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Prova Radicale - 1 novembre 1980
NOI E I FASCISTI: (14) Seconda Lettera di Giovanni Ventura
("Prova Radicale" giugno 1976)

SOMMARIO: Una raccolta di scritti sull'antifascimo libertario dei radicali: riconoscere il fascismo vuol dire capire quello che è stato e soprattutto quello che può essere. Troppo spesso dietro l'antifascismo di facciata si copre la complicità con chi ha rappresentato la vera continuità con il fascismo, la riproposizione di leggi e di metodi propri di quel regime.

("NOI E I FASCISTI", L'antifascismo libertario dei radicali

a cura di Valter Vecellio, prefazione di Giuseppe Rippa - Edizioni di Quaderni Radicali/1, novembre 1980)

Il 12 febbraio '76 il "Corriere della Sera" pubblicava un intervento della segreteria nazionale della Lega nonviolenta dei detenuti, Giuliana Cabrini, la quale, sostenendo le denunce di Ventura, sollecitava la sinistra ad aprire un dibattito.

Sempre il 12 febbraio la segreteria del Partito Radicale si associava alla richiesta di Giuliana Cabrini di riconoscere il diritto al processo di Freda e Ventura. "Come per qualsiasi altro detenuto per qualsiasi altro procedimento penale - dichiarava in un documento la segreteria - anche qui l'unica alternativa lecita è fra lo svolgimento del processo subito o la concessione della libertà provvisoria. Quali che siano le opinioni soggettive sul ruolo svolto da Freda e Ventura, le leggi e i principi della Costituzione devono valere per tutti. Non è ammissibile che con l'alibi dell'antifascismo lo stato calpesti principi e garanzie fondamentali, comportandosi e giudicando, neppure in maniera fascista, ma addirittura borbonica.

La sinistra si parlamentare che extraparlamentare deve farla finita di fornire questi alibi al regime. Le istituzioni e la magistratura offrono, infatti, l'illegale detenzione di Freda e Ventura come contropartita al mancato svolgimento del processo sulla strage di Piazza Fontana e sulle altre stragi di stato, che costringerebbe necessariamente ad incriminare, oltre ad alcuni sicari neofascisti, parlamentari e generali del partito di regime".

Gianfranco Spadaccia inoltre dichiarava: "Ho ricevuto alcune lettere di Ventura nelle quali, vantando la sua pretesa milizia di sinistra, l'imputato rimprovera al Partito Radicale la contraddizione di non averne assunto la difesa. Non c'è contraddizione. Nessuno ci obbliga ad assumere la difesa di chi non ci convince. Dagli atti processuali risulta infatti con chiarezza che Ventura aveva a che fare con alcuni servizi segreti. Per questo non abbiamo voluto e non volgiamo avere a che fare con lui. Ma detto questo, per Ventura come per Freda, e per qualsiasi altro, devono valere le norme dello stato di diritto, senza eccezioni".

Il 23 febbraio, Ventura rispondeva a Spadaccia con questa lettera: Caro Spadaccia, mi riferisco al comunicato della segreteria del PR e alla dichiarazione del suo segretario, apparsi sul n. 42 di "Notizie Radicali", riguardanti il processo nel quale sono imputato.

a) Quanto al comunicato della Segreteria, sono contento di trovarvi, ribadita e riferita alla specifica posizione che mi riguarda, una analisi politico-processuale del procedimento sulla strage di Milano che condivido interamente.

Chi conosce la mia biografia politica e la posizione conseguente che ho assunto nel processo da sempre, non può ignorare il contributo personale e politico che, fin dalla pubblicazione del libretto "Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento" (Padova 1970), ho portato a tale linea interpretativa.

In realtà, essa e la linea dei fatti politici: e di una ricostruzione processuale determinata e probatoriamente fondata.

Di là da ciò, non posso condividere l'impostazione della segreteria per la parte del comunicato che indica, come corretta soluzione dall'attuale stato processuale, "l'alternativa lecita fra lo svolgimento del processo subito o la concessione della libertà provvisoria".

"Lo svolgimento del processo subito", anche quando si richiamasse udienza domattina, non sanerebbe cinque anni di prigionia infame e illegale (che seguita a permanere possibile anche perché il PR soltanto oggi, per sollecitazione di alcuni compagni, si pone il problema del rispetto delle garanzie umane e giuridiche in "questo" processo, per "questi" imputati); non ammetterebbe parità di trattamento, con i coimputati Borghese, Gargamelli, Merlino e Valpreda - cioè eguali diritti alla difesa, alla presunzione di non colpevolezza, ai presidi che la legge fondamentale pone contro tutti gli effetti negativi derivanti dalla imputazione, alla integrità personale di eguali soggetti di diritto: in uno, alla eguaglianza del diritto principale, quello di libertà.

