Le istituzioni di base come nuova opposizione-costruzione"), anch'esso non pubblicato nel volume contenente gli atti.

24. Vittori Saltini, "Quel che resta e quel che è sparito", in "Espresso", n. 5 del 5 febbraio 1978. L'intervento di Saltini rientra in un'ampia rievocazione-bilancio fatta dal settimanale ("Quell'incredibile '68", a cura di Paolo Mieli e Mario Scialoja), con i contributi di Eco, Paratone, Provenza, Dalla Costa, Ravera, Piperno, Scalzone, Boato, Capanna, Sofri, L. Bobbio, Cafiero, Petruccioli, Rossanda, Negt, Cohn-Bendit, Colletti, Saltini, Flores d'Arcais.

25. Angiolo Bandinelli, "Regione, antifascismo e sinistre", in "Socialismo '70", n. 35-36, dic. 71-gen. 72; mensile diretto da Antonio de Caprariis. Si tratta di un numero "nomografico" che raccoglieva una "documentazione efficace, anche se non necessariamente completa, che si collegava strettamente con una vecchia tradizione liberale napoletana, tra le maggiori della nostra storia". (A. Bandinelli). Tra gli altri, quel numero della rivista conteneva interventi di Bandinelli, Mellini, Severino Teodori, Basso, Rendi, Pannella.

26. Ruggero Guarini, "Un lunghissimo tramonto", in "Tra il principe e le masse", a cura di R. Guarini e G. Saltini; Cappelli, Bologna.

27. Marco Pannella, "Signori, i pazzi siete voi", in "Mondo" 8.8.74; successivamente compreso nel volume "Il pugno e la rosa".

28. Marco Pannella, "Signori, i pazzi siete voi".

29. La più geniale intuizione elaborata dal movimento comunista occidentale, sembra essere l'"eurocomunismo". Ora sulle vicende dell'"eurocomunismo", le ironie sarebbero davvero facili. Per dirne una, uno studioso comunista spagnolo, Pedro Villanova, autore del volume "Che cosa è l'eurocomunismo", intervenendo al convengo "Marxismo, leninismo, socialismo", organizzato dal centro culturale Mondoperaio (28-29-30 novembre 1978), ha dovuto riconoscere che "l'eurocomunismo non si sa esattamente cosa sia; solo che cosa non è".

30. Laurent Dispot. "La machine à terreur"; Grasset Fasquelle Parigi.

31. Ernesto Galli della Loggia, "Il qualunquismo e i radicali" in "Argomenti Radicali" n. 3/4.

32. Leonardo Sciascia, "Il mio programma è la verità", intervista. Già citata.

33. Giorgio Galli, "La crisi italiana e la Destra internazionale"; Mondadori, Milano.

 
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