Dunque il mio diritto di eguaglianza e di libertà non trova alternative nel "processo subito". E' un diritto autosussistente: e la concessione della libertà provvisoria è un "atto dovuto". Ed è una questione di decenza civile.

D'altro canto, la disposizione dell'art. 5, paragrafo 5 Conv. Eu., non può essere compresa nel senso che ammette una opzione tra il "processo subito" (o il processo in un tempo ragionevole) e la libertà provvisoria. (Tanto meno, può essere compresa nel senso di non ammettere né processo né libertà provvisoria come sta avvenendo).

Il carattere ragionevole del periodo trascorso da un accusato in detenzione preventiva deve essere apprezzato in funzione dello stato di detenzione in cui si trova l'imputato: che deve essere considerato innocente. E l'oggetto della norma in questione è essenzialmente quello di imporre la concessione della libertà provvisoria una volta che il mantenimento della detenzione cessa di essere ragionevole.

Giuliana Cabrini, nel suo articolo del "Corriere" del 12 febbraio, indicava come condizioni coestensive, come postulazioni interrelate, il diritto al "processo subito" e il diritto alla libertà provvisoria (cioè alla parità di trattamento).

E Guido Calvi non si è dissociato da tale prospettiva, dichiarando: "Noi dobbiamo democraticamente sostenere che un imputato, anche se fascista, non può restare in carcere cinque anni, in attesa di giudizio" ("Epoca", 18 febbraio 1976).

Neppure la "libertà subito", invero, sanerebbe l'insanabile: cioè la lesione civile di aver tenuto in carcere cinque anni, senza processo alcuni imputati, in aperto disprezzo degli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione.

Non esiste proprio soluzione di continuità tra il brutalismo che mi nega diritti umani e garanzie giuridiche e il passatismo di regime, protervo e cupo, che contrasta le libertà civili (dopo aver tentato di liquidare o ingessare quelle politiche).

b) A proposito della dichiarazione del segretario del PR. Dire che io "vanto la mia pretesa milizia di sinistra", è come passarmi per millantatore. Più semplicamente e veramente, mi limito a rappresentare i fatti politici che ho vissuto e a provare con essi la lealtà democratica della mia esperienza politica. E' chi nega la mia lealtà democratica a "vantare" la propria ignoranza degli atti processuali, con facile conformismo: per darsi alibi di indifferenza e di sufficienza, col far credere che basti aver avuto "a che fare con alcuni servizi segreti" per rendere "pretesa" una milizia di sinistra.

Bisognerebbe andarlo a dire a quegli avvocati socialisti che difendono Maletti e La Bruna: cioè gli organizzatori dell'espatrio di Marco Pozzan e i favoreggiatori della latitanza di Guido Giannettini. I medesimi che offrirono a me l'evasione dal carcere: perché non emergessero, in modo processuale dirompente la "mia milizia di sinistra" e la vera direzione del mio "avere a che fare con alcuni servizi segreti".

Ebbe "a che fare" solo con l'organismo di sicurezza del nostro Paese, nel quadro di un'attività informativa politica finalizzata ad ambienti e gruppi della sinistra e da essi avallata. La motivazione politica della mia attività informativa è ricostruita nel processo, per coloro che abbiano intelligenza politica e onestà intellettuale per riconoscerla. E si potrà leggere anche un servizio curato da Andrea Barberi, per un prossimo numero di "Panorama" (Dove tuttavia, non sarà scritto quel che il P.M. Lombardi ha confidato a Barberi la settimana scorsa: che "Ventura non c'entra niente"; e che "non sanno come fare a portarlo in aula e a sostenere contro di lui l'accusa di strage").

Il segretario del PR dice che "non vuole avere a che fare" con me per via della storiella dei servizi segreti (cioè, perché omette ogni volta analisi critica e responsabile), fondata sulla conoscenza degli atti processuali, della mia attività informativa - ma aggiunge che, tuttavia, "le norme dello stato di diritto debbono valere senza eccezioni", anche per me.

Dica, allora, come intende concretamente sostenere il rispetto delle "norme dello stato di diritto senza eccezioni", anche per un cittadino con cui "non vuole avere a che fare" e la cui inaudita prigionia preventiva non ha precedenti nella storia giudiziaria del nostro Paese.

Saluti veri e fraterni "Giovanni Ventura"

 
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